I custodi del libro – Geraldine Brooks #GeraldineBrooks #BEAT

Per il punto 16 della disfida (un libro che abbia un colore, un libro o una libreria nel titolo) ho scoperto di avere in casa il romanzo di Geraldine Brooks, I custodi del libro: è l’avvincente storia di un antico manoscritto miniato ebraico, la Haggadah di Sarajevo, che sfuggito miracolosamente all’Inquisizione e alle varie persecuzioni degli ebrei, riemerge trovando infine la collocazione che merita all’interno del museo nazionale della capitale bosniaca.

La voce narrante è affidata alla protagonista, l’australiana Hanna Heath, una delle più competenti restauratrici di manoscritti antichi che viene convocata a Sarajevo nella primavera del 1996, quando la desolante capitale è allo stremo, dopo cinque anni di conflitto civile. Dal suo racconto al presente, i capitoli sono inframmezzati dalle varie vicissitudini affrontate dal prezioso libro – grazie anche alla sagacia della studiosa e alle analisi condotte su alcuni resti rinvenuti all’interno delle inestimabili pergamene – conducendo il lettore a ritroso nel tempo, passando per la dittatura di Tito e le persecuzioni naziste, la terribile inquisizione all’interno del ghetto ebraico della Venezia del ‘600 fino alla cacciata degli ebrei dalla Spagna alla fine del ‘400.

A metà dunque tra l’investigativo e lo storico, e sebbene le vicende risultino a tratti piuttosto rocambolesche ed esagerate (sia quelle legate direttamente al volume “viaggiante” che ciò che accade alla protagonista), rimane un’appassionante lettura con l’intento di trasmettere il nobile messaggio della condivisione culturale tra i popoli, indipendentemente da provenienza geografica, razza, etnia e confessione religiosa. Non a caso quei “custodi” della traduzione italiana sono semplici “persone” nel titolo originale; a sottolineare – a mio avviso – l’umanità che dovrebbe contraddistinguere le genti di un popolo al di là delle loro differenze interculturali.

Quel libro voleva metterci alla prova, scoprire se eravamo ancora in grado di capire una semplice verità: le cose che ci uniscono sono più di quelle che ci dividono. Un essere umano vale in quanto tale, che sia giudeo, musulmano, cattolico o ortodosso.

Owlina Fullstop

di Geraldine Brooks (Autore) Massimo Ortelio (Traduttore) BEAT, 2016, collana BESTBeat

Descrizione

È il 1996 a Sarajevo e Hanna Heath, trentenne restauratrice australiana di manoscritti e libri antichi, è appena giunta nella capitale bosniaca devastata da cinque anni di guerra civile e ancora sotto il fuoco dei cecchini. Qualche giorno prima, Hanna ha ricevuto da Gerusalemme una telefonata da un insigne studioso di antichi manoscritti ebraici. L’israeliano le ha comunicato che durante la Pasqua ebraica, il capo della comunità giudaica di Sarajevo ha tirato fuori la Haggadah, il celebre libro di preghiere che si pensava ridotto in cenere sotto i bombardamenti del ’92. Hanna conosce bene la Haggadah di Sarajevo: un manoscritto ebraico prodotto in Spagna in età medievale e ricco di variopinte miniature, inusuali in un’epoca in cui la fede giudaica condannava ogni genere di illustrazione; un’opera così preziosa e fondamentale nella storia dell’ebraismo che quando, negli anni Quaranta, i nazisti e i famigerati reparti della Mano Nera cercarono di impadronirsene, il bibliotecario musulmano del Museo di Sarajevo la pose in salvo. E ora il libro è stato nuovamente sottratto alla furia distruttrice e alla follia degli uomini. Hanna si è affrettata ad accettare l’incarico di restaurarlo ed è accorsa subito al Museo Nazionale di Sarajevo, dove ora stringe tra le mani quel manoscritto raro e di grande bellezza con le sue miniature dai colori ancora puri e vividi come nel giorno lontano in cui sono stati stesi sulla carta.

La tigre bianca – Aravind Adiga #AravindAdiga #Einaudi #Netflix

Libro bello e significativo, anche se forse non scritto sempre a livelli eccelsi, che narra senza retorica nè buonismo l’India vista dal basso profondo degli slums e della casta dei servitori, un’India iniqua e classista in cui l’unica possibilità di riscatto arriva attraverso la violenza.

