L’ACQUA DEL LAGO NON È MAI DOLCE – Giulia Caminito #GiuliaCaminito #Bompiani

“…ERAVAMO FATTI A BRICIOLE, ERAVAMO BAMBINI, ERAVAMO SENZA GIOCHI E SENZA CASA, MA ERAVAMO ATTENTI.”

Io sono stata un cigno, mi hanno portata da fuori, mi sono voluta accomodare a forza, e poi ho molestato, scalciato e fatto bagarre anche contro chi s’avvicinava con il suo tozzo di pane duro, la sua elemosina d’amore.

Sono ormai tre giorni che ho finito questo libro, e ancora non riesco a trovare le parole giuste per esprimere quello che questa lettura mi ha dato.È una storia potente, che mi ha lasciato dentro tanti pensieri, tante riflessioni e sentimenti, ma è come se non riuscissi a metterli nero su bianco, forse perché sono ancora lì che vorticano…

Non riesco a lasciar andare le due figure femminili che abitano queste pagine, che cercano in ogni modo di rimanere a galla, di trovare il loro posto (e non solo metaforico) in un mondo che le vuole emarginare, che cercano un riscatto che forse non arriverà mai… e intanto l’infelicità si annida negli angoli più bui, la rabbia ribolle in fondo allo stomaco e cerca la strada per venire fuori.

Una madre che non si arrende, che combatte, arranca, lotta per la giustizia e crede nel bene comune, una madre che domina e ingombra, che non accarezza e pretende, la cui ala protettiva si espande prepotentemente e finisce per soffocare. La vita l’ha indurita, le ha inspessito la pelle, le ha insegnato a fare a meno di tutto, tranne che di un tetto sopra la testa. E quello cercherà, per tutta la vita.

Una figlia che nasce nella privazione, che si adatta ai 20mq da dividere in sei, senza giocattoli, senza tv, senza niente. Cresce cercando una rivalsa non sua, senza mai lamentarsi, spingendo giù ogni dolore, soffocando il risentimento, studiando tanto, leggendo i libri giusti, tuffandosi senza paura nell’acqua torbida e scura, sparando con precisione i bersagli, spaccando ginocchia ai prepotenti, affogando i traditori, accendendo fiammiferi, prendendo e difendendo ciò che ritiene sia suo, amando senza sapere cosa sia l’amore, piangendo l’amicizia perduta… Una ragazza che vorrebbe trovare se stessa, ma rimane sempre impigliata nell’ombra di sua madre.

Due figure femminili che ami e che odi, che vorresti abbracciare e prendere a schiaffi, perché portano dentro tutto il disagio degli ultimi, i poveri, e tutto il cinismo e l’arroganza di chi si sente (giustamente) in credito con la vita.Ma non ci sono solo loro in questa storia: c’è un marito/padre che in un attimo perde tutto, e rimane fermo, inchiodato su una sedia, inchiodato in un rapporto che lo vede sempre secondo, laterale, senza voce. Poi c’è un figlio che non è suo figlio, ma con cui evolverà uno strano rapporto di odio/amore. Un ragazzo caparbio, anarchico, l’unico in grado di sottrarsi al dominio materno, divenendo punto di equilibrio per tutti gli altri.

E poi c’è il lago, così vivido, così magico e così spettrale, così protagonista da riuscire a sentirne anche l’odore. Tutto ispirato a vita vissuta…

Giulia Caminito, dov’eri? Dove ti nascondevi? Perché io ti scopro solo adesso? Per me entri, di diritto, nell’olimpo delle grandi scrittrici italiane contemporanee. La tua scrittura è bellezza autentica!

Antonella Russi

Odore di alghe limacciose e sabbia densa, odore di piume bagnate. È un antico cratere, ora pieno d’acqua: è il lago di Bracciano, dove approda, in fuga dall’indifferenza di Roma, la famiglia di Antonia, donna fiera fino alla testardaggine che da sola si occupa di un marito disabile e di quattro figli. Antonia è onestissima, Antonia non scende a compromessi, Antonia crede nel bene comune eppure vuole insegnare alla sua unica figlia femmina a contare solo sulla propria capacità di tenere alta la testa. E Gaia impara: a non lamentarsi, a salire ogni giorno su un regionale per andare a scuola, a leggere libri, a nascondere il telefonino in una scatola da scarpe, a tuffarsi nel lago anche se le correnti tirano verso il fondo. Sembra che questa ragazzina piena di lentiggini chini il capo: invece quando leva lo sguardo i suoi occhi hanno una luce nerissima. Ogni moto di ragionevolezza precipita dentro di lei come in quelle notti in cui corre a fari spenti nel buio in sella a un motorino. Alla banalità insapore della vita, a un torto subito Gaia reagisce con violenza imprevedibile, con la determinazione di una divinità muta. Sono gli anni duemila, Gaia e i suoi amici crescono in un mondo dal quale le grandi battaglie politiche e civili sono lontane, vicino c’è solo il piccolo cabotaggio degli oggetti posseduti o negati, dei primi sms, le acque immobili di un’esistenza priva di orizzonti.

