Suicide – Stefano I. Bianchi #recensione

“…C’era l’inferno lì dentro. Probabilmente si tratta della musica più terrificante in circolazione oggi. I Suicide sono stati la cosa più spaventosa che io abbia mai visto – ma è stata anche, in qualche strano modo, una terapia per la mente. Cos’ha mai generato il rock?” (Melody Maker, 21 ottobre 1972)

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Dalla collana Director’s cut edita dalla rivista musicale Blow up, un bellissimo libro di Stefano Bianchi su una band tanto ostica quanto seminale.
La prima parte è addirittura meravigliosa, per come Bianchi descrive la devastata e fatiscente New York degli anni 70: una città al limite dell’invivibilità ma al tempo stesso (o forse proprio per quello) instancabile procreatrice di geni artistici e scene leggendarie. Se si vuole avere un punto di riferimento è la New York di Vynil, del Chelsea Hotel , del Mercer Art Center, di quel cesso del CBGB o del Max’s Kansas City. Dei lustrini ma anche della miseria nera, della droga e della fame. Prima della gentrificazione Manhattan era un luogo infernale e magico, dove nacquero i Suicide: brutali e sconvolgenti, narratori di un sottoproletariato urbano prostrato e abbruttito.
Inizialmente accolti tra derisione e vere e proprie aggressioni, nemmeno mai completamente sdoganati in seguito, ebbero qualche momento di visibilità e successo commerciale solo dopo un decennio, quando artisti molto celebri li citarono (sorprendentemente) come ispirazione imprescindibile.
Da accompagnare assolutamente con l’ascolto dei brani del gruppo. Consiglio ovviamente il debutto con l’album omonimo ma avverto: sconsigliato a un pubblico facilmente impressionabile.

Alessandro Dalla Cort

“I Suicide sono stati influenti come i Clash. Ascoltando il loro omonimo album di debutto del 1977, appare ovvio: il suono del synth pop, della techno e dell’industrial dance degli anni ottanta e novanta, e la nuova New Wave dai suoni metallici, tutti fanno riferimento a quell’album fondamentale”.

Wilson Neate

Parole senza musica – Philip Glass

“La musica è la forza unificatrice che trascina lo spettatore dall’inizio alla fine, quale che sia l’ambito: operistico, teatrale, coreutico o cinematografico. E’ una forza che non viene dalle immagini, dal movimento o dalle parole.”

glass

Terza autobiografia dell’anno (seppure questa finisca come prima lettura del 2017) dopo quella noiosissima di Pete Townshend e l’incantevole scrittura di “Born to run” di Springsteen; tutte accomunate dalla stessa matrice creativa: la musica, solo che in “Parole senza musica” di Philip Glass, a emergere prepotentemente dalla pagina è l’uomo, attraverso un racconto pulito e onesto che ti cattura con grazia e pulsante intensità. La semplicità e la purezza con cui vengono narrati gli eventi lo fanno sembrare una persona come tanti altri, ma ne traspare l’intrinseca umanità e unicità. Naif e trasparente, diretto ma raffinato, Glass ci conduce per mano alla scoperta della sua personale parabola formativa come se si facesse una chiacchierata tra vecchi amici, raggiungendo picchi estremamente poetici nel tentativo di spiegare in primis a se stesso e conseguentemente agli altri, come avviene il suo processo creativo e che lo ha portato non tanto a pensare alla musica quanto a pensare la musica.

“[…] se per disegnare bisogna imparare a vedere allora il disegno sta all’atto del vedere come la danza sta al muoversi, la scrittura (la narrativa e specialmente la poesia) sta al parlare e la musica all’udire.”

Non è soltanto un racconto il suo, ma un affascinante e continua riflessione su molteplici temi antropologici e a vari livelli: si passa con nonchalance dagli anni di formazione alla descrizione dei più umili lavori svolti per nutrirsi, dagli incontri avvicendatisi nel corso degli anni e in varie parti del globo fino alle dettagliate spiegazioni di composizione musicale. Concetti e teorie del tutto affascinanti, impreziosite da aneddoti e piccole perle che ti fanno entrare in quello stimolante clima culturale della New York negli anni ’70 insieme ad artisti eterogenei come scultori, letterati, coreografi, registi o ti portano a scoprire l’influenza della world music fin nelle radici, ma quella vera della tradizione, come quella indiana, messicana o africana mediante la collaborazione diretta e senza schermi né filtri.
Disarmante e generoso grande uomo che si mette a nudo e in discussione come farebbe ogni giorno della sua vita, con estrema umiltà e voglia di indagare l’ignoto e il mistero legato a questa meravigliosa esistenza e alle sue infinite sfaccettature.

“E’ chiaro che ciascuno di noi è legato alla propria cultura. Comprendiamo il mondo a seconda di come abbiamo imparato a vederlo. Per questo diventiamo americani, o indiani, o eschimesi. Vediamo quel mondo perché è ciò che ci è stato instillato, perfino martellato, in testa fin da quando eravamo molto piccoli. Ma è anche possibile uscire da quel mondo.”

“D’altro canto, i pittori, i danzatori, i musicisti, i compositori e gli scultori vivono in due mondi. Nel mio caso, uno è il mondo ordinario e uno è il mondo della musica; abito entrambi simultaneamente. In quell’altro mondo usiamo linguaggi speciali: il linguaggio della musica, quello del movimento, quello dell’immagine, che possono esistere indipendentemente. Viviamo in questi mondi diversi e a volte non riusciamo neanche a vedere come siano collegati.”

Owlina Fullstop