Non per un Dio ma nemmeno per gioco – Vita di Fabrizio De Andrè di Luigi Viva

Faber è molto di più del mio cantautore preferito.
E’un punto di riferimento, tanto che mi sono tatuata il suo volto sul braccio.
Questo libro ripercorre la vita di Faber e le sue opere, avvalendosi del contributo dello stesso De Andrè e delle persone che gli sono state più vicine: parenti, amici e collaboratori.
Dal punto di vista delle interpretazioni dei testi delle canzoni, ho trovato più completo “Il libro del mondo” di Walter Pistarini.
La biografia dell’artista è trattata a grandi linee ma in modo tutto sommato soddisfacente.
La cosa divertente di questa opera sono soprattutto alcuni aneddoti particolari, esilaranti e stravaganti, che non erano mai emersi altrove, nelle interviste “ufficiali”.
Consigliato sia agli estimatori di Faber sia a chi Faber lo conosce solo per sentito dire:
questa anacronistica biografica può essere il modo giusto per apprendere qualche nozione su di lui, su una grandissima personalità, che contando sulle sue sole forze e capacità,
è riuscito a diventare il più grande Poeta italiano di tutti i tempi.

Cinzia N. Cappelli

La prima biografia autorizzata di De Andrè. L’educazione sentimentale di un “pettirosso da combattimento”, di un poeta sempre pronto a pagare di persona. Una storia commossa e sincera, lontana dall’ufficialità come dall’apologia. Gli anni dell’infanzia, con Fabrizio, “Bicio”, sfollato in una cascina di Revignano d’Asti; lo zio Francesco reduce dal campo di concentramento, prototipo di tante figure dolenti che popoleranno le sue canzoni. L’adolescenza e la giovinezza a Genova, tra i primi tentativi musicali, la ribellione contro la famiglia borghese e la scoperta del sesso – il “peccaminoso” amplesso in una chiesa e lo scandalo messo subito a tacere, l’appassionata relazione con una prostituta di Via del Campo – l’alcol, la bohéme cittadina. E poi l’amicizia con Luigi Tenco, i primi timidi successi, il processo per oscenità a Carlo Martello. Gli anni della maturità e dei trionfi, il figlio Cristiano e la Sardegna, il sequestro, la malattia. Un testo ricchissimo, documentato e avvincente, che dà voce ai racconti di Fabrizio (interviste, colloqui personali, telefonate) e alle testimonianze di prima mano di amici famosi e no, da Paolo Villaggio, complice inseparabile degli anni genovesi, a Ivano Fossati, collaboratore dell’ultimo album, ai genitori di Fabrizio, ai compagni di scuola e di strada.

Il silenzio del lottatore – Rossella Milone #recensione #rossellamilone

Colpevolmente ho trascurato quest’autrice e questo libro, questa raccolta di racconti.
Molto spesso i lettori si tengono lontani dalla forma racconto per paura di diversi aspetti, tra cui l’essere tra loro slegati, questo loro presunto imporre la forzatura fastidiosa di dover entrare nella storia di botto dopo averne abbandonata un’altra, di botto, dopo lo sforzo di esserci appena entrati, quel continuo prendere e lasciare personaggi e situazioni e modi e tempi storici.
Io invece dico che il bello è anche questo, e, nel caso specifico, questa raccolta non contiene questa sofferenza di tenersi insieme a forza. Le storie sono tutte diverse, e anche i tempi, dato che in pratica si passa da un’epoca all’altra percorrendo settant’anni. Ma anche la vita, la nostra vita, procede così, mettendo insieme pezzi di storie personali e viaggi nel tempo. E comunque qui c’è un filo comune, un sentiero condiviso, tanto che spesso ho avuto la percezione che si stesse parlando di un’unica persona, o che fosse possibile, almeno.
Si va dall’adolescenza che scopre, all’amicizia, all’amore, alla convivenza, dall’entusiasmo all’insoddisfazione, ai ricordi della vecchiaia.
Un mondo essenzialmente tutto femminile, quello descritto dalla Milone, la descrizione di un percorso di vita, la formazione di un’esistenza, il passare da uno stato all’altro, queste donne che subiscono una trasformazione e se ne rendono perfettamente conto, ed è spaventoso, tra virgolette, il rendersi conto che questa trasformazione possa avvenire grazie ad un solo episodio o nello spazio di un momento della vita. Come si possa passare dalla bonaccia alla tempesta, dalle certezze alla paura, dalla sicurezza alla delusione, dai pianti di gioia alla siccità completa nello spazio in un flash. La consapevolezza che il relazionarsi con gli altri ci cambi, anche se non ce ne rendiamo conto. La consapevolezza che si parta da una sorgente e si sfoci spesso in un mare inaspettato, tutto personale:

