Giorgio Bassani – Il giardino dei Finzi-Contini #giorgioBassani @nellogiovane69

Da molti anni desideravo scrivere dei Finzi-Contini – di Micòl e di Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga – e di quanti altri abitavano o come me frequentavano la casa di corso Ercole I d’Este, a Ferrara, poco prima che scoppiasse l’ultima guerra. Ma l’impulso, la spinta a farlo veramente, li ebbi soltanto un anno fa, una domenica d’aprile del 1957.

Una lacuna che dovevo colmare. Non credevo, francamente, che potesse colmarmi a sua volta di tanta bellezza.

Dunque. Secondo me il miracolo di Bassani in questo romanzo è aver saputo imbastire un melò misurato, palpitante ma credibile, calligrafico fino al dettaglio e perciò umano, immergendolo nella Storia e nell’imminenza della tragedia. Di Storia e tragedia parlarci, quindi, ma da una prospettiva antiretorica, letteraria, capace di arrivare al cuore senza filtri ideologici e con tutte le impurità di una narrazione che non prende posizione ma te lo chiede con la pura forza – appunto – del narrare.

«Si capisce», rispose. «I morti da poco sono più vicini a noi, e appunto per questo gli vogliamo più bene. Gli etruschi, vedi, è tanto tempo che sono morti» – e di nuovo stava raccontando una favola –, «che è come se non siano mai vissuti, come se siano sempre stati morti».
[…] toccò a Giannina impartire la sua lezione.
«Però adesso che dici così», proferì dolcemente, «mi fai pensare che anche gli etruschi sono vissuti, invece, e voglio bene anche a loro come a tutti gli altri».

La cornice di prologo ed epilogo sono le colonne dell’architrave, la cui sommità è il realismo prima che la storicizzazione, la disponibilità della memoria a farsi affresco, pur concentrandosi nello spazio intimo, quasi raccolto, del tormento esistenziale e sentimentale del protagonista. Le vicende della fine degli anni Trenta (le leggi razziali, i venti di guerra) permeano il vissuto, sono una perturbazione della normalità che non la rendono meno normale, salvo portare a lacerazioni improvvise nel tessuto delle consuetudini, soffocando progressivamente (persino fisicamente) l’orizzonte delle aspettative e rendendo infine evidente lo scivolare nella catastrofe. Tutto è perduto, quindi niente è perduto: la frase di Stendhal inoltrata alla bella, brillante e indipendente Micòl nel disperato tentativo di ricucire un amore mai realmente sbocciato, è il monito che pervade il libro in ogni sua pagina. Non c’è scampo dalla memoria. No, non c’è scampo. E dimenticare può essere – è – una specie di condanna.

Era il ‘nostro’ vizio questo: d’andare avanti con le teste sempre voltate all’indietro.

Stefano Solventi

Il terzo tempo – Lidia Ravera #LidiaRavera @barbarafacciott #recensione

A me che leggo (con gli occhiali) e divoro libri, la Ravera da “Porci con le ali” è passata a scrivere libri e blog sul benedetto terzo tempo. Ed è proprio benedetto perché questo tempo ci dà finalmente la libertà di essere quello che abbiamo sempre voluto.
La Ravera lascia aperta la categoria della possibilità e, in queste pagine, piene di montagne russe, in cui accadono le cose sempre in maniera diversa da come ti aspetteresti, c’è posto anche per un monaco guaritore, per un amore che si credeva finito invece irrompe protentemente, per i ricordi ammorbiditi dall’esperienza, per i ripensamenti e i cambiamenti. Grande empatia per la situazione psico/fisica dei sessantenni, e un po’ di malinconia struggente, inevitabile quando si tratta di vite pienamente vissute.

L’ho scelto perché sogno una vecchiaia come la immagina l’autrice del romanzo: radunare in una casa bella, in un luogo simbolico, dei vecchi amici con cui si è condiviso l’impegno giovanile in modo da spartire le fatiche e gli affanni. Io, ovviamente, farò la cuoca.

Insomma un gran bel minestrone che si sorbisce volentieri, nella canicola estiva.

<<la vecchiaia è la resa a un finale scontato. Ha la morfologia della tragedia. (..) genera innanzitutto i negazionisti, quelli che la vecchiaia non esiste, e se esiste capita solo agli sfigati. Poi ci sono i nostalgici del passato, nelle due varianti: lirici ed acidi. I primi sono inoffensivi, i secondi rosi dall’invidia. Più articolati i martiri della dissociazione positiva: quelli che di dichiarano vecchi fuori e giovani dentro, come se, arrivati ad un certo punto, non si avesse più diritto ad essere interi. Ultima categoria, i partigiani del rimpianto(..) in genere si tratta di vecchi ferocemente incazzati con se stessi e perciò costretti prima o poi a ricorrere ai farmaci. Antidepressivi, ansiolitici, sonniferi>>

<<voleva lasciarli soli (..) Le piaceva immaginare gli amori degli altri, era il solo strumento a sua disposizione per darsi pace del silenzio dei sensi cui le pareva di essere condannata (..). Le piaceva che i figli, il suo ma anche quelli degli altri, amassero. Che si amassero. Che dai figli nascessero figli che avrebbero amato. Era l’unico possibile senso della vita, un primitivo e perfetto percorso obbligato dove la fine si incontra con l’inizio, chiudendo il cerchio>>

<<come faccio a spiegarti che è successo qualcosa in questo viaggio?
“Tu fai sempre succedere qualcosa, è una tua specialità, sei sempre stata così, sempre stata”
Quando mi vuole insultare, quando vuole veramente farmi male, Dom mi inchioda alla continuità. Sempre stata così. Sempre stata. Mi nega il cambiamento, cancella tutte le mie illusioni di sviluppo.>>

Barbara Facciotto