J. G. Ballard – Il mondo sommerso #JGBallard

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The Drowned World, Il mondo sommerso, è un libro del 1962 di Ballard, il suo secondo romanzo, parte di una serie di storie apocalittiche (libri comunque a sè stanti, non connessi tra loro, che comprendono The burning world e The crystal world), molto ammirata dai lettori di fantascienza speculativa quando l’autore non era ancora conosciuto al grande pubblico per le sue opere adattate ai film di richiamo L’Impero Del Sole e Crash. E’ un libro che viene a volte descritto dalla critica come una versione sci-fi di Heart of Darkness di Conrad, mi pare onestamente un paragone azzardato e pure inutile, anche se qualche richiamo indubbiamente c’è. The drowned world è un romanzo eco apocalittico, o bio distopico, in cui il mondo come lo conosciamo è andato distrutto a causa di una serie di incidenti solari che hanno eroso l’atmosfera, liberando ondate di calore che hanno sciolto le calotte polari, aumentando esponenzialmente la temperatura terrestre fino a valori insopportabili per l’uomo. Con il calore arrivano alti livelli di radioattività e relativa umidità, che fanno prosperare lussureggianti vegetazioni tropicali nelle lagune che ricoprono il globo, riportando la Terra al periodo Triassico. In questo mondo allagato e sommerso, popolato da scimmie, zanzare giganti, iguane e pipistrelli, i pochi superstiti umani sono accumunati da una serie di sogni di antiche lagune e soli fiammeggianti, che gli studiosi teorizzano infine siano non sogni ma ricordi ancestrali dell’umanità, risvegliati da codici temporali presenti in ogni nostro gene che sentono la necessità di riadattare il nostro corpo all’ambiente circostante. Trama e personaggi sono funzionali, quello che conta sono la narrazione e le tematiche, perfettamente realizzate dalla scrittura nitida e pacata, e quando serve lirica, di Ballard. Le sue descrizioni di un sole inclemente, di spettrali cattedrali di edifici sommersi, di antiche vie cittadine rigurgitanti di vegetazione tropicale gigantesca, e di un collettivo incubo dove il richiamo delle iguane risveglia quel punto della corteccia cerebrale che condiviamo con gli alligatori dai tempi in cui i grandi rettili dominavano il mondo, e il ricordo di un’eterna foresta tropicale che chiama a sè con canto da sirena sono elementi che rimangono a lungo nella memoria anche dopo che si è riposto il libro.

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Ballard fu un esponente chiave di quel movimento della letteratura fantascientifica chiamato New Wave (ispirato dal lavoro di scrittori sperimentali come William S. Burroughs), noto per aver cercato di introdurre una scienza più soft rispetto all’accuratezza scientifica che caratterizzava il genere fino ad allora, e temi più sperimentali e letterari in storie che fino ad allora erano state generalmente dominate da razzi spaziali, robot, guerre galattiche e alieni. I suoi libri incentrati spesso su cupi paesaggi interiori al limite della follia e strane ossessioni psicologiche con la tecnologia non erano sempre apprezzati dal pubblico classico, che spesso leggeva i libri di fantascienza per divertimento, per evadere in realtà alternative con eroine un po’ discinte e mondi esotici. Non è per tutti, ma penso che abbia davvero scritto alcune tra le più strane e disturbanti opere associate al genere fantascientifico mai prodotte, piaccia o no ha lasciato un segno nel genere.

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Il mondo sommerso è un’opera relativamente giovanile, non tanto controversa quanto le sue produzioni più mature, molto godibile, quasi (quasi eh) avventurosa. I suoi personaggi, fatalisti, distaccati, che si spupazzano l’apocalisse bevendo le ultime casse di whisky di marca e spalmandosi di crema solare per combattere l’ennui degli ultimi giorni del pianeta come lo conosciamo, non sono eroi, non sono interessati a salvare nè l’umanità nè la Terra. Se non c’è troppa empatia con loro, la storia è però coinvolgente, l’ambientazione affascinante, e il tuffo nell’inconscio, assai improbabile a un moderno studioso di biologia nonchè psicologia, è decisamente seduttivo. E’ anche interessante la teoria del surriscaldamento terrestre laddove un cambiamento estremo climatico vada a influenzare non solo comportamenti superficiali e fisici ma anche e soprattutto neurologici. A me è piaciuto molto, ed è anche relativamente breve, quindi se volete tuffarvi (ah ah) nel mondo sommerso, per me non sbagliate.

Lorenza Inquisition

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Uomini senza donne – Haruki Murakami

“Un giorno all’improvviso diventi uno dei tanti uomini che non hanno una donna. Quel giorno viene di colpo a farti visita senza che tu ne abbia il minimo presentimento, senza il minimo preavviso, senza annunciarsi bussando o schiarendosi la gola. Svolti l’angolo, e ti accorgi che ormai sei arrivato lì. Ma non puoi più tornare indietro. Una volta girato l’angolo, quello diventa il tuo solo, unico mondo. E quel mondo lo chiami «uomini senza donne». Sì, con un plurale di gelo infinito”.

