Canada – Richard Ford #Canada #RichardFord

“I nostri genitori non offrivano a mia sorella e me un appiglio abbastanza robusto al quale tenerci attaccati, che è quello che dovrebbero fare i genitori. Comunque, dare ai genitori la colpa delle difficoltà della propria vita alla fine non porta da nessuna parte”.

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Bello questo romanzo di Ford, l’ho letto molto volentieri anche se a tratti il ritmo è troppo lento, persino ripetitivo. Però è il suo stile, devi lasciarti andare nella storia lasciandolo raccontare coi tempi suoi. Il libro si apre con una frase che determina lo svolgimento della vicenda: “Prima di tutto parlerò della rapina commessa dai nostri genitori. Poi degli omicidi, che avvennero più tardi”.  Il narratore è Dell, un ragazzino quindicenne, che in realtà, scopriremo più avanti, ci parla dal suo diario di sessantenne in pensione perso nei ricordi. Ford fa un ammirevole lavoro nel tenere le due voci, l’adulto e il ragazzino, unite ma divise nella narrazione, destreggiandosi tra riflessioni e osservazioni che appartengono chiaramente all’uno o all’altro, lavoro non scontato nè facile lasciando parlare un solo narratore per tutto il libro.

La storia è divisa in due parti, che seguono i due avvenimenti spiegati nella frase di apertura. La prima è il racconto della distruzione di una famiglia, il crollo delle certezze nel mondo adulto da parte della giovinezza. Nell’America degli anni Sessanta, Dell vive con la sorella gemella e i propri genitori, sognando normali sogni di ragazzino tranquillo: imparare a giocare a scacchi, fare un progetto di scienze sulle api, avere buoni voti per l’Università una volta iscritto al Liceo. Non hanno amici nè parenti vicini, perchè il padre è un ex militare e per tutta la vita si sono spostati vivendo nelle basi dell’Aviazione. I genitori sono una normale coppia male assortita: la moglie più colta del marito, insegna alle medie fantasticando sulla propria carriera universitaria abbandonata nel momento della gravidanza. Lui un gioviale buono a nulla, che una volta congedato non sa che pesci pigliare, perde lavori su lavori, e infine, stupidamente, per saldare un debito decide di rapinare una banca. La moglie, perchè è debole, repressa, passiva, perchè alla fine è la via più facile, invece di opporsi e portar via i figli, accetta di fargli da complice. Il giorno in cui vengono arrestati segna il collasso della famiglia, e la fine della vita fino ad allora conosciuta. La sorella, con cui lui ha sempre avuto un rapporto particolare, a corrente alternata, scappa di casa; e Dell viene portato di nascosto in Canada da una collega della madre, che in una inaspettata presa di posizione prima di essere arrestata, decide che non vuole che i figli vengano istituzionalizzati fino alla maggiore età e ne organizza la fuga oltre confine. In Canada inizia la seconda parte del libro: ogni pretesa di esistenza normale viene inghiottita nella decostruzione del mito della frontiera, nel paesaggio disperso e anonimo della sterminata tundra canadese e della baraccopoli in cui il ragazzo si ritrova scaraventato. Dell vive nel Saskatchewan occidentale, dove è impiegato in una pensione di dubbia legittimità, parte bisca clandestina e parte bordello, tra lavoratori abusivi e cacciatori stagionali di anatre, quasi sempre solo se non per la compagnia di un metìs di incerte origini e sanità mentale. Gli avvenimenti precipiteranno nei due omicidi di cui si parla all’inizio del libro, determinando la definitiva perdita dell’innocenza del ragazzo e il suo ingresso nel mondo adulto.

