Jan-Philipp Sendker – L’arte di ascoltare i battiti del cuore

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che se qua si consiglia io non posso che obbedire…è la storia di un avvocato americano, uomo di successo, sposato con due figli che un bel giorno sparisce senza lasciare traccia di sé. E allora la figlia Julia, dopo quattro anni dalla scomparsa, se ne parte per la Birmania (paese natio del padre) per cercarlo.
Mi ha lasciato la sensazione come di aver letto una fiaba. E’ un paese così lontano e a me sconosciuto, la Birmania, come potrei non essere catturata dalle descrizioni, i panorami, gli odori, i rumori, le pietanze, gli aromi esotici? tutto assai poetico. epperò…
una favola, dove il principe e la principessa si ameranno e vivranno per sempre felici e contenti. no, non mi ha convinto. Sarò arida, cinica e un po’ troppo permeata di razionalità ma inzomma dai, su. E inoltre me so anche discretamente arrabbiata con l’avvocato. Sparire senza fa na telefonata, mandà na mail, na lettera, na pergamena, un uatsapp??? essù, daje, ma di quelle tortorate!!! perdonatemi, tuttavia tendo ad esse intransigente, in vecchiaia.

Mi vorrei però soffermare n’attimo su una frase del libro, in cui la figlia Julia si fa delle domande:

“Ma ero così sicura che avrei davvero voluto sapere ogni cosa? Sarei riuscita a compatirlo? I figli desiderano veramente conoscere i genitori come persone dotate di una loro vita autonoma? Saremmo capaci di vederli com’erano davvero, prima che arrivassimo noi?”

Mica facile dare risposte, io ci ho provato. Credo che dipenda dal fatto se li amiamo e li accettiamo così come sono, i nostri genitori. Perché allora dovremmo contentarci dei ricordi che hanno voluto condividere con noi, e del tratto di vita trascorso insieme.
Viceversa, se per qualche motivo siamo insoddisfatti di loro, arrabbiati con loro, allora, forse, qualche sforzo per capire le motivazioni del loro non essere neanche un cincinino come li vorremmo, potremmo farlo, con rispetto e gentilezza, s’intende…

Lazzìa

M.C. Beaton – Agatha Raisin e la quiche letale

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Che ieri ci avevo proprio un gran bisogno di una robina lieve lieve e delicatamente impalpabile come lo zucchero a velo, na pietanza che scendesse giù facile nell’esofago e lasciasse un sapore gradevole nelle fauci. Et voilà, io non so ben ridir com’i v’entrai e tuttavia eccomi accontentata. Un giallino britannico ma con sfumatura delicata e tenue, un giallo crema con un solo sparuto cadavere e zero paura. La signora Agatha di cui al titolo, donna in carriera a Londra, a 53 anni decide di andare in pensione, compra un cottage nelle Cotswolds e si trasferisce in campagna. E’ antipaticuccia l’Agatha, prepotentella, abituata a predominare, senza un amico che sia uno. Si ritrova catapultata in questa comunità chiusa dove gli eventi sono le passeggiate tra i campi, il gruppo della chiesa, ma soprattutto la partecipazione a gare culinarie. Siccome che vuole essere protagonista e farsi delli amisci, eccallà che la nostra tipa tosta partecipa, nonostante la sua massima abilità in cucina sia schiaffare cibi precotti nel microonde. E inzomma ci abbiamo i cottage col tetto di paglia, i tessuti Sanderson (quelli tipici anglesi con li fiori e NO, non potete aggricciare il naso!), le quiche, le torte, i pub, la campagna, i mercatini, salsicciotti birra e patatine, io me ce so trovata comoda comoda, dentro sto giallino. Poi si vabbè, magara dopo tutto sto scenario idilliaco rischi, come l’Agatha, de morì de pizzichi ma lei si industria e poi un caro estinto, seppure uno solo, ce sta. Eppoi, volliam parlare della coperta?? Ma troppo bellina…