Molto forte, incredibilmente vicino – Jonathan Safran Foer #SafranFoer #Guanda #NewYork

«Comunque la cosa affascinante è che su National Geographic ho letto che ci sono più persone vive oggi di quante ne sono morte in tutta la storia dell’uomo. Per dire, se tutti tutti volessero recitare Amleto contemporaneamente, non ci sarebbero abbastanza teschi».

Molto forte, incredibilmente vicino – Jonathan Safran Foer

Traduttore: M. Bocchiola
Editore: Guanda

*Un libro che sia la seconda occasione che dai ad uno scrittore che non ti è piaciuto ( libro non piaciuto e non finito: Ogni cosa è illuminata)

Molto forte, incredibilmente vicino è un libro che aggira ogni meccanismo di difesa, che colpisce laddove non si sapeva di essere più esposti e che spiazza perché lascia inermi a subire le conseguenze. Non sembra lo stesso scrittore, malgrado persistano alcune analogie, come il racconto della seconda guerra mondiale nella Mittleuropa, il coinvolgimento e gli effetti collaterali della guerra e delle ideologie: Safran Foer, a questo giro, vuole farsi capire davvero dal lettore, si fa diretto e immediato, oppure sono io che sono cambiato e non me ne sono reso conto, in ogni caso evviva le seconde occasioni!
Oskar Schell è un figlio che ha perso il padre, Thomas, nel crollo della seconda Torre, l’11 settembre. Non sapendo trovare un senso nella morte del padre e convinto di dover spiegare il mistero della chiave nascosta nell’armadio del genitore, intitolata a un certo Black, Oskar decide di trovare tutti i Black di New York per scoprire che cosa apra la serratura del mistero, in segreto, senza coinvolgere la madre e la nonna, peregrinando per le vie dei cinque distretti, tentando di rimanere ancora legato al padre e al suo ricordo nella risoluzione dell’enigma.

“Ogni volta che uscivo per andare a cercare la serratura mi sentivo un po’ più leggero perché mi avvicinavo a papà, ma anche un po’ più pesante perché mi allontanavo da mamma”.

Bussando alle porte dei Black, Oskar scopre che il suo dolore non è più solo suo e il “giorno più brutto” ha coinvolto migliaia di persone, allargando il proprio punto di vista oltre la personale esperienza di figlio in lutto accogliendo altri modi di essere morti insieme.
Sembrerebbe una trama semplice e invece non lo è perché intorno a questo lutto gravita un senso di abbandono più grande, che è il secondo livello narrativo: la storia del nonno di Oskar, Thomas senior, ed i motivi che lo hanno portato ad abbandonare la famiglia prima che il figlio nascesse, ed i motivi che lo hanno spinto a tornare quarant’anni dopo, quando ha appreso che il figlio che non aveva mai conosciuto era morto durante l’attacco terroristico alle Torri Gemelle.

“Qualche volta sono schiacciato sotto il peso di tutte le vite che non sto vivendo. Che rimpianto, pensare che serve una vita per imparare a vivere una vita. Perché se potessi rivivere la mia vita mi comporterei diversamente. Cambierei la mia vita. Voglio che tu sappia che non è per egoismo che vado via, perché io non sarò mai tuo padre e tu sarai sempre mio figlio. Non mi aspetto che un giorno tu mi capisca, tanto meno che mi perdoni, forse non leggerai nemmeno queste parole, ammesso che tua madre te la mostri. È ora di andare. Voglio che tu sia felice, lo desidero più di quanto desideri la mia felicità, per questo me ne vado. Con amore, tuo padre”.

Che cos’è molto forte e incredibilmente vicino? È lo schianto dell’aereo contro la torre, il rumore dei 100 soffitti caduti in cento pavimenti? O il volo dei corpi caduti dagli ultimi piani? O ancora il tocco della dita della madre, della nonna e del nonno, il contatto dei corpi dei Black?

“Quando ti guardavo la mia vita aveva un senso. Anche le cose brutte avevano senso, perché erano necessarie a renderti possibile. Ogni momento che precede questo dipende da questo. Nella storia del mondo tutto può essere negato in un momento. Ho pensato che tutto quello che nasce deve morire, e questo significa che le nostre vite sono come grattacieli. Il fumo sale a velocità diverse, ma le vite sono tutte in fiamme e tutti siamo già in trappola”.

