Figli del diavolo – Liliana Lazar

Figli del diavolo – Liliana Lazar

Traduttore: C. Diez
Editore: 66th and 2nd Collana: Bazar
Anno edizione:2018
“Procreate compagne, questo è il vostro dovere patriottico”

Figli del diavolo di Liliana Lazar è un libro che ha la forza della verità.

Nella Romania di inizio anni Ottanta, sotto la dittatura di Ceausescu, vigeva una drastica politica delle nascite: col decreto 770/1966 della Repubblica Socialista di Romania si stabiliva che la contraccezione era permessa solo a donne che avessero già partorito almeno quattro figli; che l’aborto era proibito a donne con meno di 45 anni che non avessero messo al mondo almeno quattro figli; che tutti i cittadini che fossero venuti a conoscenza di un aborto erano tenuti a denunciarlo; che le donne ferite a causa di un aborto clandestino avrebbero avuto diritto alle cure solo dopo aver denunciato la persona che aveva praticato l’interruzione di gravidanza.

Ne conseguirono pericolosi aborti clandestini e continui abbandoni negli orfanotrofi di Stato, costretti ad accogliere i cosiddetti «figli del diavolo». L’aborto è perseguibile per legge, con un duplice risultato: le donne disperate si rivolgono a chiunque le sbarazzi dell’indesiderato bambino e molto spesso ci lasciano la vita, e fioriscono, d’altro canto, le delazioni. In una Romania in cui si fanno code per qualunque acquisto, si denuncia la vicina che ha abortito o la fattucchiera o il medicastro che ha praticato l’aborto. L’autrice racconta qui la storia di Elena Cosma, ostetrica in un ospedale di Bucarest negli anni ’70. Le vicende della sua storia intima, personale, si dipanano fino al 1989, anno in cui il despota, “il padre della Patria” Nicolae Ceausescu viene deposto e la Romania è libera.

 Il numero minimo di figli per ogni donna verrà aumentato da quattro a cinque nel 1984, come cita una delle due epigrafi che apre la seconda parte del romanzo. È questo evento che muove tutto il racconto, che ci porta da un monolocale al sesto piano di un edificio di Ferentari, uno dei quartieri più poveri di Bucarest al misero villaggio di Prigor, nel Sud della Romania, “una di quelle campagne sperdute dove nessuno voleva andare”. Elena è una donna di 35 anni, sgraziata, quasi mascolina, “dai capelli color carbone, tagliati troppo corti”, la sua vita è una piatta routine, il suo unico desiderio è quello di avere un figlio. Riesce finalmente a coronare il suo sogno quando si mette d’accordo con Zelda, una donna incinta, vedova, già madre di due figli, che accetta di cedere il suo bambino a Elena. Le visite sempre più frequenti di Zelda costringono Elena e Damian, sua unica ragione di vita, a chiedere il trasferimento a Prigor, per occuparsi dell’infermeria del paese. Ben presto l’ostetrica diventerà una persona importante e, acquisita la tessera del partito, dovrà gestire il nuovo orfanotrofio di Prigor dove i “figli del diavolo”, i bambini abbandonati dai loro genitori, subiscono trattamenti brutali.

Liliana Lazar, classe 1972, ha vissuto la sua infanzia in questo clima a dir poco orwelliano e con crudezza la fissa su carta senza concedere indulgenze né cercare intrighi, bensì narrando una quotidianità dolorosamente complessa e priva di orizzonti. Quello che ci descrive la Lazar è un viaggio verso l’inferno, una realtà che, come lei stessa ha affermato in un’intervista, molti rumeni faticano ancora ad accettare e a riconoscere perché troppo cruda per essere guardata negli occhi. Finale agghiacciante.

Floriana De Ceglie

Le regole della casa del sidro – John Irving #JohnIrving

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Mi trovo un po’ in difficoltà a recensire questo libro, perchè so che è molto amato, e generalmente considerato un capopopolavoooooro. Io, se devo essere sincera, la prima parola che userei per descriverlo a qualcuno è: palloso. E subito dopo, di misura, deprimente. Proprio a voler essere buona, tristanzuolo, toh. Ciò comunque non vi deve significare che l’abbia trovato brutto, anzi. C’è molto in quest’opera, tragedia, disadattamento, complicazioni amorose e sessuali, interazioni in diverse classi sociali e razze. Irving è scrittore di alta scuola, i personaggi orchestrati magnificamente, lo stile è ricco e descrittivo, e nonostante il difetto di progredire così lentamente che a un certo punto la terra ti supera ruotando mentre tu arranchi al paragrafo seicentoventitrè, non posso in coscienza assegnargli meno di tre stelle e mezzo. Ma tuttavia sia messo agli atti che ho faticato come un cammello, in certi punti.