E’ un libro un po’ cupo, nonostante sia raccontato in prima persona da un ragazzino, espediente che spesso concede una certa leggerezza in questo genere di storie: ma Dell è quasi sempre triste, nostalgico, perso, anche se mai veramente disperato. Uno dei temi principali del romanzo è la classica apatia di Ford nei suoi personaggi, un’accettazione passiva, amaramente fredda di quello che capita loro: la vita accade, e ogni personaggio si rassegna qualsiasi cosa succeda, bella o brutta (in genere brutta). Tuttavia c’è una certa fascinazione nella parte sul Canada, che è più un luogo interiore che un posto fisico, in cui Dell diventa adulto non solo per colpa dei famosi delitti ma per un suo percorso di crescita personale. E’ un ragazzino che impara a lavorare, a riflettere, a stare da solo, a osservare gli adulti; e tutto questo senza diventare rabbioso o impudente, nè arrogante. C’è qualche riflessione malinconica sul passato che avrebbe potuto essere diverso, ma si capisce che Dell sessantenne ha accolto il nuovo corso che la sua vita ha preso in quei famosi anni senza eccessivi drammi, e senza inutili, sfiancanti rimuginazioni. L’analisi delle personalità dei due genitori e della sorella è molto precisa, spietata ma non priva di empatia, soprattutto verso i due adulti, e su quella stupida, irresponsabile scelta che determina il destino dei figli: il loro errore li ha allontanati da quello che avrebbe dovuto essere la loro vita americana, quella immaginata, data per scontata, sognata da che erano piccoli. Ma poi, alla fine, da quell’evento, è nata comunque per Dell la sua vera vita, quella canadese in cui si è sposato, si è costruito una famiglia, una carriera: “Voleva anche dire che nel processo diventavi una persona diversa: cosa che mi stava succedendo e che doveva essere accettata”. Esiste quindi una passività che non è negativa, perchè determina l’accettare ciò che ti succede e su cui non hai alcun controllo, prendere in mano questi eventi e ciò che ti lasciano dentro e ripartire da lì, senza recriminazioni, e questo alla fine richiede forza e maturità.

Canada è un bel libro, con personaggi vividi, resi magnificamente e con grande empatia, che parla della solitudine che sta spesso al cuore dell’american dream come ideale di vita, e di come imparare a convivere con questa solitudine non sia, in genere, un male, ma anzi un modo per non esserne sopraffatti e, in definitiva, trovare una non generica e mai scontata felicità.

In una poesia del grande poeta irlandese Yeats c’era un verso che diceva: “Non può esistere alcunchè di unico o d’intero che non sia stato strappato”. In una vita dedicata all’insegnamento ho insegnato molte volte questa poesia e credo che il modo di pensare dell’autore fosse questo: che le cose sono imperfette, e tuttavia accettabili.  

Lorenza Inquisition

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Madame Bovary – Gustave Flaubert #MadameBovary

I classici qui non si contestano nè si recensiscono, noi stiamo con la testa sotto i loro piedi e muuuti, e comunque un mio ripasso attuale de La signora Bovary non potrà mai aggiungere nulla a un lavoro critico che si è esercitato quasi ininterrottamente sul romanzo per centosessant’anni, un capolavoro di tutti i tempi. D’altra parte essendo un classico fornisce a ogni lettura e a ogni nuovo lettore spunti ulteriori di riflessione, che vado comunicandovi.

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Quand’ero al Liceo era assegnato come compito di leggere almeno un libro di ogni autore che si studiava nelle grandi letterature. Ai tempi la cosa mi rompeva un po’, anche se a posteriori a ripensarci, Che compito hai questa settimana per letteratura francese? eeeeh devo leggere UN libro, e capirai. Comunque ringrazio di tutto ciò le suore orsoline orsacchiotte perchè alla fine a diciott’anni avevo già il mio bravo bagaglio di opere classiche, e se alcune mi avevano annoiato a morte, altre le ho portate sempre con me con tanto ammòre. Madame Bovary mi era piaciuta, per esempio, così tanto che l’avevo poi voluta rileggere dopo pochi anni all’Università. Questa seconda volta tuttavia mi aveva meno entusiasmato, quindi l’ho lasciata lì a sedimentare, seppur con un buon ricordo. Adesso dall’alto delle mie quarantblettaprrrt primavere l’ho riaccostata, e sono contenta di annunciare che ho fuso le mie due versioni passate, diciottenne e venticinquenne, con la attuale, in un tutt’uno di accettazione e partecipazione della Emma Bovary, che la capisco e le voglio bene, anche se ciò non toglie che sia per certi aspetti un personaggio innervosente ai massimi livelli, e tutto ciò, avendo ella ormai la bellezza di 160 anni, depone solo a suo favore.