Safran Foer decide di chiudere con un ricongiungimento, laddove il lutto avrebbe creato divisione, e non lo fa in maniera bonista, lo fa malgrado tutte le premesse siano contrarie a un esito positivo. E forse è questo il senso dei continui rimandi a Stephen Hawking e al suo libro “Dal Big Bang ai buchi neri” nel romanzo: il fatto cioè che è molto più probabile il principio dell’entropia nell’universo, che siamo tutti alla deriva da quel primo momento di massimo avvicinamento, fino al nostro quotidiano precipitare sempre più lontani nell’universo. L’allontanamento è un principio universale, e non possiamo tornare indietro, non possiamo mandare indietro la storia, non possiamo rimangiarci le cattive parole, e non possiamo vivere la stessa vita due volte. Eppure, con un po’ di fortuna, Oskar sembra suggerirci, possiamo decidere con chi cadere in questo eterno precipitare e che senso dare alla nostra vita durante questa lunga caduta.

Stefano Lilliu

Il libro bianco – Jean Cocteau #JeanCocteau

Il libro bianco è un testo che Jean Cocteau ha scritto nel 1927 e fatto pubblicare l’anno seguente. Si tratta di una narrazione poetica della propria omosessualità, specialmente negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza. Le prime copie stampate, in numero limitato, non menzionano il nome dell’autore; mentre la seconda edizione viene firmata ma non vengono riconosciuti come propri i vari disegni presenti (non in tutte le edizioni italiane sono presenti i disegni).

In italiano ne esistono due edizioni: una di Guanda Editore, 1993, Collana:  Quaderni della Fenice,  Curatore: G. Pavanello. E una del 2013 dalla casa editrice ES,, traduzione di Roberto Rossi Testa , con le illustrazioni dello stesso Cocteau che accompagnavano l’edizione del 1930, insieme ad alcuni testi erotici in prosa e in versi.

Jean Cocteau non ha mai ufficialmente legittimato la paternità di questo libro, anche se ha permesso che fosse incluso nell’elenco della sua biografia autorizzata.
Questa ambiguità nelle scelte dell’autore pervade tutto il libro, tanto da diventare essenza del suo pensiero.
La ragione addotta per il rifiuto di firmarlo si trova nel desiderio di proteggere la madre; ma nel libro si avverte, oltre che una incontenibile voglia di denuncia del suo stato di sofferenza, la paura di raccontare a tutti, non solo alla famiglia, della sua omosessualità.
Da un lato scrivere delle sue avventure e dei suoi tormenti adolescenziali gli era necessario per dare prova della propria autenticità; e dall’altro, considerato che fu scritto e pubblicato nel 1928, egli temeva sicuramente per la sua reputazione letteraria.
Il libro si sviluppa tra una sorta di confessione e un’analisi sociologica impersonale sul significato dell’amore e del desiderio, e sulla sistematica negazione dello stesso imposta dalla società. E’ un racconto denso di sofferenza, in cui in ogni capitolo è rappresentato un amante diverso e quindi un raggiro e un dolore più grande, un susseguirsi di piaceri unicamente carnali che non trovano una controparte spirituale, psicologica ed emotiva, accompagnati solo da senso di colpa e di inadeguatezza.
Ogni episodio ci racconta di un’ingiustizia sociale, e il messaggio di Cocteau pare chiaro: “Le mie disgrazie sono dovute a questa società che condanna qualcosa che è fuori dal comune, come fosse un crimine, e ci obbliga a riformare le nostre inclinazioni naturali”.
Le riflessioni sull’omofobia sono penetranti e rivelatrici, come nella valutazione di suo padre, che egli identifica come tipico omosessuale latente : “Esistono pederasti che non conoscono la propria natura e vivono fino alla fine dei loro giorni in uno stato di disagio che attribuiscono a una cattiva salute o a una natura gelosa… Mio padre era senza dubbio ignaro della sua inclinazione e invece di perseguirla, ne seguì con forza un’ altra senza sapere cosa rendesse la sua vita così insopportabile. A quel tempo le persone si uccidevano per molto meno”.

Comunque, affrontando anche le relazioni eterosessuali, l’autore le mostra come inserite in un sistema di dogmi precostituiti che lasciano poco spazio alla vera natura degli uomini. Non esiste, per lui, una zona neutrale intermedia dove le persone possono liberamente scoprire sè stesse e l’altro, e determinare autonomamente le proprie disposizioni senza tener conto delle aspettative del mondo esterno.
Perciò: “L’amore va reinventato, la vita rivissuta, la sofferenza allontanata (…) ma non accetto di essere tollerato. Questo danneggia il mio amore per l’amore e per la libertà.”

E’ un libro interessante per le riflessioni attualizzate sull’accettazione di ciò che non vogliamo comprendere, e per conoscere un artista nella sua autenticità.

Egle Spanò