Il racconto, storicamente, è interessante, anche se sviluppato in modo lento e discontinuo: ambientato in un periodo che va dagli ultimi anni dell’800 fino a dopo la Seconda Guerra Mondiale, ruota attorno a un orfanotrofio di una sperduta parte del Maine. Qui il dottor Larch, il vero protagonista, pratica aborti – nonostante sia illegale – a causa dell’orrore dei macellai che lo praticano in clandestinità, e anche per via della vita miserabile che vede condurre ai bambini dell’orfanotrofio. Homer Wells, uno degli orfani, l’altro protagonista, finisce per diventare il pupillo del dottore e la sua speranza per il futuro dell’istituto per quando lui andrà in pensione, o morirà. Homer, una volta cresciuto, andrà però via per esplorare il mondo, le relazioni umane e di classe, per costruirsi un nuovo futuro; ma alla fine, dopo anni di separazione, tornerà per prendere il posto del dottore. Homer comunque non mi piace, è una specie di ameba, un gigantesco uomo BLAH. Ma proseguiamo.

I temi principali del libro sono l’aborto, l’autodeterminazione, e il desiderio di trovare un significato alla propria esistenza, e in generale di porsi domande su ciò che è giusto e sbagliato. La questione che assegna il titolo al romanzo ne è un esempio: nel frutteto dove va a lavorare Homer quando lascia l’istituto, è esposta una lista di regole che i braccianti stagionali sono tenuti ad osservare, per esempio non andare sul tetto del caseggiato, non fumare, non bere. Queste regole sono state decise dalla proprietaria, una signora bianca, che non sa che i braccianti, i Negri come vengono chiamati, non sono nemmeno capaci di leggere. Quindi le regole vengono ogni volta affisse, e ogni anno puntualmente disattese. Le regole, le leggi, esistono per delle ragioni, ma al tempo stesso ognuno vive anche secondo quelle che si è creato secondo coscienza. Quindi quali dobbiamo seguire? è giusto poter scegliere? Il dottore, per esempio, impara a piegare la legge antiabortista per dei suoi motivi, in fondo etici. E Homer, d’altronde, apprende da giovane come sia importante che ci siano delle leggi per regolare il vivere umano e civile, così come da adulto capisce che è normale porsi delle domande sul senso di alcune di queste leggi.

Per quanto riguarda il tema dell’aborto, entrambe le posizioni pro e contro vengono affrontate, cercando di dare un punto di vista umano e non fanatico-religioso.

Credo veicoli in modo simpatetico il messaggio che in quel tempo e in quel luogo (o in un luogo in cui le leggi degli uomini non lo abbiano ancora legalizzato) fosse (sia) moralmente necessario per un dottore contravvenire alla legge e praticare aborti, lasciando che la compassione per le madri (spesso incinte perchè vittime di violenza, o con gravi problemi di salute, o con vite in condizioni di orribile indigenza) prevalesse sulla sopravvivenza dei nascituri.

Tutta questa parte è interessante, luuuuuunga, e drammatica. Vi sono interi paragrafi dedicati alla descrizione delle varie pratiche di aborto, sia clandestine che legali; dettagliate mappature di feti formati e non, mucose, organi di riproduzione, forcipi e raschiamenti. Lo sottolineo perchè ogni donna ha una sua sensibilità su questo particolare argomento; e per quanto io non mi senta specialmente vulnerabile, penso sia impossibile non provare una certa angoscia in certi punti.

John Irving ha un dono per quanto riguarda lo sviluppo dei personaggi (su tutti ho trovato spettacolare il dottore), hanno contesto e personalità, vitali, sinceri, fallaci, gioiosamente (o tristemente) umani. In questo libro, come dicevo, ha scelta meno felice per quanto riguarda il ritmo del racconto, e in genere per la storia stessa: trame, sottotrame, dialoghi che a volte non portano a nulla, rivelazioni che non arrivano nonostante una premessa di decine di pagine. C’è un omaggio letterario molto marcato lungo tutto il romanzo, sia a Dickens che a Charlotte Bronte, autori che i personaggi leggono e rileggono ossessivamente.

Infine, non so se consigliarlo o meno: è un libro che fa riflettere e pensare, che ha grandi personaggi e anche qualche grosso difetto. In America è considerato ormai un classico, ma forse se non si è letto mai niente di Irving non è da usare come inizio, il suo stile di scrittura non è esattamente cristallino. Certamente dice qualcosa dell’autore il fatto che nonostante per pagine su pagine arrancassi sperando di intravedere la luce in fondo al tunnel, costringa comunque ad andare avanti perchè il protagonista ti è entrato così sottopelle che devi sapere come sta e come finirà. Ed è comunque un libro che non dimenticherò. Ma il pensiero di rileggerlo mi causa turbamenti al sistema nervoso simpatico, che non so esattamente dove stia e cosa faccia, ma mi si turba.

Lorenza Inquisition

“Dr. Larch pointed out that Melony had taken Jane Eyre with her; he accepted this as a hopeful sign- wherever Melony went, she would not be without guidance, she would not be without love, without faith; she had a good book with her. If only she’ll keep reading it, and reading it, Larch thought.”

“Because abortions are illegal, women who need and want them have no choice in the matter, and you – because you know how to perform them – have no choice, either. What has been violated here is your freedom of choice, and every woman’s freedom of choice, too. If abortion was legal, a woman would have a choice- and so would you. You could feel free not to do it because someone else would. But the way it is, you’re trapped. Women are trapped. Women are victims, and so are you.”