Trilogia della pianura – Kent Haruf #KentHaruf

Quante volte sono entrato e uscito da quella porta. Non è così, Mary? Secondo te quante volte, caro? Sei giorni alla settimana, cinquantadue settimane all’anno per cinquantacinque anni, rispose lui. Quanto fa? Fa una vita intera. È vero. È la vita di un uomo, disse Dad.
Si è già scritto molto su Haruf ed i suoi magnifici libri, della sua scrittura semplice ma diretta, capace di descrivere e creare luoghi, situazioni e personaggi così reali che il pensiero di non poter più tornare ad Holt mi lascia una sorta di malinconia.

Avrei voluto tornarci ancora e ancora…
Ho letto numerose recensioni e non vi tedio con la mia, mi preme però lasciarvi ciò che queste letture hanno donato a me.

Sembra una specie di benedizione, una benedizione a doppio taglio, disse Lyle. Dad lo guardò. Eh, sì. Un sacco di volte le benedizioni non sono andate per il verso giusto.

In tutti e tre i libri ricorre il “prendersi cura”, in questa società così occupata a pensare al singolo, dove si fatica a comunicare in modo reale, Haruf ci dipinge dei personaggi meravigliosi, che si occupano l’uno dell’altro senza nulla chiedere in cambio. Troviamo vite strappate alla loro piacevole solitudine, perché quando è una scelta non è così terribile, proiettate in un nuovo modo di vivere nel quale offrono la loro attenzione e le loro a cure a chi ne ha bisogno.
Il messaggio che tornando a casa puoi trovare un piatto caldo, una coperta da condividere, uno sguardo amico o un semplice caffè da condividere è a mio avviso il più bello che lui ci ha lasciato…
Non solo nella malattia o nelle difficoltà ma anche nella gioia delle piccole cose quotidiane, se impariamo a prenderci cura l’uno dell’altro abbiamo vinto.

Mariagrazia Aiani

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Kent Haruf – Benedizione #KentHaruf #Benedizione @nneditore

haruf

Non sempre è facile giudicare un romanzo, stabilire cioè il distacco necessario a valutarlo nella prospettiva della propria esperienza di lettore. In casi come questo è molto difficile, ed è un bene. È un bene perché Haruf riesce a minimizzare – o se preferite sublimare – la dimensione narrativa. Il meccanismo narrativo in effetti sembra farsi essenziale fino a diventare trasparente, fin quasi a scomparire. Resta un resoconto, asciutto eppure palpitante, della fase terminale del protagonista che trascina con sé – nel suo cono di luce in dissolvenza – lo spaccato di una cittadina statunitense alla fine del ventesimo secolo, con sullo sfondo la presenza cupa e ovattata della Guerra del Golfo. Succede solo la vita, col suo carico di memoria e il suo scivolare nella morte. Ma nell’obiettivo c’è la società periferica posta al cuore dell’idea di nazione, una visione frattale del grande senso di assedio che sterilizza la pietà, l’empatia, gli affetti in nome di una way of life che diventa il serbatoio di consenso per una strategia politica globale. Al di là di questa lettura politica, la bellezza del libro sta proprio nell’umanità che affiora improvvisa, imprevedibile, inessenziale dalle crepe occasionali che si aprono nella cappa di indifferenza, spesso di ostilità.
Dovendo assegnare un voto, non darei il massimo solo perché mi è rimasta la sensazione di qualche filo narrativo che non è stato snodato fino in fondo, oltre ad un senso di vaga incompiutezza.

Stefano S.