Gli anni al contrario – Nadia Terranova

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Per l’autrice dev’essere stato un bel salto, passare dai libri per ragazzi a questo romanzo. Ma forse non è così, dato che i suoi libri per ragazzi non erano esattamente ascrivibili al puro mondo dei ragazzi. Erano e sono bei libri. E poi…come se fosse semplice, scrivere dei ragazzi e scrivere ai ragazzi.
Questo libro è, essenzialmente, una storia d’amore. Una storia di una coppia. Lo sfondo è la fine degli anni ’70, per poi arrivare alla caduta del muro di Berlino. La storia di due ragazzi che va ad intersecarsi con la Storia, quella maiuscola. I marxisti leninisti, il collettivo di via dei Volsci, gli indiani metropolitani, il sequestro Moro e gli anni di piombo. Non è solo la loro storia privata, è un pezzo di Storia italiana, con tutte le sue contraddizioni, gli slanci, gli errori.
Due ragazzi diversi tra loro, come diverse le loro famiglie, anche se poi non così diverse come dovevano. Estrazione politica opposta, il fascistissimo padre di lei e l’avvocato comunista, di lui, ma visioni della vita non così dissimili. Un po’ come oggi, dove tutto, con il tempo si mescola, si annacqua, diventa indistinguibile. I ragazzi diventano una coppia, ed uniscono i loro sogni di cambiare il mondo, di essere diversi dai loro genitori. Ci provano. Ma essere coppia, avere un figlio, sembra sempre un freno ai sogni, piuttosto che uno slancio. I sogni si ammorbidiscono, o si frantumano. E quando lui se ne rende conto, crolla. Il classico inizio dove tutto sembra possibile, dove ci si sente invicibili, immortali, e il mondo davvero sembra poter cambiare, e siamo noi, a poterlo fare, anche facilmente. Poi però la realtà è fatta di giornate in cui il tempo non ti basta più, in cui i doveri ti bastonano le ruote, in cui un figlio ti succhia energie e pensieri. E bisogna mettere da parte i sogni, i desideri. Parcheggiarli, ci si illude magari di riprenderli poi, un imprecisato poi…e magari la vita di coppia, che sembrava uno sbocco naturale verso un mare ancora più aperto e più bello, diventa come uno stagno dove non si nuota volentieri, diventa una diga e non una foce. Una parabola di molte coppie. Chi sogna e continua a farlo fuori tempo, e chi paga le bollette, immerso nel quotidiano, impedendosi tutto il resto, ogni altro pensiero. La narrazione è in terza persona, e questa terza persona si svelerà solo al termine. La scrittura è chiara, netta, senza fronzoli, diretta, e bella, molto ritmata, dieci anni e più di storia che scorrono in poche pagine. E mi ha commosso. Lei è nata nel ’78, quindi quando questo libro inizia la sua narrazione, e direi che la scelta è stata molto coraggiosa. Ma non penso che l’epoca storica sia determinante in sè, i ragazzi che hanno sogni hanno le stesse difficoltà anche oggi, e forse anche di più, perchè oggi, appunto, ci si nasconde più di allora, ci si mescola, si perdono o non si hanno punti di riferimento, 35 anni fa si sceglieva da che parte stare, spesso nettamente e dolorosamente.
La Storia maiuscola è importante solo in quanto periodo di dolori e di fallimenti dolorosi, che si vanno ad intersecare con quelli personali e privati, spesso determinandoli direttamente.
Siamo tutti fragili, la Storia è più grande e più forte di noi, 100 anni fa, 30 anni fa, come oggi. E’ un libro duro. Che sembra non lasciare speranza, oppure metterla sotto duro processo. Solo gli occhi di un bambino, come sempre, sono quelli che i sogni non li perdono mai. Ma purtroppo cresciamo.

“Era un giorno di Fata Morgana, uno di quelli in cui la luce rende la Calabria così vicina che sembra di poterla toccare, tanto che si raccontano storie su chi, impazzendo, si è tuffato convinto di poter raggiungere a nuoto la punta del continente.”

“Se non ci fosse stata Mara forse ci saremmo persi subito, ma almeno non avremmo continuato a incolparci per le nostre solitudini.Quando penso agli anni trascorsi mi sembra che siano andati tutti al contrario”

Resta con me, Elizabeth Strout

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Resta con me – Elizabeth Strout

Siamo nel Maine, fine anni ’50. Un giovane pastore protestante, la sua bella moglie, una figlia ed un’altra in arrivo. Una comunità che li accoglie con favore, gentilezza, anche se nei confronti di lei si bisbiglia…e il libro è molto di questo, si bisbiglia, si chiacchiera alle spalle, sorrisi davanti e piccole/grandi pugnalate dietro, facciate da difendere e segreti da nascondere. E quando le maldicenze sono scoperte, cresce la tensione. Quando esce fuori sempre lo stesso vizio delle piccole comunità, e cioè la diffidenza e la non accettazione nei confronti del tizio venuto da fuori, lo straniero, il diverso, quello non allineato con le tradizioni, e anche con le cattiverie locali, a volte…ci sono parecchi temi, nel libro, eutanasia, suicidio assistito, e altri, forse troppi, direi, che, per me, rimangono non sviscerati a fondo. La Strout scrive benissimo, ma per me questa è sociologia, più che letteratura, manca la poesia, non mi sono appassionato alle vicende del protagonista. Il romanzo, sempre per me eh, non decolla, è freddo. Nonostante il finale in cui c’è il respiro della speranza, della crescita individuale e collettiva, dove dal tanto dolore rinasce un sorriso. America, ipocrisia, falso bigottismo, pastori, chiese, sermoni, forse per me era troppo, da sopportare…riproverò con Olive Kitteridge…

Carlo Mars