Ben Lerner, Nel mondo a venire

alla fine ci sono libri che capisci che sono scritti bene, ma di cui cerchi la grandezza tra le pagine solo perché la critica li ha descritti come capolavori.

capita spesso (almeno a me) con la nuova letteratura americana: lo sforzo di trovare una trama è esercizio vano.

qui siamo in presenza di un meta-libro: il protagonista è un autore che racconta la genesi del suo secondo romanzo, cioè proprio quello che il lettore si trova fra le mani.

ci sono alcune sottostorie interessanti, ma anche digressioni sulla critica letteraria, sul mondo editoriale, sull’ispirazione, sul rapporto realtà/finzione e sulla percezione del presente.

tutto interessante, tutto colto, tutto per cervelloni dell’intellighenzia.

tutto pure un po’ noioso.

andrea sartorati

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Un uomo di poco più di trent’anni vede la propria vita cambiare improvvisamente direzione. La sua migliore amica gli ha chiesto di aiutarla a concepire un figlio, ma senza diventare una coppia. La carriera di scrittore ha incontrato finalmente un insperato successo, e in modo altrettanto imprevisto è giunta la diagnosi di una malattia cardiaca, potenzialmente fatale. Questi eventi, questi improvvisi stravolgimenti, felici, drammatici, curiosamente esilaranti, sembrano riflettersi nel mondo che lo circonda. New York è scossa da tifoni, uragani e tempeste, come fosse una città tropicale. La crisi rende tutti ansiosi e aggressivi, niente sembra più funzionare, a livello personale, collettivo, intellettuale, sentimentale. Non è certo il momento migliore per fronteggiare lo spettro della propria mortalità, o pensare a diventare padre.
Ben Lerner è tra i più interessanti nuovi scrittori americani, accolto fin dal suo esordio con entusiasmo critico e attenzione del pubblico. Un autore «meravigliosamente divertente e intelligente, vivissimo e originale in ogni sua frase» secondo l’elogio di Jonathan Franzen. In questa storia, che continuamente oscilla tra realtà e finzione, tra emozione e ironia, sembra inseguire un’intuizione, una visione in grado di incastonare nella lingua letteraria la traccia fievole della vita contemporanea, di intravedere la scia del mondo che ci attende. È una ricerca ambiziosa, soprattutto in un’epoca in cui immaginare il futuro è diventato difficile, e questa difficoltà cambia profondamente il nostro rapporto con il presente e con il passato, con le persone che ci stanno accanto. Allora bisogna guardarsi intorno, scrutare la città, le sue strade, i suoi abitanti, con sguardo consapevole della storia e della complessità, col gusto dell’esploratore che ispirato dal poeta Walt Whitman si nutre nelle sue peregrinazioni dello spettacolo della moltitudine e della pienezza. Che può scaturire in ogni attimo o luogo, e brillare di luce inaspettata, illuminando il passato e il presente, rivelando in un istante le possibilità del futuro.

Sottomissione, Michel Houellebecq

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lettura pre-pasquale per il libro che probabilmente ha avuto il traino di marketing più tragicamente involontario e contemporaneamente efficace della storia.

houellebecq può piacere o meno (qui probabilmente non è al suo meglio: a me è piaciuto molto nella sua versione meno estremista di una storia “normale” come la carta e il territorio), ma ha una rara capacità visionaria e la lettura dei suoi romanzi, pur tra tanti messaggi non sempre chiari, porta sempre a qualche riflessione stimolante.

l’autore immagina infatti una francia – ma il discorso vale per tutto il continente – molto prossima conquistata dalla religione musulmana. la “colonizzazione” non avviene attraverso conquiste militare o atti di violenza terroristica, ma col semplice meccanismo democratico delle elezioni.

il risultato è determinato dall’atteggiamento remissivo delle forze politiche tradizionali europee, tra una destra priva di cultura e una sinistra arrendevole in nome di una solidarietà buona solo per autoattribuirsi patenti di civiltà.

ma il vero messaggio del libro – a torto scaraventato dall’attualità nel dibattito sullo scontro fra civiltà – è che l’islam vincerà non tanto per i suoi valori, quanto perché alle miserie dell’uomo comune conviene così.

nel volume la mediocrità è rappresentata dal mondo accademico, ma basta guardarsi attorno per capire che, mentre nei quartieri molti sono pronti a imbracciare i forconi contro l’apertura di un kebabaro, nessuno disdegna i petroldollari nel caso lo sceicco di turno acquistasse la propria squadra del cuore.

in questo senso la sottomissione non serve immaginarla in un futuro vicino: è già avvenuta.

andrea sartorati