OVUNQUE PROTEGGICI – Elisa Ruotolo #ElisaRuotolo #recensione

Dopo la dimenticanza di cuore, il Vecchio Girosa dovette provare anche quella di testa. E da allora i suoi pugni divennero tanto feroci da dargli fama di pericolo. Combatteva ogni sera fino a ridursi in melma, poi di ritorno guardava fisso quei genitori bambini che avevano rivoltato la terra per ricavarne solo un ferro scacciaruggine – rubato nella campagna veneta a rischio di buscarsi la pellagra – e una cassa di legno senza attrattive, acquistata in un negozio di robivecchi. La chiamavano Mondo Novo, ed era il loro ultimo sistema per fuggire ancora da quelle stanze in cui di notte giravano a vuoto.

Ovunque, proteggici – Elisa Ruotolo

Editore: Nottetempo
Collana: Narrativa
Anno edizione:2014

Leggere questo libro è un po’ come andare ad aprire un vecchio baule, di quelli antichi che si trovano solitamente nelle soffitte, quelli che hanno le chiusure in metallo ormai arrugginito e che devi forzare un po’ per aprire…
Quei bauli che, una volta aperti, rilasciano quel classico odore di “chiuso”, di muffa e ruggine…odore del tempo che è andato.
Al loro interno trovi di tutto…fotografie in bianco e nero ormai ingiallite, consumate e corrose dall’umidità, vecchi utensili in disuso, una coperta lisa che sa di naftalina, lettere dall’inchiostro sbiadito, quasi illegibili…frammenti di storie, di vite passate.
Storie di famiglia, storie di famiglie…
In questo baule ci sono loro, i Girosa: “una razza di infelici e di randagi”.
Una villa immensa, vuota di bambini e piena di malasorte, sarà palcoscenico di vite difficili e stravaganti, di uomini che non sanno amare e donne tanto fragili quanto resistenti, di fughe e di ritorni, di genitori inadeguati e di figli segnati dal senso di abbandono.
Una storia di ferri portafortuna, di chiodi nelle scarpe, di bambine fulminate, di erbe che guariscono, di saltimbanchi, di legami di sangue, di soffi all’orecchio, occhi pigri e identità rubate.
Una saga familiare a metà strada tra il magico e il tragico…in cui danzano una molteplicità di anime tanto surreali quanto disperatamente vere.

“A cinquant’anni suonati, quando il tempo s’è scelto una strada e la vita ha tutta l’aria di far meno rumore, il passato doveva darsi qualche scrupolo a mettere un piede avanti l’altro e rifarsi vivo. Era finita e io, per sempre fuori dalla grazia ma anche dal castigo, avrei portato innanzi ciò che restava col cuore dello scampato”.

Questo è un libro che “chiede”, chiede un’attenzione non indifferente, pretende impegno, concentrazione, dedizione alla storia… ma ripaga.
Ripaga con un linguaggio bellissimo, denso, che trasuda poesia, ricco di metafore, ricercatezza ed eleganza.
Un’eleganza che però non riesce a celare tutta la disperazione umana dei protagonisti, e s’impone con la sua amarezza.
Ma comunque sempre aperta alla speranza.

“…CHE QUALUNQUE BENE ESISTA A QUESTO MONDO (e in tutti gli altri possibili), CI PROTEGGA TUTTI. OVUNQUE.”

Antonella Russi

Sofia si veste sempre di nero – Paolo Cognetti #recensione

«Sofia», disse l’infermiera a voce alta, «lo sai che cos’è la nascita? È una nave che parte per la guerra».

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Un libro di una casa editrice indipendente (minimum fax)

Paolo Cognetti parla di Sofia come guardandosi allo specchio, senza riconoscersi neanche per un secondo nelle diverse immagini che quello specchio restituirà allo scrittore e al lettore che vorrà guardare. Si rispecchia e si racconta senza omettere il suo arduo confronto con i grandi nomi della letteratura contemporanea da lui stesso citati nel suo blog che in qualche modo osserva, decostruisce e applica: prima fra tutti la Egan de Il tempo è un bastardo, ma anche la Strout, Carver, Salinger, Hemingway, Mc Cann e molti altri. L’assunto che trae da questo confronto non è solo la tecnica a mosaico dei racconti concentrici ed eccentrici, ma è che:
“Ogni fiore piantato, ogni giocattolo dimenticato nell’erba è un pezzetto di una storia più grande e uno può anche provare a ricostruirla partendo da lì – da una sdraio, un’aiuola di lavanda…”.
E così fa Cognetti, entrando nel racconto a caso, a rizoma(come fa Kafka), cambiando stile da un racconto all’altro, saltando tra personaggi ed epoche, evitando di seguire la vita di Sofia in ordine cronologico, come se la guardasse accadere. Seguendo la Egan, l’autore trova un modo di fare esistere simultaneamente le diverse Sofie, dando al lettore la libertà di stabilire un ordine suo, seguendo la propria indole, scovando legami improbabili.
E poi una cosa che piace tanto a Cognetti è il finale in cui si realizza l’intuizione estatica di senso, in maniera non logica, come avviene nei dejavu in cui si trovano connessioni ricordano e non ricordando allo stesso tempo. Così anche Sofia:
“Una volta mi aveva detto di avere un unico vero talento, quello di riconoscere la fine delle cose. Più tardi ripensai a quella frase e immaginai che mi avesse salutato come facevano i suoi amici musicisti. Posando la chitarra, avvicinandosi al microfono, guardandoti negli occhi e dicendo: «Ricordati di me».”
Non so se apprezzarlo o odiarlo: a volte assomiglia un po’ a Baricco quando parla del mare (e io non lo sopporto proprio). Un po’ si autocompiace della sua bravura e questo è poco umile. Eppure ha talento e si sente. C’è qualcuno che ha voglia di darmi la sua opinione?

Stefano Lillium

DESCRIZIONE

E’ una donna la protagonista di questo libro, un romanzo composto da dieci racconti autonomi che la accompagnano lungo trent’anni di storia: dall’infanzia in una famiglia borghese apparentemente normale, ma percorsa da sotterranee tensioni, all’adolescenza tormentata da disturbi psicologici, alla liberatoria scoperta del sesso e della passione per il teatro, al momento della maturità e dei bilanci. Con la sua scrittura precisa e intensa, Cognetti ci regala il ritratto di una donna torbida e inquieta, capace di sopravvivere alle proprie nevrosi e di sfruttare improvvisi attimi di illuminazione fino a trovare, faticosamente, la propria strada.