La zona morta – Stephen King #StephenKing #TheKing #recensione

Niente è perduto per sempre. Niente che non possa essere ritrovato.

La zona morta – Stephen King
Traduttore: A. Terzi
Collana: Pickwick

Avvicinandomi alla vecchiezza ho deciso di rileggere quei libri di King che ho letto una sola volta trent’anni fa, quando ho cominciato a seguirlo. Non tutti ovviamente, solo quelli di cui ho un buon ricordo, ma che per un motivo o per l’altro non ho mai più riletto. Uno di questi è La zona morta, che ricordavo come un buon romanzo, molto triste e molto vero, impressioni che la rilettura ha confermato.

E’ il quinto libro di King, per certi versi ancora “prima maniera” nonostante sia stato scritto dopo The Stand, che è comunque lontano anni luce come profondità, struttura, maturità. Come stile narrativo ricorda un poco il suo primo romanzo, Carrie, e il successivo L’incendiaria: il racconto si evolve anche con l’aiuto di inserti di diari, articoli di giornali, interviste a testimoni, lettere. Come negli altri titoli citati, la storia non è propriamente horror, è più un elemento soprannaturale; il reale orrore sono gli abissi spirituali in cui cadono certe persone, il peso della vera conoscenza, la triste inutilità della lotta contro il proprio destino.

Come detto, la vicenda de La zona morta, terribilmente umana e paranormale allo stesso tempo, è piuttosto dolorosa: lo sventurato John Smith, il protagonista, riceve in seguito a un incidente un dono, il sinistro potere della premonizione, che lo condanna all’esilio da quella che era una tranquilla, banale vita medio borghese, e lo relega in un’altra dimensione, il mondo dei reietti, perchè diversi. La sua condanna è sapere ciò che accadrà prima che succeda, e quando non gli si dà credito, come Cassandra, egli viene ritenuto pazzo, mitomane, imbroglione. Ma quando gli si crede, è anche peggio: perchè nessuno vuole essere vicino a chi scruta l’abisso.

Questa è comunque una storia di solitudini, non del solo protagonista: c’è quella di suo padre che per anni deve convivere con la mania religiosa della moglie che sprofonda nella psicosi; c’è quella della madre, isolata nella sua pazzia; c’è quella che è per un periodo la ragazza di Johnny, che deve scegliere da sola il proprio destino, umanamente imperfetto.

E’ anche un racconto politico, della pancia rurale e blue collar degli Stati Uniti negli anni Settanta, dove gli elettori, disillusi dalla crisi economica e da una serie di candidati disonesti, profittatori o a volte semplicemente inetti, decidono di cambiare le carte in tavola sostenendo un outsider, un candidato scorretto, ignorante, volgare e prepotente, che piace all’americano medio perchè VERO, e che rischia pericolosamente di essere eletto tra lo scorno dei partiti tradizionali. Se vogliamo vederci un segnale di Trump al potere vediamolo, perchè è lì apposta.

Il partito America Oggi voleva mettere nei guai i mestatori in grande stile, voleva che le città andassero a picco o si mantenessero con i propri mezzi.  “Non c’è bisogno di spremere l’agricoltore per finanziare, con le sue sudate tasse, i programmi al metadone per New York City”, proclamava Greg. Voleva abolire l’assistenza sociale alle prostitute, ai ruffiani, ai vagabondi e a chi aveva la fedina penale sporca, voleva che la completa riforma delle tasse fosse pagata da altrettanti tagli ai servizi assistenziali. Tutta e sempre la vecchia canzone, ma il partito America Oggi di Greg la modulava su una nuova affascinante tonalità.

E’ anche un libro sulle scelte difficili, la principale è quella che Johnny dovrà affrontare sulla propria responsabilità di poter cambiare la storia, e di conseguenza le vite di milioni di persone, dato che egli può conoscere il futuro. E quindi è una riflessione sulle scelte estreme che possono giustificare il male a fin di bene, e sulle  umane incertezze che si presentano quando si tratta di scegliere tra bene e male, argomento che qui viene gestito da King, secondo me, in modo esemplare. Però torna ad essere, soprattutto, la storia di una solitudine.