“Eppure, quella mattina, non mi sentivo niente di loro addosso, se non il colore degli occhi di lui, se non i capelli lunghi e castani che aveva anche lei. Ma nei miei occhi c’era qualcosa che lui non aveva: certe venature verdastre simili a quelle di alcune pietre nei fiumi. E i miei capelli erano doppi e gonfi, mentre mia madre doveva cotonarli ogni minuto per riuscire a dargli la forma a panettone che le piaceva tanto. Nonostante i loro geni, nonostante i loro sforzi e i loro gemiti, io ero riuscita a creare da sola qualcosa di nuovo, che non dipendeva da nessuno dei due, ma soltanto dal fatto che fossi lì, a esistere”.

Questo relazionarsi è essenzialmente lotta. Tra genitore e figlio, tra due amiche, tra fidanzati, tra moglie e marito. Una lotta sempre dura, a volte scorretta, ma sempre sincera, sempre tra persone che si conoscono bene, alla ricerca di uno spazio per respirare, che spesso viene a mancare. Uno spazio anche fisico: la necessità di due letti separati, di una linea di confine. In un libro dove la fisicità, e il sesso, hanno un’importanza non certo secondaria.
Un libro dove il silenzio, ha il suo nucleo centrale, il suo motore, il suo respiro profondo.
Il silenzio come pensiero. Come pausa per riflettere. Il silenzio come rifugio dallo spiare altrui e dalle responsabilità che altri ci vogliono affibbiare. Il silenzio dopo un litigio. E anche prima. Il silenzio di un malato e davanti a un malato. Il silenzio di un cane che ti guarda e cerca spiegazioni. Il silenzio di fronte a un fallimento, di un amore o di un’amicizia.
Il silenzio durante il sesso. Per indifferenza, per vergogna, per senso di colpa, per discrezione, per l’orrore di una violenza subita.

E allora c’è l’assoluto bisogno di aprire qualcosa, di far uscire l’energia di tutti i non detti, che fanno male, se accumulati.

«Avete presente l’energia che ci teniamo dentro? Quel bagliore? Quella luccicanza?»
«Quale luccicanza?»
«Sai quel flusso, quell’ammuina che si ammassa nelle ossa, dentro la testa, e pure nelle mura e nelle case. Tutta quella roba che non vediamo ma che non ci fa dormire la notte».
«E questo bagliore esce fuori dai cassetti?»
«Eh. Quello viene fuori da tutte le parti. S’accumula».

La paura dello “strappo”, del restare soli , i tanti dubbi che una decisione così porta alla luce, la citazione di Pavese prima dell’ultimo racconto è significativa, in questo: “Val la pena essere solo, per essere ancora più solo?”. Ecco, qui risposte non ce ne sono. La letteratura, e la Milone, non cercano verità, cercano domande. Lei scrive con sincerità disarmante, con durezza e poesia mescolate assieme, così come la vita alterna luce e buio, luccicanze e sconfitte rassegnate. Questo è un romanzo pieno di lottatrici, che tentano in diversi modi di reagire, di scrollarsi di dosso pesi insopportabili, che a volte vanno in fuga nel deserto, altre decidono di portare quei pesi con stoicismo, altre di ricominciare con nuove consapevolezze, anche se piene di paure:

“Mi sentivo sopraffatta, quasi violentata: c’era improvvisamente troppa vita che mi spingeva via, che mi allontanava da tutto ciò che mi era familiare. Intuivo che ce n’era un’altra, in agguato e del tutto estranea, pronta a fagocitarmi”

“Quando ti allontani dalla finestra ti rivesti con calma, senza fretta. Ti abbottoni il reggiseno, poi la camicetta, poi infili le calze, poi la gonna, poi tiri su la cerniera degli stivali. Con la stessa lentezza cerchi il pacchetto delle sigarette, la borsa, la giacca. Prima di andartene getti un’occhiata distratta alla camera, per verificare di non dimenticare nulla. Pare di no; le tue poche cose le hai raccolte tutte nella borsa che ti porti sempre dietro. Non capisco cosa dici, forse non dici niente. Ma sei triste, si vede. Te ne vai senza nemmeno salutare, chiudendoti l’ennesima porta alle spalle. In quella stanza rimarrà solo un’ombra di te, solo un bagliore, come nella vita di tutti quelli che ti hanno incontrata.”

La vita è una prova. Essenzialmente di resistenza e di coraggio. Fuggire o ricostruire, usando lunghe pause di silenzio per guarire. Sapendo che non esistono i sempre e non esistono i mai.

Musica: Anime salve, Fabrizio De Andrè

https://www.youtube.com/watch?v=0Dg4_camGyY

Carlo Mars