Lauren Groff, I mostri di Templeton

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Avendo assai apprezzato l’Arcadia della Lauren, con la malata compulsività che mi brancica quando me piace quarcosa, mesi e mesi fa avevo ordinato sti mostri. Tuttavia, giacchè il tempo fugge e rumina e mastica soprattutto i circuiti neuronali non più vivaci ed esuberanti frugoletti, quando il mio amico libraio qualche settimana fa mi ha consegnato, insieme all’amato 10 dicembre, anche sti mostri, io son caduta dal pero. Ecchedè questo?? L‘avevo ordinato io, proprio io? Completamente dimentica, ahia, orenda roba la perdita di pezzi di memoria. A mia discolpa dico tuttavia che appena giunta a casa ho recuperato il brandello, posizionato la tessera, terminato il puzzle. Maccerto, l’Arcadia, la Lauren, la Groff, no? svaporata che non sei altro! Eqquindi i mostri. Che poi è na storia scritta per celebrare la sua propria vera cittadina Cooperstown, NY (nel romanzo Templeton). La storia vera le ha preso un po’ la manina, alla Lauren, e con la storia vera è arrivata la magia e l’invenzione e la creazione. E così si snoda la narrazione, su diversi piani temporali, e nel ricostruire la storia della sua famiglia, la protagonista Willie, ritornata nolente alla natia Templeton per guai suoi propri, risale ai suoi avi famosi, i fondatori, che prendono vita, tornano dal passato, raccontano di sé, presentandosi un cincinino diversi da come i libri li narrano. La cittadina, i suoi abitanti, la mamma Vi (personaggione!!!), l’amica Clarissa e i “nostri antenati” si circonfondono di mistero e magia, e ci portano a spasso per i secoli, librati sul lago, contornati dalla bellezza della natura. Piaciuto parecchiamente, che sto sueggiù per l’anni ammè, curiosa come un cercopiteco, mi garba assaje.

“alla musica della superficie, a quella musica intricata fatta di vento e di umano e di animale e d’altro ancora, che gli ritorna in mente proprio intanto che le palpebre si abbassano;
al fatto che con quella musica per un po’ non era più solo, non completamente;
all’oscurità che cala mentre lui risale alla luce, pensando alla musica;
all’oscurità che cala e all’acqua trafitta dalla luce dell’alba;
al fatto che è bello
che è bello
bello”

Lazzìa

Bernard Malamud – Il commesso

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Sono da tempo affascinata dalla storia e dal percorso del popolo ebraico, il popolo eletto che si porta sulla schiena, nei secoli, il peso dell’elezione, reietto e benedetto, provato e inclinato dal senso di colpa, piegato dalla storia e illuminato dalla Legge e da sempre rappresentazione viva del Bene e del Male. Perciò non so ben capire come mi possa essere sfuggito questo commesso, questo Morris Bober, ebreo “tipico”, ennesimo Giobbe in lotta con Dio, giusto dolente e splendente di dignità. Il racconto del suo esercizio di resistenza nel suo piccolo, vetusto, sorpassato negozietto di alimentari a Brooklyn, sopraffatto dal “nuovo” (botteghe moderne, merce di qualità, scaffali nuovi di pacca, sconti sui prezzi, piccoli supermercati che spuntano dall’oggi al domani), il suo rapporto col commesso Frank che ruba e rimette in cassa, perennemente in bilico tra colpa e espiazione, male e redenzione, è una storia minima. E grandissima.

Lazzìa