Truman Capote Marlon Brando: Un duca nel suo dominio #recensione #TrumanCapote

“Il segreto” dice Capote “dell’arte di intervistare – ed è davvero un’arte – è far sì che l’altro pensi che sia lui a intervistarti. Tu cominci a raccontargli di te, e piano piano tessi la tua rete finché l’altro non ti racconta tutto di sé. Ecco come ho messo in trappola Marlon”. Brando conferma: “Quel piccolo bastardo ha passato metà della serata a raccontarmi tutti i suoi problemi; ho immaginato che il meno che potessi fare fosse raccontargliene un po’ dei miei”.

capoteNel ’56, Capote venne invitato in Giappone per seguire la lavorazione del film Sayonara, diretto da Joshua Logan e interpretato da Marlon Brando.
Dall’incontro Brando/Capote uscì un lungo articolo pubblicato sul New Yorker in cui lo scrittore sperimenta un tipo di intervista che non prevedeva domande /risposte, ma impostato come una lunghissima chiacchierata.
Lo scrittore per stimolare Brando, trasforma l’incontro in una conversazione in cui lui per primo racconta di sé per far sì che anche la controparte si apra.
Così fu, vennero toccati argomenti quali il rapporto di Marlon con la madre e la poca stima nei confronti di James Dean.
Fra i ricordi, vi è il racconto di come il regista Elia Kazan e lo scrittore Tennessee Williams siano rimasti esterefatti di come Brando si sia trasformato alla perfezione nel personaggio di Kowalski, in considerazione del fatto che i due nulla avevano in comune.
In “Un tram chiamato desiderio“, s’intende.

PS. Questo libro è molto vecchio, l’avevo in casa da almeno dieci anni e non credo sia più edito. Tuttavia esiste un’altra opera di Capote, I cani abbaiano Personaggi pubblici, luoghi privati  che racchiude questa intervista e altri lavori, un condensato delle sue esperienze, dei suoi incontri con i grandi personaggi della letteratura internazionale, i profili di Cocteau e Gide, di Pound, Luis Armstrong, Marlon Brando appunto, Marilyn Monroe e tanti altri, i luoghi dei suoi viaggi e, qualche volta, come in filigrana, la genesi dei suoi lavori.

Raffaella Giatti

L’avversario – Emmanuel Carrère

avversario

Ricalcando i suoi passi provavo pietà, una straziante simpatia per quell’uomo che aveva errato senza meta, anno dopo anno, chiuso nel suo assurdo segreto, un segreto che non poteva confidare a nessuno e che nessuno doveva conoscere, pena la morte. Poi pensavo ai bambini, alle fotografie dei loro corpi scattate all’Istituto di medicina legale: orrore allo stato puro, un orrore tale da costringerti a chiudere gli occhi, a scuotere il capo la realtà. 

Dopo aver letto, anni fa, La settimana bianca di Emmanuel Carrère, e nonostante l’opprimente senso di angoscia generato da quella lettura, mi ero messo in lista il successivo suo L’avversario; in realtà l’ispirazione dei due libri è unica e cioè un terribile fatto di cronaca che nel gennaio del 1993 sconvolge la regione francese limitrofa a Ginevra.
Ma nella Settimana bianca vi è fiction, con protagonista un bimbo, e la vicenda narrata è una sorta di viaggio negli incubi di questo piccolo Nicholas durante una vacanza in montagna con la scuola. L’avversario esce diversi anni dopo, nel 2000, ed ha una impostazione che ricorda moltissimo la lezione di Truman Capote in A sangue freddo.
Carrère, in veste di giornalista-scrittore, è colpito dalla strage compiuta da Jean-Claude Romand ai danni di moglie, due figli e dei suoi due genitori con annesso tentato suicidio nell’incendio che appicca alla sua abitazione.
Carrère si mette in contatto con il sopravvissuto protagonista, apre con lui una corrispondenza in carcere in attesa del processo, assiste alle assise e segue ancora per qualche tempo la dinamica comportamentale ed emotiva del condannato all’ergastolo prima di riuscire a dare alla luce il libro che racconta la vicenda.
A me sembra evidente la lezione di Capote per la cura quasi maniacale nella ricostruzione accuratissima di quello che accade a partire dall’innesco di un tunnel senza via di uscita imboccato da un uomo apparentemente buono e rispettabile agli occhi di chi gli è vicino, famiglia, parenti e amici, che senza un motivo apparente in realtà accumula, senza essere mai scoperto, una vita fatta solo di menzogne. A partire da un esame universitario non dato, seguono laurea inesistente, lavoro inesistente, relazioni e riconoscimenti inventati, redditi carpiti con l’inganno a genitori e amici, fino ad una relazione extra-coniugale che sarà l’inizio della fine, e che lo porterà a una decisione di suicidio che diventa poi una terrificante strage.

L’ultimo anno è trascorso sotto il peso di quella minaccia, che prima incombeva sulla sua vita in modo diffuso. Ogni volta che incrociava qualcuno, che qualcuno gli rivolgeva la parola o il telefono squillava a casa sua, l’angoscia gli stringeva lo stomaco. 

Il racconto prende letteralmente alla gola per l’orrore dei dettagli che soprattutto durante la cronaca processuale lo scrittore riporta con fedeltà, e con il proprio smarrimento personale nel dover trattare una materia talmente indicibile.
A differenza del capolavoro di Capote, non si avverte qui l’empatia verso il colpevole da parte dello scrittore, che pure riesce nel corso del libro a farci sentire dentro la psiche dell’uomo e che comunque, intervistando anche amici e qualche volontario che frequenteranno il Romand negli anni di carcere constatandone il suo presunto pentimento, la richiesta di perdono alla moglie uccisa e una fervida fede nel perdono di Dio, non potrà esimersi dal chiedersi se questo non sia l’estremo ulteriore inganno verso di sé e verso chi lo ascolta. Le sue riflessioni ci fanno sentire increduli e angosciati davanti a un male che non riusciamo a comprendere, un male interno, personale, che forse però speriamo sia esterno, “ l’avversario” che biblicamente chiamiamo Satana con cui potremmo doverci confrontare. Un libro che racconta una vicenda umana terribile.

Mentre tornavo a Parigi per rimettermi a lavoro, non vedevo più ombra di mistero nella sua lunga impostura, ma solo una misera commiserazione di cecità, disperazione e vigliaccheria. Ormai sapevo cos’accadeva nella sua testa durante le lunghe ore vuote trascorse nelle aree di servizio o nei parcheggi dei bar, era una cosa che in qualche modo avevo vissuto anch’io, e che mi ero lasciato alle spalle. Ma mi chiedevo: che cosa accade, adesso, nel suo cuore durante le ore notturne di veglia e di preghiera?

Renato Graziano