Elegia americana – J. D. Vance #JDVance #ElegiaAmericana #HillbillyElegy

From the Monongahela valley to the Mesabi iron range
To the coal mines of Appalachia, the story’s always the same
Seven hundred tons of metal a day, now sir you tell me the world’s changed
Once I made you rich enough, rich enough to forget my name.

Bruce Springsteen, Youngstown

Hillbilly Elegy, tradotto (secondo me non benissimo) in italiano con Elegia Americana, è un libro memoir del 2016, in cui l’autore racconta la storia sua e della sua famiglia, montanari (hillbilly, appunto), rozzi sdentati redneck del Kentucky, poveracci i cui antenati non scesero dal Mayflower per divenire parte della classe bianca WASP in perenne ascensione in America. Questi sono i miserabili, i cui avi si spezzavano la schiena come mezzadri degli schiavisti del Sud, minatori di carbone, macchinisti e operai nelle acciaierie, tutti lavori perennemente sottopagati, che con il tempo sono poi scomparsi, o in via di esaurimento. Sono il white trash, la spazzatura bianca, che sta proprio di fianco a quella ispanica e a quell’altra di colore.

Quando il libro è uscito in America, citato da Oprah Winfrey e Hillary Clinton, è stato catapultato piuttosto sorprendemente in cima alle classifiche dei best seller perchè, nell’ascesa di Donald Trump, è stato visto dai liberali americani come una sorta di stele di Rosetta per decifrare una specie misteriosa e fino a quel momento tutto sommato innocua (e quindi trascurata) dell’elettorato americano: il bianco povero della classe operaia che vive nella regione degli Appalachi e del Midwest, che alle elezioni del 2016 è stato decisivo per la vittoria di Donald Trump alle presidenziali.

Sì, sono bianco, ma non mi identifico di sicuro nei WASP, i bianchi anglosassoni e protestanti del Nordest. Mi identifico invece con i milioni di proletari bianchi di origine irlandese e scozzese che non sono andati all’università. Per questa gente, la povertà è una tradizione di famiglia. Gli americani li chiamano hillbilly (buzzurri, montanari), redneck (colli rossi) o white trash (spazzatura bianca). Io li chiamo vicini di casa, amici e familiari.

L’autore intreccia la propria storia personale con quella della sua famiglia, in un arco narrativo che è un classico racconto americano: i suoi nonni emigrano dopo la Seconda Guerra Mondiale dal Kentucky all’Ohio, in cerca di una vita migliore che, per certi versi, trovano. Lavorando sempre, tanto e con onestà, riescono a conquistare quei beni di conforto basilari (la casa, la macchina) che identificano in qualche modo il fantomatico ceto della middle class. Come in ogni storia di emigrante, i nonni hanno portato con sè dalla terra di origine i propri valori e convinzioni: qualche cosa era molto bella e positiva, per esempio la lealtà verso la famiglia e l’amore per il proprio Paese. Qualche altro aspetto era estremamente sbagliato, come una certa tendenza alla violenza (in casa e fuori), all’abuso verbale, al rifugiarsi nell’alcool; da questo matrimonio burrascoso uscirono figli e figlie con vari stadi di nevrosi e dipendenze; in particolare una di loro, la mamma dell’autore, risultò un esempio di instabilità e isteria, violenta, inconcludente, drogata fin da giovanissima, sessualmente promiscua (interminabile la sfilza di mariti e patrigni descritti nel libro). L’autore, nonostante questo background preoccupante e poco incoraggiante, riuscirà a uscirne: allevato dalla mitica nonna, vero baluardo di questa disastrata famiglia, studierà, si arruolerà nei Marines, si laureerà addirittura a Yale, e lascerà definitivamente dietro di sè le origini di spazzatura bianca.

Quindi, un libro importante, per storia e significato. Mi è piaciuto? no. Lo consiglio? meh.

Innanzitutto, per me J. D. Vance non è un gran narratore: in una storia famigliare di così grande respiro, i nonni, gli zii e le zie, vari e diversi personaggi con tutta una serie di caratteri e voci da far udire, non riescono mai a uscire dalla pagina, descritti poco e male, un triste piattume di scrittura che è francamente sconfortante, viste le premesse. Penso che sarebbe stato bello conoscere meglio e senza prolissità queste persone, ma non ci è dato farlo per evidenti limiti di talento.

