Alessio Romano Solo sigari quando è festa

romano

alessio romano era un nome su cui avevo scommesso alla grande: il suo esordio – “paradise for all” – era un divertente noir in cui era grottescamente coinvolto anche sandro veronesi (uno dei suoi mentori alla scuola holden) e che io avevo consigliato a tutti.

tanti anni sono passati da quell’opera prima e anche questo silenzio prolungato mi è sembrato un bel segnale di serietà.

questo secondo libro mantiene i toni leggeri e brillanti dell’esordio, pur affrontando in maniera molto viva due temi forti e seri come il terremoto de l’aquila e il rimbambimento di un genitore.

la trama c’è, lo stile gradevole pure… forse solo un po’ troppi ingredienti che rendono il finale ancora più inverosimile, pur nell’ambito di un titolo che mischia volutamente i toni della commedia a quelli del giallo.

(ambientazione fotografica complicata per un non fumatore)

andrea sartorati

Emanuele Cioglia, Il registro dei grandi risentimenti

Emanuele Cioglia, Il registro dei grandi risentimenti

cioglia

A volte si impara il mestiere di famiglia e non si sa fare altro. E’ il caso di Lele, fotografo di matrimoni. Ed è il caso in cui il mestiere non lo scegli, e ti viene imposto da bambino. Lo si può odiare o amare, ma in questo caso più che in altri sicuramente ti entrerà nel dna. Lele impara questo lavoro facendo da assistente per il babbo, ed è difficilissimo immaginare di potere fare altro quando hai imparato a fare solo quello.
Negli anni 80 Lele era un appassionato di fotografia, come tanti in quel periodo e portava a sviluppare rullini su rullini anche perché si era innamorato della commessa alla quale non aveva il coraggio di chiedere di uscire. Ma poi l’amore trionfa e Lele e Serena si sposano, ed entrambi lavorano in, moderno laboratorio dove sviluppano le foto in un’ora..
Lele si occupa dei servizi matrimoniali e di riparare le macchine per lo sviluppo in un’ora. Sente l’odore degli acidi usati per lo sviluppo, continuamente, gli entrano nella testa. Odia i servizi matrimoniali. Le spose come torte nuziali, la foto sul letto, la foto con lo scambio degli anelli, il prete che ti guarda male, le foto con i testimoni, la foto con i parenti, e poi essere piazzato vicino alle casse che sparano musica a volume così alto da rompere il muro del suono perché sei una specie di elemento inevitabile come una medicina. E si lamentano che devono pure offrirti il pranzo. Anche il matrimonio ha le sue regole: c’è l’abito, la chiesa, i confetti, il bouquet e c’è il servizio fotografico punto e basta.
All’avvento del digitale il padrone del laboratorio mangia la foglia e cambia subito business. I due sposi pensano comunque di potercela fare e rilevano il laboratorio. Ma è iniziata la lenta morte del mestiere del fotografo.
E Lele si ritrova a fare servizi matrimoniali dove milioni di invitati vogliono fotografare anche loro. Il suo mestiere è sempre più superfluo. Nessuno sviluppa più le fotografie che sono diventate un file nei nostri pc.
E dove è il confine che separa tutti noi dalla pazzia? E’ un confine labile. Un giorno puoi svegliarti e non riconoscere più la tua faccia,e il mondo stesso, che conoscevi perché in un margine stretto riuscivi a compiere quelle piccole manovre che costituivano la tua quotidianità, sparisce. Sparisce quello che sapevi fare e capisci che devi cambiare lavoro ma non sai come fare. E Dio o il Diavolo ci mette lo zampino, e ti invia un segno.
Fino agli anni 90 è esistito il mestiere del fotografo: esistevano dei piccoli laboratori artigianali, dotati della cosiddetta camera oscura, dove i fotografi sviluppavano pellicole di macchine ancora analogiche. La tecnologia digitale non era ancora stata inventata. E a Cagliari negli anni ‘70 pochi laboratori avevano il colore, e le foto molte volte erano ancora in bianco e nero. Un altro mondo: i rullini, solo 12 scatti, 24, quando eri fortunato 36. E l’impazienza di ritirare quelle foto. Macchine senza il flash. Poi piano il cubo flash, il cubo a 3 flash, il flash incorporato. E capitava pure di riavvolgere il rullino e scattare sopra quello che avevi già scattato: avevi le foto con i fantasmi dietro. Il tempo in quella carta fotografica patinata veniva immortalato. Mettevi le foto nelle scatole delle scarpe e le riguardavi con la famiglia a Natale. Con l’avvento del digitale è diventato ancora più etereo e fugace, le foto sono nel pc. Non si guardano con la famiglia e raramente si stampano. Un mestiere è stato spazzato via dalla faccia della terra, e soppiantato dai pixel, e questo mondo scomparso esisterà solo nei ricordi di pochi. Ecco, questo libro, in un modo dolce e amaro parla di questo, tra risate e lacrime, di un fotografo di matrimoni. E’ un libro che fonde surrealtà e realtà, considerazioni vere e tristi, e ci lascia con sia con una risata che con gli occhi umidi.
Consiglio assolutamente di leggerlo.

Maria Bonaria Dentoni