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Uomini senza donne è l’ultimo libro tradotto in Italia di Haruki Murakami, sette storie, sette uomini la cui vita viene fotografata da un preciso istante in poi, il momento in cui il “femminile” esce di scena, e loro rimangono, appunto, uomini senza donna. I motivi di questa assenza sono più o meno misteriosi e drammatici, e gli uomini protagonisti non sono sempre necessariamente vittime. Ne emerge un racconto corale di solitudini e ricordi, di uomini che per un periodo – lungo o breve – hanno vissuto l’illusione della vicinanza, della comunione, e una in genere pacata nostalgia per quello che non è stato.

Le storie presenti hanno diversi gradi di profondità, surrealismo e malinconia. Come sempre succede nelle raccolte di racconti, qualcuno è più vicino all’autore come lo conosciamo nei romanzi, e qualche storia pare invece scritta da un’altra persona. Le tematiche e lo stile rimangono per me comunque molto coerenti con quello che ho letto finora di Murakami, una scrittura pulita e piacevole, a volte declinata in uno stile favolistico dove non succede quasi mai niente ma sembra che succeda sempre qualcosa di fondamentale, tra una passeggiata e un gatto, un amplesso e un disco jazz, un sogno e un giro in macchina, una citazione dei Beatles e una lista di libri da leggere.

In questi racconti troviamo l’attore vedovo che vuole diventare amico di un amante della moglie defunta; un giovanissimo innamorato che nella sua inadeguatezza spera che la sua ragazza, con la quale fa coppia fin dalle medie, si metta con suo amico, onde evitare di doverla cedere a sconosciuti; il chirurgo plastico, dongiovanni incallito, che si innamora per la prima volta in tarda età con conseguenza drammatiche; una Shahrazad che fa visita a un amante recluso e gli racconta frammenti di storie,  proprio come ne “Le mille e una notte”, lasciandolo ogni volta in sospeso a desiderare più di ogni altra cosa il suo ritorno (“Perché le donne offrivano un tempo speciale che annullava la realtà, pur restandovi immerse”); un uomo che scopre il tradimento della moglie, ma non riesce ad esprimere il proprio dolore e finisce con l’accumulare un vuoto interiore abissale. Perchè è giusto provare sì a dimenticare, ma non è abbastanza. “Non doveva solo dimenticare, doveva anche perdonare”. E nemmeno perdonare è abbastanza: bisogna avere rispetto per se stessi, e dunque saper ascoltare il proprio cuore, se -metaforicamente – si vuol evitare che i serpenti lo assedino. Bisogna avere il coraggio di ammettere: “Sì, sono stato ferito, e molto profondamente”.

In uno dei racconti più riusciti per me, Murakami rovescia la prospettiva della Metamorfosi di Kafka: non un uomo trasformato in scarafaggio, ma uno scarafaggio che si sveglia trasformato in Gregor Samsa, scoprendo subito quella molla potente della condizione umana che si chiama desiderio. L’oggetto del suo desiderio è una donna con un evidente difetto fisico, nelle strade di Praga ci sono militari stranieri che arrestano la gente. E non è un caso forse che l’unico spiraglio di relazione possibile del libro ci giunga grazie a un passaggio di fisicità ma soprattutto di personalità: il solo modo per riacquistare umanità (o imparare a viverla) sarà la relazione amorosa. La vicinanza dei diversi, la comunione al di là delle apparenze.

Murakami a me piace tanto come scrittore, ma penso che sia un autore che -più di altri- non può piacere a tutti: o ti lasci andare alla sua narrazione, o resisti; o ti affascinano i suoi mondi metà sogno metà realtà, o te ne vuoi andare per non tornare mai più. Questi racconti non fanno eccezione: c’è il registro magico-fantastico, anche se non è dominante, troviamo sia la storia più lineare sia quella dove chiudi e ti chiedi se tutto sia accaduto o  sia stato solo immaginato. Ci sono la contemplazione dell’illogicità della vita, il mondo onirico e la riflessione sulla solitudine dell’uomo davanti alle grandi scelte, e una galleria di personaggi in fondo comuni ma anche particolari e profondi nel tratteggio.

Se non avete mai letto nulla di questo autore e vi incuriosisce, per me potete partire da qui: se vi piace, nei romanzi troverete tutto quello che c’è in questo libro ampliato e approfondito. Se non vi piace, è comunque un libro maneggevole sia come temi che lunghezza, e vi sarete fatti un’idea serena di uno scrittore molto famoso.

Lorenza Inquisition