Poi. In questa storia, l’unico a uscire vincitore è l’autore; tutta la famiglia, per una serie di diverse circostanze, è impantanata e affossata da quelle che sono le piaghe endemiche di questa classe sociale americana: abbandono scolastico da giovani e giovanissimi, dipendenze da droghe e alcolismo, violenza domestica, matrimoni e divorzi senza soluzione di continuità nell’arco di pochi anni, affidamenti di minori disagiati vissuti come cose ordinarie, indebitamento eccessivo, delinquenza diffusa, familiarità con il carcere. La questione che sorge spontanea in America è quanto sia responsabile di tutto questo lo Stato, e quanto sia invece colpa essenzialmente di queste stesse persone se sono così tanto hillbilly dentro da non avere la forza morale di elevarsi al di sopra delle difficoltà. Per i democratici, in generale, la povertà è un problema (anche) strutturale: per riuscire ad avere una vita dignitosa devi avere la possibilità di curarti se sei malato, scuole decenti con programmi di refettorio e recupero aperte a tutti, non solo a chi paga di più, riabilitazione e non il carcere se hai un problema di assuefazione o una malattia mentale, e in tutto questo se non hai soldi di tuo deve entrare in campo il governo e aiutarti.

J. D. Vance è un repubblicano, e si vede nel momento in cui la sua risposta sta nell’opzione: chi lavora di più, ce la fa. Chi ha la fortuna di avere almeno un familiare onesto e lavoratore (in questo caso, la nonna) che gli fa da scudo, deve solo impegnarsi, e il sogno americano si avvererà, perchè, per questo tipo di America, se non sei ricco è solo colpa tua, in fondo. Arrivando da un libro come Nomadland, dove vedi dei vecchietti di settant’anni che hanno lavorato una vita dover continuare a lavorare perchè non hanno altra prospettiva, questo per me è l’altro grande problema di Elegia Americana: una grande generalizzazione in cui si deresponsabilizza una parte importante del disagio sociale americano giustificando le avversità di questo ceto di poveri con la motivazione che in fondo se ci sei nato, non vuol dire che ci devi rimanere, puoi tirartene fuori, come tanti hanno fatto. E’ vero, non ci sono risposte facili, e credo che Vance non abbia torto quando parla di come molti indigenti della sua città di origine rimangano tali perchè sono nati in una tale disperazione che non hanno mai neanche provato a pensare di poterne uscire. E le sue descrizioni, anche se imperfette, aprono comunque finestre sui suoi amici e parenti, e su quello che pensano davvero: che i media mentano, che i politici mentano, che le Università siano inaccessibili perchè corrotte e comunque favorevoli ai ricconi, e che i militari, che loro idolatrano, stiano combattendo guerre inutili; e allora, perchè provare a ribellarsi, se il sistema è contro dall’inizio?

La terza e ultima critica che mi sento di dover fare al libro di Vance che ci spiega le vite degli Hillbilly, le sfide che devono affrontare, e il perchè votano come votano, è la sua totale e gravissima mancanza di consapevolezza del problema del razzismo che pervade il ceto medio basso americano. Ovviamente è un problema che mina tutta la società americana, a ogni livello. Ma qui si parla del perchè i redneck hanno votato Trump con così grande soddisfazione ed entusiasmo, e uno dei motivi basilari è che sono dei razzisti del cazzo; non lo si può ignorare, o sottovalutare, e la ragione per cui il successo di Trump è stato così spettacolare nelle regioni degli Appalachi è perchè i suprematisti bianchi avrebbero fatto qualunque cosa dopo otto anni di un ne*ro come presidente pur di avere un altro bianco al potere (e lasciamo pure perdere che contro Trump correva UNA DONNA addirittura). Non è una coincidenza che i cosiddetti bastioni del trumpismo siano tutti in predominanza bianchi, e non è una novità sapere che Trump ha cavalcato con grande entusiasmo l’ondata di xenofobia in quei distretti. Ma questo aspetto è del tutto assente nel resoconto di Elegia Americana.