Johnny è solo, costantemente solo nella sua ricerca di un poco di pace e di un ritorno a un’esistenza tranquilla che gli verrà quasi costantemente negata. Nel “quasi” secondo me sta uno dei lati belli del libro: perchè Johnny non dispera, ci prova, va avanti comunque. Prosegue nella sua esistenza testardamente, e la sua vita, a volte grigia e terrificante per via della zona morta, non è sempre una sconfitta: ci sono le bellissime pagine del rapporto con il padre, c’è una storia d’amore molto melanconica ma non per questo meno vera, c’è il successo nella sua professione di insegnante con un allievo problematico. Per me, l’elemento positivo di tutto il libro è proprio Johnny, un personaggio scritto incredibilmente bene, che non si può dimenticare; ed è un buon romanzo perchè la storia, in fondo, non è un horror e nemmeno un thriller: è solo il racconto di un uomo che fa quello che può con quello che la vita gli ha riservato, nel bene e nel male; e non è forse quello che facciamo tutti?

Bene. Tutti facciamo quello che possiamo e dobbiamo accontentarci… e se non ci basta, dobbiamo rassegnarci.

Grande capitolo finale, pure poesia. Libro a tratti prolisso, molto poco horror per chi non affronta King perchè lo teme in questo senso, consigliato.

Lorenza Inquisition

 

Un’imprecisa cosa felice – Silvia Greco #silviagreco #recensione

“Non è vero che sei scemo, sembri molto più intelligente di quando eri piccolo, si vede che ti ci è voluto un po’ più di tempo degli altri, che sarà mai.”

Un’ imprecisa cosa felice – Silvia Greco

Editore: Hacca

Pessoa, subito. “Fu un momento”
Wislawa, a chiudere. “Sotto una piccola stella”.

“Mi perdonino i morti se ardono appena nella mia memoria.
Chiedo scusa al vecchio amore se do la precedenza al nuovo.
Perdonami, speranza braccata, se a volte rido”.

No, non è una storia pesante.
No, non leggerai e dirai “Dio, che pugno nello stomaco”.
Staccherai un po’ dal tuo mondo quotidiano, magari noioso e asettico,
e viaggerai di fantasia, che ti farà bene.
Leggerai e sorriderai, ti commuoverai un po’, leggerai della morte, ma sarà un sospiro, e poi farai un sorriso.
Capirai che le persone importanti che ci lasciano no, non ci lasciano mai.
Sfoglierai quei capitoli brevi, che a me piacciono tanto, perchè sono come le fotografie. Immediati. Ti sentirai come a teatro, a vedere una commedia.
Come al teatro delle marionette: sai che è per bambini, ma rifletti e ti diverti lo stesso.
La bellezza è bellezza, anche sotto un’apparente ingenuità.
Abbraccerai Nino, che arriva in ritardo su tutto, ma la lentezza gli fa restare negli occhi il sogno, e fa fuggire via le cose brutte.
Nino, che si incanta ad ascoltare una storia, Nino che ritaglia gli sguardi e i volti.
Nino, che, mentre leggo, penso no eh, non fargli succedere niente di male, a Nino,
che non lo potrei sopportare.
Che quando penso a “ritardo cognitivo” mi viene un brivido.
In cui c’è tutto, dentro, da un pianto a dirotto a Forrest Gump e alla sua piuma.
Marta è sveglia, invece. Marta corre, Marta pretende, Marta si incazza, Marta che la sofferenza se l’è ingoiata tutta.
Entrambi, a loro modo, hanno in mente un piano di risalita.
Non conoscono bene la strada, ma la troveranno.
Alla fine c’è un sorriso che li aspetta.

E’ una fiaba, una piccola magia, una poesia delicata, questo libro.
Che quando lo chiudi, alla fine, stai bene, senza dover spiegare bene perché.
Ascoltate musica. Mangiate marmellate di consolazione.
Fate a gara di stelle. Mettete un cartello con scritto “oggi chiuso per cose mie”.

“Così la brezza / dice sui rami senza saperlo / un’imprecisa cosa felice”.

Musica: Felicità, Lucio Dalla
https://youtu.be/Zw5JtUcFcAc 

“Era quel tranquillo momento della sera quando la gente del giorno è già tornta a casa dal lavoro e la gente della notte deve ancora arivare al Birdland. Dalla finestra dell’albergo guardava Broadway farsi viscida e buia sotto una pioggia indecisa. Si versò da bere e posò una pila di canzoni di Sinatra sul piatto del giaradischi…toccò quel telefono che non squillava mai e tornò alla finestra. Presto la vista di fuori si annebbiò, appannata dal suo respiro. Ricalcando la propria immagine riflessa come fosse un disegno, tracciò con il dito delle linee intorno agli occhi, alla bocca e alla testa, finchè non li vide trasformarsi in un teschio gocciolante che cancellò con il polso.”
(Natura morta con custodia di sax – Geoff Dyer)