Amo molto la letteratura indiana contemporanea e le narrazioni dell’India moderna, che spesso sono affidate a una generazione di giovani cresciuti all’estero, ed educati in lingua inglese, come Aravind Adiga, giornalista e scrittore laureato alla Columbia, che con questo suo romanzo di esordio vinse il Man Booker Prize nel 2008, oggi anche film Netflix, nomination agli Oscars 2021 per la miglior sceneggiatura non originale.

La tigre bianca è la storia di Balram, nato nelle Tenebre – cioè l’India più cupa e schifosa, l’India dei villaggi di fango, della miseria più orrenda – e diventato un grande imprenditore, uno dei migliori «con i piedi in due staffe», «onesto e corrotto, cinico e devoto, scaltro e sincero», poco credente ma sempre pronto a «baciare i culi» dei 36 milioni di divinità contemplate, più quello del dio dei musulmani e quelli dei «tre dei cristiani». Balram ci racconta la sua storia, e al contempo ci spiega quali sono i segreti dello straordinario sviluppo del sub continente indiano: va avanti chi ha capito le regole del gioco della Nuova India. La corruzione innanzitutto, e poi il fatto che «ai vecchi tempi in India c’erano mille caste e mille destini. Adesso ci sono solo due caste: Uomini con Grandi Pance e Uomini con Piccole Pance». E anche un’altra cosa: il problema della servitù e dell’onestà, ovvero il fatto che «gli indiani sono il popolo più onesto del mondo», imprigionati in una Stia per polli, sempre pronti a servire i padroni, a beccare nella merda: «in questo paese una manciata di uomini ha addestrato il restante 99,9 per cento a vivere in un perenne stato servile; uno stato servile radicato al punto che se dai a un uomo la chiave della sua emancipazione lui te la scaglia addosso con un insulto». Perché gli indiani poveri obbediscono? «Per non vedere la propria famiglia distrutta – perseguitata, massacrata di botte, bruciata viva dai padroni». Balram con la sua visione diretta e sarcastica si ribellerà, con sangue e violenza, come ogni rivoluzione della storia ci insegna, a un destino in cui quelli della sua casta non hanno scampo, costretti fin dal momento della nascita ad avere un posto ben preciso in fondo alla piramide sociale, ad avere un padrone, ad avere una famiglia che li opprime.

Aravind Adiga ci accompagna mettendo da parte, con una scrittura serrata, i ritmi antichi e i profumi esotici cari a tanta letteratura angloindiana e sceglie una narrazione lucida e diretta, senza mediazioni, con interessanti approfondimenti sulla società indiana, sul contesto economico globale, sull’imprenditoria e l’outsourcing attuato dalle multinazionali.

Il cinismo che percorre tutta la storia di Balram può essere riassunto nella frecciata indiretta a The Millionaire di Danny Boyle, che il protagonista cita sostenendo che in India non ci sia nessuna scappatoia come un gioco a premi per sfuggire dalla povertà ma soltanto scegliendo di uscire dalla “stia per polli”, e cioè ribellandosi al padrone, costi quel che costi.

Davvero davvero consigliato.

Lorenza Inquisition

Seduto alla sua scrivania, l’imprenditore autodidatta Balram Halwai, detto la Tigre Bianca, scrive sette lucide e impietose lettere al primo ministro cinese che si appresta a visitare l’India. Gli racconta delle proprie origini e della propria storia: la storia di un ragazzo di una delle caste più basse che da un fangoso villaggio all’interno del paese (dove “ogni buona notizia si tramuta in una cattiva notizia, e in fretta”) arriva a New Delhi, dove mall luccicanti, sontuosi palazzi e auto tirate a lucido da magri autisti in ciabatte si accostano a bordelli di lusso con bionde prostitute dell’Europa dell’est. Qui, nel nuovissimo quartiere di Gurgaon, Balram Halwai assiste alla progressiva e inarrestabile corruzione del suo padrone, ne assimila la mentalità e intuisce che il modo per fuggire dalla gabbia della miseria esiste: commettere un omicidio, rubare e mettersi in proprio.