Claude Houghton, Io sono Jonathan Scrivener

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Eh, non lo so, ci devo riflettere. Mi è piaciuto sto libro? No? Ora ci penzo. Intanto posso dire che la storia è avviluppante, i personaggi intriganti, il narratore narra fluido, lo scenario affascinante e molto attuale, nonostante sia stato scritto nel 1930. Il narratore, anonimo ragazzo dipendente di una anonima società della provincia di Londra, un bel giorno legge un annuncio sul giornale, un certo Mr. Scrivener cerca un segretario, lui risponde e viene assunto, e in tal modo coglie al volo l’opportunità di cambiare la sua anonima, squallidina, tristanzuola e solinga vita. Va ad abitare a Londra, ma Mr. Scrivener è partito lasciandogli scritti i suoi compiti, arrivederci, grazie, ci vedremo quando torno. Ma passano i mesi e lui non torna. Dov’è Mr. Scrivener? Quando torna? Ma soprattutto chi è Mr. Scrivener? Ed ecci che si dipana una vicenda in cui si inseriscono tutta na serie di conoscenti del Mr., che divengono amici della voce narrante e che, chi per un motivo, chi per un altro, cercano di capire chi sia davvero Mr. Scrivener. Un po’ misterioso, un po’ criptico cosa ci vuole dire sto libro? Criticare la società, le convenzioni, la mancanza di sogni, la sovrabbondanza di sogni, la futilità della vita, il vuoto nei rapporti personali, la troppa/poca considerazione che abbiamo di noi stessi, l’egoismo, l’inutilità della ricerca di una strada perché quando la si trova poi alla fine si scopre che non c’è uscita? Ci devo riflettere. Ma anche no, vedremo.

“In teoria è facilissimo trionfare su tutte le tentazioni. Ci diciamo: se fossi ricco non farei alcuna delle stupidaggini che fanno i ricchi, e non cadrei nei loro vizi. E ci crediamo, e ci sentiamo virtuosi. Lo stesso accade per i successi mondani. Siamo convinti che, se solo toccasse a noi, sapremmo dimostrare che non ci montiamo la testa e non ci renderemmo colpevoli delle stravaganze e della vanagloria di coloro che il mondo incorona. Ne siamo assolutamente sicuri. Ci gonfiamo come pavoni al pensiero della nostra umiltà. E, in effetti, siamo stupiti che la provvidenza non ci abbia ancora sistemati, noi che siamo tanto adatti agli onori del mondo, ai posti più alti. Come può essere che l’Onnisciente non abbia notato qualcosa di tanto evidente?”

Lazzìa

Joe Baker – Longbourn House

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Avevo letto “Ai piani bassi” per prepararmi alla visione di Downton Abbey, serie di cui poi mi sono innammorata perdutamente e irrevocabilmente e Ai piani bassi racconta la vita della servitù nella magione che poi sarebbe diventata in tv Downton. Bè vabbè eqquindi?

Eqquindi questo Longbourn House anche racconta le condizioni di vita della servitù di una casa molto più piccola della summenzionata Downton ma paradossalmente ancor più amata, adorata, venerata, oserei dire.

La casa in questione si chiama come il titolo del romanzo e… vi dice qualcosa? E’ abitata da una certa famiglia…BENNET…

E perciò sta Jo (che nome evocativo, peraltro…) cusa l’è che fa? Lei ci descrive la vita dei domestici della casa, nell’arco temporale in cui in QUELL’ALTRO ROMANZO (quello che abbiamo letto circa millantamilioni di volte e di cui abbiamo visto riduzioni cinematografiche, serie tv, di cui abbiamo anche quel tot di gadget e inzomma su, chevvelodicoaffà???) si svolge e nel tempo in cui gli stranoti, amatissimi avvenimenti accadono, sfiorandoli con grazia.

Noi SAPPIAMO tutto ciò che avviene ai piani nobili della casa, incontriamo Mr. e Mrs. Bennet, le sorelle, incrociamo anche tutti gli altri personaggi ma di striscio, di sguincio. Perchè qua i protagonisti sono i servi. La governante Mrs Hill e suo marito, le due servette Sarah e Polly (il suo nome vero è Mary, ma capirete, di Mary ce n’è già una in casa…), il valletto James. Noi, qua, teniamo i padroni sullo sfondo, pur conoscendoli mooooolto a fondo, e prepariamo pranzi, colazioni, cene, facciamo bucati, puliamo pavimenti, strigliamo cavalli, conduciamo carrozze, prepariamo il sapone, prendiamo l’acqua al pozzo, facciamo commissioni (noi andiamo a comprare i nastri per le sorelle, e le rose per le scarpe), noi perlopiù qua ci si fa un culo (oddio, si può dire culo?) che metà basta. Non lasciamoci fuorviare dal CAPOLAVORO ASSOLUTO (no, non grido, enfatizzo soltanto) e non compariamolo nella maniera più assoluta. Pensiamo soltanto che lo sfondo lo conosciamo e adoriamo e immergiamoci nelle storie di Mr & Mrs Hill, Sarah, James, Polly. Storie che camminano benissimo su questo sfondo, con le loro gambette. Facciamo il morto a galla e lasciamoci trasportare dalla corrente di queste vicende. Ci sballottolano dolcemente, ci fanno vedere il cielo, il mare, la spiaggia da un altro punto di vista, e non ci spaventiamo e non sputiamo acqua salata pensando all'”altro Tomo”. No, guardiamo quel paesaggio, quella campagna, quelle nebbie, quei crochi, quei cavalli, quelle trine, quei nastri, quei cappellini con altri occhi, viviamo la fatica (taaaanta) e le (poche) speranze, insediamoci per un po’ nella testa e nei cuori di Sarah, di Polly serva bambina e degli altri, e questo Longbourn House non ci deluderà e anzi ci garberà assai.

“If Elizabeth Bennet had the washing of her own petticoats, Sarah often thought, she’d most likely be a sight more careful with them”

(ho fatto la strafigacciona ma mica l’ho letto in original, madechè…)

Lazzìa