Elena Ferrante, L’amica geniale

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Alla fine ce l’ho fatta: ho imbroccato il libro giusto per iniziare la quadriglia!
E caspita, m’è pure piaciuto.
Non è eccezionale, non direi, però l’ho letto molto volentieri e devo ammettere che ha ragione la quarta di copertina quando dice che si fa fatica a staccarsi dalla lettura, a non arrivare in fondo di filato.

La storia ormai è nota: due ragazzine, la loro vita, un’amicizia strana, intensa ma stortignaccola, sempre ondeggiante come una bilancia che non si riesca mai a portare in pari. Un viaggio che parte alle elementari e arriva fino alla misteriosa sparizione di una delle due, quando ormai hanno entrambe superato la soglia dei sessanta.
Il primo libro ci racconta infanzia e prima adolescenza in una Napoli che non conosco geograficamente, socialmente e temporalmente, ma che mi è parsa vivida e comprensibile in modo quasi spaventoso.

Altro per ora non dico: non so dove vada a parare l’autrice, mi sa che mi toccano i capitoli mancanti (capa, vado e compro eh Emoticon wink ) e poi magari do un feedback un attimino più di respiro.

Epperò, dovendolo consigliare, sìsì mi sento in animo di farlo certamente

Sara De Paoli

Carlo Mars: Io più o meno credo di aver provato simili sensazioni. Un libro preceduto da un mitologico passaparola, di cui tutti han parlato in toni entusiastici, ma che io non ho letto con lo stesso trasporto, la stessa passione. Per me ottimamente scritto e descritto, ma non il capolavoro che moltissimi han declamato. Questione di gusti, come sempre.

Il dolore perfetto, Ugo Riccarelli

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Il dolore perfetto – Ugo Riccarelli

Un’epopea, una saga. Come credo in pochi oggi si azzardino a scrivere. La storia di due famiglie completamente diverse, una con ideali profondi e utopici, anche, l’altra più “bassa”, dedita al commercio, al guadagno e anche all’egoismo.
Sembrano due famiglie destinate a non incontrarsi mai, ma succede che le due rette parallele subiscano una deviazione, e che l’amore le faccia congiungere, sullo sfondo dei grandi avvenimenti della storia, dalla fine dell’ottocento fino al secondo dopoguerra.
Come sempre, storie piccole dentro storie grandi. E vite diverse si incrociano, pulsano, soffrono, amano, in un moto circolare, sempre vivo, inarrestabile, e per lo più scandito da enormi dolori, così grandi da essere “perfetti”. L’attimo prima di cadere, quello in cui si sta sospesi, e soli, quello è il momento. «Le cose son cose – penserà, in proposito Annina – hanno una vita loro, hanno forme, pensieri, hanno età e persino un colore. Siamo noi a dividere, a costruire barriere, ad alzare, abbassare, a dire chi è buono e cosa invece è peggiore. L’Annina capì così la distanza tra la madre e l’Ulisse. La sentì forte, batterle il petto. Una botta improvvisa, una crepa sul cuore. La ferita bruciante di un dolore perfetto.»
E non solo. Il dolore perfetto è in tante situazioni diverse. Due genitori che non si amano, un figlio che parte, la constatazione della sofferenza della povera gente, un animale destinato alla morte…la vita è così, una centrifuga che ti sorprende, ti fa innamorare, ti fa tradire, che ti uccide, ti fa sognare un mondo migliore, ti fa essere egoista, cattivo, ma anche altruista, partecipe, generoso. E’ tutto, e il suo contrario. E’ “merda e ragione”, è realismo ed è magia. E’ puzzo di maiale ma anche profumo di viole. C’è Marquez, qui, come molti han scritto, e secondo me a ragione. C’è tanta storia dei nostri bisnonni e nonni, autobiografica in larga parte, ma c’è anche tantissimo sogno. C’è anche la macchina del moto perpetuo, come simbolo dell’avanzare della vita, inesorabile, il suo eterno “rotolare” e ritornare, la libertà di sognare. E’ triste, terribile, c’è tanta morte, in questo romanzo, ma cento e più anni fa si moriva ancor più facilmente di adesso, la morte era ancor più di oggi ineluttabile e prevista, anche nelle terribili epidemie. Ci sono le fantastiche descrizioni di parti, partorienti e perpetue, e di quei rapporti magici che si creavano tra queste persone, e, appunto, di quanto fosse difficile già venire al mondo. Ma nonostante i dolori, perfetti ed imperfetti, le persone lottano contro il loro destino segnato, non si arrendono fino alla fine, cercando di fare del loro meglio, anche se sanno che non c’è salvezza nè redenzione nel mondo, che siamo uno sputo, dentro una Storia gigantesca. E in questo romanzo, in questo Colle, in questo paese solitario, le persone hanno il dono del tramandare, tramandare racconti e persone antiche, di generazione in generazione. “Se tutto rischia di morire, che almeno il filo della vita di questo luogo possa arrotolarsi e srotolarsi attraverso le sue parole”, dice e pensa Annina, la grande protagonista…mi ha fatto pensare che oggi si è perduta questa volontà e questa capacità di parlare degli avi, delle persone a noi legate e che non ci sono più, non vogliamo e non possiamo più raccontare di chi ci ha preceduto, come avessimo perso la memoria…il paese di cui qui si narra perde questa capacità innata solo in un momento, quando arriva la seconda guerra mondiale…la tragedia del mondo è così grande che fa perdere le parole. Un monito che tengo presente per l’oggi, per quello che stiamo vivendo. Le parole sono il filo che lega le persone, negli anni, nei secoli, il tramandare la memoria è uno degli scopi più alti dell’uomo. Anche se spesso mi deprimo, pensando a quanto poco tempo abbiamo a disposizione per far qualcosa che sia utile, che resti, che sia da motore per chi viene dopo di noi. Possiamo interpretare il tutto come depressivo, e cioè che il Tempo ci restituisce tutto uguale, e quindi possiamo chiederci chi ce lo faccia fare, ad arrabattarci così tanto, oppure pensare che comunque in mano abbiamo sempre il piccolo-grande potere di guidare le nostre vite e quelle di chi ci seguirà, con l’amore, la volontà, l’esempio, l’ascolto continuo. C’è un personaggio, in questo libro, dal cuore grande ma anche debolissimo, che vive sempre sul filo di un fisico che può abbandonarlo da un momento all’altro, che vive con la morte davvero abbracciata a lui, ma che però non molla mai, fino alla fine, che non si nasconde, non si nega a possibili sofferenze, che vuole comunque vivere, amare, fare quello per cui si sente portato. Ci ho visto l’autore stesso, che è morto ancora giovane, che viveva dopo aver subito un doppio trapianto cuore-polmone…ho letto un’intervista in cui lo descrivevano come piccolo, fragile, all’esteriorità, ma forte, coriaceo, nell’espressione. Ecco, questo l’insegnamento, direi, che ha lasciato. Non mollare. Credere in quello che si ama, consapevoli delle proprie fragilità.

Carlo Mars