Elvis Costello – Musica Infedele & Inchiostro Simpatico #ElvisCostello

costello

Ora, la domanda è: cosa ci aspettiamo dalla lettura delle autobiografie dei musicisti (sempre ammesso che le leggiamo, ovviamente)?

Dunque, per quanto mi riguarda, in ordine sparso:
– -ricordi di infanzia e/o di formazione (ovvero: perché mai ha fatto il musicista e non il giocatore di biliardo o il geometra del catasto?)
– influenze musicali e no (voglio dire: avranno pure letto un libro anche loro, no? … a meno che uno si legga la autobiografia di Vasco Rossi, naturalmente, ancora fermo all’abecedario come certificano i testi delle sue canzoni: aaahhhhh ….eeeeeeeeeehhhhhhhh….ooooooooohhh…)
– anedotti della vita musicale on the road (quella volta che stavo nel locale più sfigato in culo al mondo e c’era un jukebox con le mie canzoni)
– ritratti ‘dal vero’ di altri musicisti (del tipo: Dylan, di persona, è un emerito stronzo. Oddio, questo credo l’abbia già scritto chiunque l’abbia conosciuto, praticamente)
– la storia dietro le canzoni/dischi (nome, cognome, indirizzo e codice
fiscale della Mary di Thunder Road, per dirne una)
– scene di vite personale/famigliare (anche i rockers portano il cane ai giardini a pisciare, suppongo)
– varie e eventuali

Bene, se è questo che vi aspettate, tutto questo qui c’è.
Tutto e in misura abbondante (soprattutto per le varie e eventuali).
Il problema, semmai, è il come.

Nel senso che il buon Declan MacManus, aka Elvis Costello, segue e porta alle estreme conseguenze il metodo retorico del salto dal palo alla frasca, seguendo peraltro l’esempio di alcuni suoi illustri colleghi (si vedano il Dylan di Chronicles e il Neil Young di Il sogno di un hippie) , disponendo tutto quanto sopra senza il benché minimo ordine né cronologico, né – tantomeno – logico, ma seguendo un suo personalissimo criterio, del tutto indecifrabile, almeno per quanto mi riguarda.
E coltivando un gusto quasi perverso per la digressione: ti sta raccontando una cosa di un certo interesse e se ne parte per quattro o cinque pagine a raccontartene un’altra che, apparentemente o meno, non c’entra una beatissima cippa, salvo poi tornare improvvisamente alla questione da cui era partito (e di cui tu, nel frattempo, ti era magari scordato).

Detto questo, non si può certo dire che, quantomeno per i maniaci di musica (e non necessariamente del Costello medesimo) il libro non sia privo di fascino, non fosse altro perché il buon Elvis – figlio di un cantante con la Joe Loss Orchestra (e qui si spiega perché non abbia fatto il geometra del catasto, nonostante abbia induscutibilmente il fisico del ruolo, anche se non ci è andato troppo lontano, in realtà)– sfoggia una conoscenza enciclopedica della musica popolare (e no) e può vantare, nella sua ormai quarantennale carriera, una serie pressoché infinita di incontri e collaborazioni con altri musicisti: servirebbe magari un indice analitico al termine del volume per capire quali e quanti sono (e per andarli a ritrovare tra le caotiche pagine del libro).

Certamente toccanti le pagine dedicate al rapporto non semplice con il babbo, separato dalla madre con Declan/Elvis ancora piccolo e padre di una nutrita schiera di fratellastri, descritto sino alle ultime ore di vita (e, a proposito di scene di vita famigliare, fa un una certa impressione ritrovare la divina Diana Krall in veste di amorevole crocerossina al capezzale del suocero).

Ecco, alle fine, anche una lettura interessante, per quanto non certo leggera.
Ma magari con un lavoro di editing che ne avesse ridotto un po’ la mole – diciamo di quelle due-trecento pagine almeno (sono 869!) – e avesse dato una forma più compiuta a questa massa abnorme di informazioni, racconti, situazioni ci avrebbe guadagnato un po’.
Un bel po’, credo, a essere sinceri.

 

PS: poi nelle note di ringraziamento si legge:
“Nessun animale o musicista è stato maltrattato durante la stesura di questo libro”
Un genio, quest’uomo.

Luciano Re

Badlands – Alessandro Portelli #AlessandroPortelli #Badlands #BruceSpringsteen

PORTELLI

“Bruce Springsteen non è Woody Guthrie, non è Bob Dylan, non è Hank Williams, non è neanche Elvis Presley. E’ qualcosa di più complicato di tutti e quattro: è quello che porta le domande di Hank Williams, gli orizzonti di Woody Guthrie, la poetica di Bob Dylan dentro il mondo di Elvis. Hank, Woody, Dylan, Elvis […] sono le voci più alte della tradizione musicale americana, ciascuno simbolo di un genere, di un linguaggio: country, folk song, rock and roll, rock, blues, rhythm and blues, gospel. Bruce Sprinsgteen se ne appropria, li assorbe, e li cambia tutti.”

La frase di lancio sulla fascetta recita: “Il libro più bello che i fan del Boss potessero aspettarsi”. E come contraddirla. Non si può. Perché quando a scrivere certe parole è quel maestro di dialettica del Portelli che ti parla come se si stesse facendo una chiacchierata informale, condita però di riferimenti culturali ad ampio spettro, beh … non puoi far altro che assaporare pagina dopo pagina e godere. Godere di quelle associazioni, canticchiarti i versi riportati all’interno del discorso e sviscerarli uno ad uno, confrontandone la tua personalissima traduzione e ampliandone infine l’interpretazione.
Dire che un testo del genere apra nuove prospettive è riduttivo.
Il sottotitolo ci prova a delimitare il campo, ma sono molte di più le tematiche che fanno capolino all’interno del saggio; sì, il lavoro, la working class, le acciaierie, le raffinerie, i soprusi, la disoccupazione e l’alienazione di un impiego che ti svuota l’anima. Sì, il sogno americano, la promised land, le aspettative deluse, la corsa, il viaggio, la strada. E dove lasciamo la guerra, i reduci, la maternità (non so quante volte viene nominata la Janey di Spare parts e il suo bambino portato al fiume) e la paternità, le differenze razziali e perché no religiose (superbo l’ultimo capitolo sulle influenze cattoliche nell’opera springsteeniana!)? Tutto converge e tutto va ad amalgamarsi nel più grande topic “Springsteen e l’America”. Perché sì, lui è il cantore di tutto questo e molto più.
E se Springsteen e Portelli stesso hanno imparato molto più da tre minuti di canzone che da tanti libri, beh è qui che è giunta invece la mia epifania e la mia personalissima illuminazione, perché “la passione, il lasciarsi andare, l’affidamento, la comunione dei fedeli, la vibrazione spirituale verso qualcosa di invisibile e immateriale, la speranza nell’amore – non le cerchiamo tanto in un’entità ultraterrena ma le troviamo in noi stessi grazie alla musica più mondana, sensuale, sfrontata e più sacra di tutte.”
Io appartengo a quello spazio immateriale fatto di confronto, apertura, riflessione, emozione, liberazione, fisicità, sudore, lacrime e fatica. Questo è il MIO sogno, quello in cui sentirmi viva e pulsante e dove ho compreso e appreso molto più di me stessa che da ore e ore di reiterato ascolto musicale.
So, dream, baby, dream and … come on, we gotta keep on dreaming!

Owlina F.