Nudi come siamo stati – Ivano Porpora @nellogiovane69 #recensione #IvanoPorpora

 Chi la scrisse, Non si può morire dentro? Tenco? È uno dei pochi ricordi di mia madre che ho assemblato nel tempo – ricordi di prima e seconda e terza mano, ricordi mezzi di lei, parole dette su lei o ascritte a lei: lei che stende le lenzuola sui fili stesi nel terrazzo della casa vecchia e canta; mio padre che sente squillare il telefono, la chiama. Io sono da qualche parte a giocare, forse, o forse a guardare incantato il moto dei riflessi che l’acqua d’una bacinella componeva sul soffitto, una barchetta di carta rolla.

Non si può morire dentro. Chiunque abbia scritto questo verso sapeva di mentire e lo faceva. E allora scrivo, e Dio maledica le mie parole, se serve, ma me le dia.

Editore: Marsilio
Anno edizione: 2017

La seconda prova lunga di Porpora è un romanzo meravigliosamente sbilanciato. Diviso in tre parti, la prima ben più lunga che rimanda tematicamente e stilisticamente al precedente La conservazione metodica del dolore. Si sviluppa come un travaglio emotivo, sentimentale ed esistenziale narrato in prima persona da Severo, l’artista-corpo, l’uomo che sembra scavarsi dentro, rovistare alla ricerca del senso ultimo del creare, del dipingere. Severo ha col proprio corpo, col padre e con la propria arte un rapporto conflittuale, problematico, tanto da farsi malattia come un approdo (e una modalità) inevitabile. Poi c’è Anita, nel cui amore Severo sperimenta una sponda vitale, un’ipotesi di completezza che sembra non essere in grado di governare, di trattenere a sé. Il terzo lato del triangolo è Arsène, l’artista famoso e bohémienne che diventa maestro di Severo. Tra i due si sviluppa un rapporto intenso e controverso, a tratti aspro e bizzarro. L’accartocciarsi progressivo di Severo nella malattia che sembra consumarlo diventa quindi un percorso di ri-formazione, di approdo faticoso alle ragioni (gli scacchi come simbolo di questo ragionare) che possono renderlo vivo oltre che creativo.
Le altre due parti, più brevi, sconcertano per il passaggio alla terza persona (alla fine si capirà il perché) e per il cambiamento di stile, di temperatura. Nella seconda – bellussima – seguiamo Arsène adolescente, la sua formazione che fa luce su un tragico”peccato originale” e che quindi diventa a posteriori l’anima in filigrana di tutto il romanzo. La terza parte recupera il presente della storia (il 2005) e tira le fila seguendo un Arsène sempre più provato, consumato e svuotato dal dissidio interiore, lui l’Artista che si sente condannato a vampirizzare il creato, come un dio triste perché finalmente consapevole.
Lo sbilanciamento di cui dicevo è proprio questa strana incongruenza tra le parti, una discontinuità profonda che però si compenetra, chiama le vicende a confrontarsi e incastrarsi, a significare. A significare anche, in un finale che ti inchioda alle tue responsabilità di lettore, il ruolo vitale della scrittura – in barba alla “crisi del romanzo” – e quindi dello scrittore, insostituibile strumento (modalità, metodo, dimensione) per scavare e vagliare nel cuore ignoto dell’animo umano.

Stefano Solventi

SINOSSI

All’inizio ci sono due bambini, in Provenza, che corrono, metà per gioco e metà no: Bastien, il fratello maggiore, e Arsène, il minore. Bastien da questa corsa rimarrà segnato per la vita, e Arsène non riuscirà mai a perdonarselo. Molti anni dopo, a Viadana, un paesino in provincia di Mantova, un giovane pittore, Severo, chiede a un affermatissimo pittore francese, Arsène, di accettarlo come suo allievo. Perché Arsène ora vive lì, tra argini e nebbie? Che cos’ha “visto” in Severo, al punto di decidere di prendere su di sé, letteralmente, il suo male? Sono due misteri che solo una morte svelerà parzialmente. “Nudi come siamo stati” è tre romanzi in uno: la storia di un giovane sordo a se stesso che impara ad ascoltarsi; la storia di un bambino che perde la felicità e la scambia con uno strano cinismo; la storia di un uomo per il quale tutto è compiuto, e morire è come centrare il bersaglio di un’esistenza.

Prima del fuoco – Gaute Heivoll #recensione

Romanzo molto intenso e cupo, difficile da classificare. Giallo, Mistery, Romanzo psicologico? Siamo nella Norvegia degli anni 70, in un piccolo paese di campagna dove tutti si conoscono da sempre e il vicino di casa è considerato una persona di famiglia. Ci si fida l’uno dell’altro, ci si aiuta vicendevolmente, i giovani del posto sono tutti bravi ragazzi. Il male sembra non far parte di questo piccolo nucleo abitato, fino a quando qualcosa di terribile comincia ad alimentare il panico nel paese e la paura si insidia giorno dopo giorno nella tranquilla quotidianità dei suoi abitanti: un piromane sta devastando la campagna circostante dando fuoco alle fattorie nei dintorni, arrivando fino alle abitazioni del paese. Tutti conoscono le vittime, è impensabile che sia qualcuno della comunità. Il figlio del capo dei pompieri è sempre stato un ragazzo serio e diligente, ma la sua mente è preda di qualcosa di oscuro che nemmeno la madre riesce ad afferrare. Solo lei ha capito chi è il folle piromane, ma non riesce ad accettarlo. Perché ad un certo punto certe menti diventano criminali? Perché un bravo ragazzo di periferia con una solida famiglia alle spalle, che ha come esempio quotidiano due genitori onesti ed amorevoli piano piano viene attratto dalle tenebre? Anni dopo, un giovane scrittore che all’epoca dei fatti era appena venuto al mondo, cerca di trovare una risposta attraverso il racconto di ciò che accadde. Anche lui ha sperimentato la sofferenza interiore e quella sensazione di smarrimento ed inutilità che spesso accompagna il difficile percorso verso l’età adulta. Anche lui sa bene che esiste un lato oscuro in ognuno di noi: l’ha visto, l’ha toccato. Ma poi qualcosa l’ha tratto in salvo. Forse la risposta è proprio questa: qualcuno, semplicemente, non riesce a salvarsi dalle proprie tenebre.

La giustapposizione della storia del piromane e dello scrittore non funziona proprio sempre e forse un po’ ripetitiva. Bella e tristissima la storia marginale del giovane Kåre. Un romanzo stilisticamente molto ben scritto, anche profondo nella descrizione dei personaggi.

Paola Castelli