Ora, in fondo J.D. Vance non è un fine sociologo, o un rinomato storico: è solo un avvocato di Yale che ha scelto di raccontare la sua storia e quella della sua famiglia, e i liberali Americani hanno poi deciso che il suo libro e le sue (per me) eccessive semplificazioni erano tracce precise e illuminanti per spiegare la devastazione degli Stati Uniti post recessione del 2008. A me non sembra che questo libro basti per capire perchè un’intera generazione di statunitensi sia stata abbandonata a sè stessa, nè come sia possibile far fronte a questa implosione di un’idea sociale che è praticamente defunta, ma se Elegia americana ha aiutato i suoi lettori americani a riflettere sul tipo di problemi che li hanno portati a quattro anni di Trump, allora fermo il giudizio. Non è un libro orribile e l’autore parla con affetto della sua Terra e della sua gente, ed è certamente un punto di partenza per riflettere sulla fine di un sogno che è stato anche nostro, per molto tempo.

PS. Segnalo che ne hanno tratto un film per Netflix, diretto da Ron Howard, con Glenn Close e Amy Adams. Pur con queste premesse qualitative, le recensioni sono pessime.

Lorenza Inquisition

Sleeping beauties – Stephen King – Owen King #recensione #StephenKing

La morte ti cambia. A volte è un male. A volte un bene. In entrambi i casi, l’unica è mangiare una cazzo di braciola e tirare avanti.

“Due cuori son meglio di uno.” (Bruce Springsteen). Ma: due King sono meglio di uno solo (e che uno, il Re?) No.

Però. Due King sono meglio di niente King. E come diceva mia nonna, Pütost che nienta, l’è mei pütost.

Sleeping beauties è un buon libro, che mi è piaciuto anche se non l’ho amato di vero amore. Ha un messaggio molto importante che va letto e macinato, da tutti ma soprattutto dalle donne, e quindi lo consiglio e consiglierò a tutte, anche a quelle che hanno un poco paura di King perchè scrive cose horror (ma questo non è il caso).

Se l’avesse scritto da solo il King prima maniera, ma anche seconda o terza, sarebbe venuto fuori un capolavoro. Ma oggi abbiamo questo King qui, settantenne che ha scritto col figlio un libro da un’idea del figlio per una serie TV che a breve verrà prodotta (e d’altra parte quando non), e non si può cambiare. Non è un capolavoro, ma non è nemmeno lontanamente brutto come la trilogia di Mr. Mercedes, e per questo già andiamo ad accendere ceri alla Madonna.

Probabilmente un giorno lo rileggerò pure, questo Sleeping Beauties, perchè come ripeto, ha un messaggio importante e una serie di riflessioni sostanziose sulle quali voglio ritornare; purtroppo lo stile è a volte un po’ meh e l’esecuzione un poco mah, quindi non c’è da strapparsi i capelli gridando al miracolo, ma proprio penniente.

Quando si parla di un romanzo scritto a quattro mani, riferito a un autore che si ama molto, è normale chiedersi dove queste altre “due mani” saranno andate a finire, se sarà evidente cosa ha scritto King o se sarà tutto un colossale papacchione padre/figlio; con certezza, ovviamente, non è possibile dirlo. Però, so con certezza dove il Re è presente, perchè quando è lui è lui ed è lui: e quindi quando arrivano i topi, quando entriamo nell’Altro Mondo, quando una certa protagonista levita sulla branda con quel certo je ne sais quoi à la Randall Flagg. Questo è bello e soddisfacente, per la lettura; purtroppo non vedo il Re dove avrei voluto vederlo, per esempio nel momento in cui caratterizzare la miriade di personaggi che intasano il racconto.  Per me, il vero difetto di Sleeping beauties è che è troppo corto; è un libro di 700 pagine, ma per come avrebbe potuto scriverlo King, che parte pennellando persone e animali e poi mondi, galassie, universi, lasciandoti senza fiato, con le gambe che cedono, l’affanno, la tachicardia, la voglia di piangere per tanta bellezza, ti fa ridere e ti sbatte contro il muro, con la proprietà di linguaggio più affilata e puntuale dell’universo creato, eh, per quello, qui mancano almeno duecento pagine. Oppure, volendo, possiamo anche dire che è un libro troppo lungo, che non riesce comunque a caratterizzare bene come dovrebbe. Credo che sia l’unico libro di Stephen King, forse con l’eccezione di The dome, in cui c’è un elenco personaggi all’inizio; e questo, per un romanzo, vuol dire solo una cosa: se ci sono così tanti soggetti che ha bisogno di un indice, significa che l’editore stesso pensa che i lettori non sarebbero in grado di capire di chi si parla, chi fa cosa, chi ha detto quello e quando e a chi. Trame fitte di personaggi che sbucano da ogni dove non sono una novità, per King padre. Qui purtroppo il famoso indice serve eccome, e ahimè, rimane tutto un arrancare per la prima parte del parte del romanzo, fin verso la metà, senza avere idea di chi siano la maggior parte delle persone coinvolte, e quel che è peggio, molte le ritrovi verso la fine continuando a non avere idea di chi siano. Non ti rimangono in testa, non spiccano, non le riconosci, non ti parlano. E questo è un grande, brutto difetto di questo libro.