Un bacio prima di morire – Ira Levin #IraLevin #BigSur

Un bacio prima di morire è il primo romanzo nato dalla penna (e dal genio) di Ira Levin, l’autore di Rosemary’s Baby. Accolto alla sua pubblicazione, nel 1953, dagli elogi del New York Times e del New Yorker, fu premiato l’anno seguente con un prestigioso Edgar Allan Poe Award.

I gialli, nel mio bagaglio annuale di letture, di solito mi servono da intermezzo tra libri impegnativi o emotivamente coinvolgenti, oppure come liberazione della mente in momenti difficili. Quest’anno, in effetti, ne ho letti molti. E così sono incappata in questo e sono rimasta estasiata.

Di Ira Levin avevo letto il bellissimo Rosemary’s baby , questo è il suo primo romanzo, edito nel 1953.

La storia è ambientata a cavallo tra i quaranta e i cinquanta, la guerra è ancora presente (il protagonista è un decorato di guerra ( fronte giapponese) e la liberazione sessuale e la lotta per i diritti sono ancora da venire, ma nell’ambiente universitario, dove si svolge la vicenda, il conflitto tra una maggiore libertà sessuale e il perbenismo borghese si fa già sentire.

Il protagonista viene presentato nelle frettolose presentazioni come un’arrampicatore sociale, ma è molto di più di questo, così come il libro non può essere classificato semplicemente come un giallo ma se mai come un thriller psicologico e pure come un romanzo di formazione. Formazione di un assassino, ma sempre formazione.

Della trama non si può anticipare nulla, nemmeno il nome del protagonista. La caratteristica principale, infatti, è che la storia viene narrata dal punto di vista dell’assassino, di cui vediamo nel dettaglio l’impegno, l’intelligenza, la pervicacia, e la presunzione di compiere il delitto perfetto e insieme di scalare il prestigio sociale. Avvenente, intelligente, senza scrupoli e soprattutto abile manipolatore delle fragilità altrui, sembra essere stato convinto che la ricchezza in cui non è nato, gli debba essere restituita senza alcuna fatica e sudore, ma in virtù delle sue qualità. La presunzione gli sarà fatale.

Geniale l’ultima parte quando, convinto di aver ormai raggiunto il suo obiettivo e di entrare in possesso dell’enorme fonderia del futuro suocero, descrive, come un amante rapito ed eccitato, il ventre della fonderia da cui si produce il rame, unico vero oggetto del suo amore. E così ,come vediamo fondersi la colata del rame, finalmente sentiamo scaldarsi e sciogliersi il suo cuore.

La scrittura di Levin è analitica, sottile nel tracciare ogni sentimento e insieme forte e potente.

Assolutamente consigliato.

Pia Drovandi

di Ira Levin (Autore) Daniela De Lorenzo (Traduttore) Sur, 2021

I destini di una ricca famiglia newyorkese e di un arrampicatore sociale piacente e spregiudicato si intrecciano quando Dorothy, la figlia più giovane del magnate del rame Leo Kingship, si innamora di un compagno d’università di qualche anno più grande. Qualcosa va storto, però, perché Dorothy resta incinta prima del matrimonio, e i due ragazzi sono costretti a rivedere i loro piani per il futuro. Quello che Dorothy non sa è che i piani del suo fidanzato sono già fin troppo dettagliati, e inclinano pericolosamente dalla parte del denaro più che da quella dell’amore… Un bacio prima di morire è il primo romanzo nato dalla penna (e dal genio) di Ira Levin, l’autore di Rosemary’s Baby. Accolto alla sua pubblicazione, nel 1953, dagli elogi del New York Times e del New Yorker, fu premiato l’anno seguente con un prestigioso Edgar Allan Poe Award; nel corso degli anni la sua perfetta trama «hitchcockiana» ha ispirato due fortunate trasposizioni cinematografiche, la più recente, nel 1991, con Matt ­Dillon, Sean Young e Max von Sydow.