Massimo Carlotto – La banda degli amanti

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Un inizio deludente (quante pagine “sprecate” per ricollocare attraverso inutili spiegoni i personaggi dei precedenti romanzi) e un finale furbescamente apertissimo a successivi capitoli, ma in mezzo il solito solido carlotto.

l’autore si conferma ai livelli migliori quando si cimenta nei territori più familiari, ossia quel nord-est arricchitosi in maniera volgare e permeato da un ipocrisia bigotta e benpensante. in questo ambito l’autore si conferma un narratore di razza: le sue pagine sono sempre una perfetta sintesi delle caratteristiche più sgradevoli di quella parte di città che anima, nascondendosi magari dietro un ridanciano spritz, la vita delle piazze padovane.

il giallo sottostante è una vicenda non particolarmente geniale e per una volta carlotto mette in secondo piano la denuncia sociale.

non c’è alcun tema di cronaca (come, in precedenti opere, le sofisticazioni alimentari o la gestione criminale dei rifiuti industriali), ma solo l’incrocio fra due personaggi forti e riconoscibilissimi come beniamino rossini e giorgio pellegrini. l’incontro non si rivelerà un all star game, ma solo una discreta storia.

(e evviva evviva per il nuovo arrivato in casa!)

andrea sartorati

Massimo Carlotto, Il ritorno dell’alligatore: la banda degli amanti

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Carlotto mi mette l’assist per tornare tra voi dopo qualche mese di silenzio e io, opportunista come il miglior Inzaghi, sfrutto l’occasione e metto la palla in gol…

Il miglior Inzaghi non è certo l’attuale, ma neanche l’ultimo Carlotto è certo ai livelli del primo, oramai da un po’. Se non altro peró Pippone è all’inizio e forse puó migliorare, mentre Carlotto dà l’idea di avere irrimediabilmente esaurito la vena creativa o di avere trasmesso due tre punti base a qualche ghost writer che svolge il compitino con diligenza non dimenticandosi le solite pippe sul calvados, sui dettagli gastronomici almeno cinque o sei volte a romanzo, sull’imbarbarimento della società civile e criminale in contrapposizione al rigido codice di comportamento dell’alligatore e dei suoi compari. Questi ingredienti magici in questo caso sono affogati in una trama che si tira continuamente per i capelli con episodi che sarebbero al limite dell’inverosimile anche nella versione italiana di CSI (ris) per poi arrivare ad una fine che ti fa dire: “ah minchia finisce così?”, lasciando peró i giusti ganci per un seguito che ruoterà intorno agli stessi protagonisti. Insomma altra prova sottotono, pare l’inter di Thoir.

Fabio Sari