Detto ciò, tutta la negatività di cui dovevo parlarvi per Sleeping Beauties finisce qui, per fortuna. La storia prende, e ha un che di onirico surreale da fiaba nera: un virus pandemico nomato Aurora che si stende sul mondo un bel giorno, contagiando tutta la popolazione umana di genere femminile, che cade in un sonno profondo senza risveglio, come la principessa della fiaba. Non ci sono medicine, e non si risvegliano, anche se non sono morte. Gli uomini, i maschi, reagiscono come possono (generalmente male), scoppiano insurrezioni, disastri, scenari di guerriglia urbana. Nel frattempo le donne si risvegliano in un Altro Mondo, un aldilà, un mondo sottosopra, volendo, dove gli uomini non esistono, almeno finchè i bambini che alcune di loro portano in grembo non saranno nati, e scoprono di poter fare tante cose. Per esempio, creare un mondo migliore, allevando uomini migliori, meno ottusi, meno insensibili e grezzi a causa della società patriarcale che è stata l’unica organizzazione sociale che per millenni hanno avuto come riferimento, in cui il maschio domina, e la donna è proprietà. Proviamo, per esempio, putacaso, ad allevare per centinaia di anni dei maschi in un regime matriarcale. Vediamo che succede. Il tema fondamentale di Sleeping beauties è questo: tutti gli esseri umani sono fallaci e imperfetti. Ma qualcuno, per citare zio Orwell, è più imperfetto di altri, e se questo qualcuno ha i muscoli e per millenni è stato il genere dominante, ed è arrivato ai giorni nostri convinto che una sberla qui, un sopruso sessista là, e tutto è giusto e regolare nel mondo no, forse è meglio fermarci. Riproviamoci. Le donne, ci dice il dinamico duo king&King, non sono necessariamente senza peccato originale, ma il mondo dove vivono è violento e maschilista, si picchia, si uccide, si lascia governare il testosterone, forse è proprio da buttare. Lo buttiamo? Riproviamo nell’Altro Mondo, a fare qualcosa di meglio? O ci teniamo questo, e proviamo a cambiare qualcosa nella mentalità maschile? La scelta, in Sleeping beauties, viene fatta: quale sia, lo scoprirete a fine libro.

C’erano donne cattive e uomini cattivi; se esisteva qualcuno con il pieno diritto di affermarlo, quel qualcuno era Lila, che aveva arrestato parecchi di entrambi. Ma gli uomini si battevano e uccidevano di più. Ecco perché non c’era mai stata parità. I due sessi non erano pericolosi allo stesso modo.

Sleeping Beauties è un romanzo poco horror e un po’ supernatural, con qualche ammazzamento violento e un racconto un poco dark, un ibrido tra un romanzo apocalittico e una puntata di Ai confini della realtà. I King lo usano per veicolare una serie di loro opinioni e riflessioni politiche; questo ha creato nei fan americani una serie di scenari brutti di indigniazione che non sia mai che uno scrittore si metta a criticare nel suo libro la grande madre amerika. A me non ha dato fastidio: oltre a quello femminista, Sleeping beauties affronta su diversi piani e con una serie di riferimenti e battute molti aspetti dell’America di oggi: innanzitutto Donaldone Trump, poi le fake news (ribattezzate “false” news), la diffusione incontrollata di armi, e anche la questione della violenza razziale, più una serie di problemi sociali, che vanno dal bullismo a scuola alla dipendenza da droghe, dalla violenza domestica all’alcolismo in zone rurali disagiate e impoverite.

Lo consiglio, in sostanza? Sì. Se non avete mai letto il Re, però, ovviamente, non cominciate da qui. E’ come ascoltare Dylan per la prima volta partendo dall’album di Natale (che, per carità).

Baci.

Lorenza Inquisition

Sono un perdente, pensò. Beck deve avere composto la sua famosa canzone con me in testa. Eravamo tre contro uno, ma in ogni caso sono il re degli sfigati. Cominciò a zoppicare verso casa, perché la casa è il posto dove ritorni quando sei ferito e malconcio.