Chelsea Hotel Viaggio nel palazzo dei sogni – Sherill Tippins #ChelseaHotel #SherillTippins

“Glorioso, vecchio, splendente, zozzo, fantastico, odioso hotel: è il Chelsea hotel, è la sua storia ed il suo declino. Non scegli di stare al Chelsea per stare comodo, lo scegli per viverlo e diventare come lui: punk, obsoleto, fashion e puzzolente”. (recesnore anonimo su TripAdvisor)

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Il Chelsea hotel è un albergo sulla 23° strada a NYC. Fu costruito verso la fine dell”800 con lo scopo di riunire sotto lo stesso tetto gli ospiti che lo abitavano, di tutte le classi sociali, in un amalgama armonioso e vagamente socialista, dove ciascuno si sarebbe sentito accettato e valorizzato. Anche e soprattutto gli artisti. Per farli vivere come in una comunità quindi, si condivideva la cucina, ci si ritrovava negli spazi comuni, si stava assieme come in una grande famiglia.
Nel tempo, questo spirito è comunque sempre stato mantenuto. Più tardi vennero altre crisi, venne la trasformazione in un vero e proprio hotel (dove però continuarono a risiedere anche ospiti permanenti), vennero le nuove gestioni che mantennero il mix sociale per il quale il luogo era stato originariamente concepito. Vennero anche le droghe, le cineprese underground, il film “Chelsea girl”, i punk direttamente dal Cbgb. Fino all’incerto presente, e alle impalcature.
Moltissimi clienti illustri hanno condiviso questa situazione, creando un ambiente stimolante e creativo. Dapprima gli scrittori, Mark Twain,Dylan Thomas, Clarke (che stese Odissea nello spazio con Kubrick), Burroughs, Corso, Arthur Miller, Tennesee Williams, e via via i musicisti: Leonard Choen, Ginsberg e Bukowsky, Kubrick, Forman, Dennis Hopper, Andy Wharol, Patty Smith/Mappletorpe, Tom Waits, Dee Dee Demone, Bob Dylan e mille altri.
Al Chelsea di viveva in grande libertà, fu per moltissimi anni un crogiolo per menti creative e spesso folli. Nessuno si faceva problemi delle eccentricità altrui o del tipo di sessualità o dell’assunzione di droghe, e il direttore poteva decidere di posticipare il pagamento dell’affitto a oltranza, se pensava che un artista avesse bisogno di concentrarsi sulla propria opera o di investire i suoi pochi soldi in attrezzature.
Gli stessi locali dell’albergo divennero spesso e volentieri opere d’arte o luoghi dove tali opere venivano create e/o esposte.
La giornalista, autrice del libro, ha fatto molte ricerche e ha recuperato una mole di informazioni di prima e seconda mano impressionante, informazioni che non è restia a condividere. Pure troppo, oserei dire.

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Purtroppo, secondo me, ha raccontato tante, troppe vite, percorrendole anche sul pre e post permanenza al Chelsea. Alla fine è andato un po’ perduto il pathos del luogo. Episodi che potevano avere grande fascino si sono smontati tirando in ballo intrecci con altri personaggi meno pertinenti e ripescando fatti lasciandolo poi sospesi per riprenderli quando nemmeno te ne ricordavi più.
Il libro è comunque una miniera di informazioni e curiosità, ti fa entrare in un passato recente che con tutti i personaggi citati ha definito la società contemporanea.

Raffaella Giatti

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Alessandro Portelli – Badlands #Badlands #BruceSpringsteen #AlessandroPortelli

Springsteen e l’America – il lavoro e i sogni

PORTELLI

Perché nella storia della cultura americana, molto prima e più vigorosamente che da noi, i significati profondi, i problemi cruciali, i conflitti radicali si sono espressi anche nella cultura che i colti disprezzavano, nella cultura popolare e nella popular culture. Perciò, se anche noi cerchiamo di imparare qualcosa da tre minuti di disco di Bruce Springsteen, non facciamo altro che il nostro dovere.

Lo dice l’esimio professor Portelli.
Quindi poche storie e fate il vostro dovere.

Springsteen e l’America: ovvero come Springsteen interpreta la “terra delle possibilità” riflettendo sulla tanto enfatizzata mobilità del lavoro che dovrebbe promuovere il riscatto sociale, ma che, più spesso, degrada in ricatto sociale. L’indagine di Portelli ripercorre quel coacervo di umiliazioni che caratterizzano le dinamiche comportamentali dei protagonisti delle canzoni di Springsteen. Fatiche, benefici, privazioni, successi, iniquità che risollevano o demoliscono la vita di un nugolo di personaggi.

Luciano Re

DESCRIZIONE

se c’è un libro che il popolo di Springsteen attende da anni è quello firmato da un suo specialissimo fan, Alessandro Portelli, il più originale e infaticabile esploratore dell’America e delle sue profonde radici culturali. Slittando dalla musica alla letteratura, dalla storia al presente, Portelli mette la sua nota affabulazione al servizio del cantore dell’America che più ama, quella tutta fondata sul lavoro, un’America in cui la promessa della mobilità sociale e della realizzazione di sé è spesso frustrata e tradita. Attraverso una rilettura dei testi che Portelli sa ancorare saldamente al contesto culturale e storico, il libro guarda al mondo di Springsteen sotto la lente del lavoro: il lavoro che divora le vite dei suoi personaggi (operai, cameriere, addette all’autolavaggio, cassiere, braccianti, disoccupati) e il suo lavoro, quello di musicista e di uomo di spettacolo. Il Bruce Springsteen narrato in questo libro è quello che racconta vite di seconda mano, come le Cadillac usate su cui i suoi protagonisti sfuggono al tedio di una quotidianità ripetitiva e senza sbocchi; che canta la rabbia di chi si ribella e di chi sogna di ribellarsi; che dà voce al senso di tradimento di chi crede che essere nato negli Stati Uniti lo autorizzi ad aspettarsi qualcosa di meglio; che avverte come il fantasma della rivolta torni ad aggirarsi sulle strade di un’America in crisi. Ma lo Springsteen di Portelli è anche quello che narra le sue storie dolorose con un sound travolgente che evoca l’orgoglio di essere, nonostante tutto, ancora vivi. In ultima istanza, non è il contenuto del sogno ciò che conta, e neanche la possibilità che il sogno si realizzi; conta piuttosto la capacità di sognare e la dignità di chi sogna. E il primo a sognare sulle note del Boss è lo stesso Portelli, che pagina dopo pagina ce lo racconta in presa diretta, attraverso le vivide istantanee dei concerti dal vivo, cui accorre da trent’anni da instancabile fan.