Un aspetto incredibilmente affascinante del romanzo, che ho sempre amato in tutte le mie versioni, sono le descrizioni dei sogni, delle fantasticherie e della letteratura in cui Emma indulge per gran parte della propria esistenza: gli amori cavallereschi e le fiabe romantiche, gli abiti delle dame e le corti, i grandi amori e gentiluomini, tutto ciò ha rovinato lei da giovanetta ma anche qualsiasi lettrice appassionata di romanzi come me. Il bovarismo, quell’atteggiamento psicologico che fa continuamente sognare grandi sogni a occhi aperti, rifiutare la propria grigia esistenza, odiare persino il quotidiano, in genere veicolato dai libri ma non è detto, non per tutti, a diciott’anni  per una ragazza è di rigore, penso: ricordo ancora la prima volta che ho pianto disperatamente perchè uno dei personaggi di Shannara moriva, era il primo fantasy che leggevo e mi ci ero immersa completamente. Ne uscii distrutta per due giorni, con Bobby che per tirarmi su mi citava Henry Miller: lo Scorpione è un segno che si immerge completamente nella storia, vedrai che poi passa. Quanta saggezza! Come lettrice, è  impossibile non provare empatia per Emma, con il suo culto dei grandi romanzi e la passione con cui li vive, che le fa sormontare la banalità del quotidiano, chi di noi non ha sognato chiudendo un bellissimo libro di poter vivere con i protagonisti e non doversi alzare e tornare al grigiume di preparare la cartella, la cena, la presentazione del giorno dopo al lavoro?

E’ chiaro poi che ognuno ci ha la sua sensibilità, e vivere troppo sulle note blu comunque non fa apprezzare i lati positivi della propria vita, perchè si tende a proiettare le proprie speranze in sogni irrealizzabili. Questo noi lo capiamo, più o meno, avanzando con gli anni. Madame Bovary vive tutto su un registro eccessivo, sia esso quello della virtù – la dedizione perfezionistica alla casa e alla famiglia che la prende a tratti – o quello della trasgressione morale, che spesso autogiustifica ai propri occhi pensandolo dovuto all’intensità della passione amorosa. La signora Bovary è a suo modo coraggiosa, spavalda addirittura nell’assecondare le ragioni del cuore e del sentimento rispetto al proteggere la morale e ad assecondare l’intelletto. Incurante della riprovazione sociale commette adulterio, consapevole di quello a cui corre incontro, ma per lei devono sempre vincere i moti dell’anima e la volontà di spezzare le catene del pregiudizio che la società ottocentesca impone. E’ per questo che Emma è diventata anche, in varie epoche, un simbolo femminista: una figura tragica che incarna il  rifiuto di accettare un’esistenza mediocre, senza orizzonti, mortificata nell’adempimento dei doveri quotidiani iscritti nel ruolo di donna.

C’è da dire però che questo aspetto a me ha sempre colpito meno; capisco il significato addirittura eversivo che culturalmente ha avuto all’epoca, che una donna cristiana potesse fare quella vita e che se ne potesse addirittura scrivere era scandaloso, una borghese che non accetta il proprio ruolo e nemmeno si rifugia nella religione, però non sono mai riuscita a identificarmi in questo. Quand’ero giovane, perchè tutto sommato irridevo la sua scelta affrettata di sposare un uomo scelto male e in fretta, che evidentemente non le suscitava passione. Adesso, perchè penso esistano altri mondi in cui rifugiarsi, per qualcuno è la letteratura, per altri la musica, o altre persone, o viaggi. Penso che ci sia una Emma Bovary in ognuno, sempre pronta a saltar fuori in ogni momento in cui la vita, l’ennui, la fatica arrestano un po’ i sogni in cui si perde in modo sano, e ci si ferma a pensare E’ tutto qui? questa è la mia vita? davvero? Ma bisogna combatterla quella Emma lì,  magari ci si fa un piangerino o un giro in moto, o una corsa col cane o una seduta compulsiva di shopping, e la vita torna a essere bella, anche se magari non è proprio quella che sognavi da giovane. Questo, ovviamente, per noi. Lei, la Emma, è oltre, e lo sarà per sempre.

Queste sono solo mie umili riflessioni ai piedi di un personaggio immenso, che travalica il suo tempo, l’incarnazione triste e dolorosa dell’insoddisfazione femminile e dell’irresistibile bisogno d’evasione dalla mediocrità provinciale e borghese, dal muro di una realtà noiosa, incolore, abietta.

Ho rivalutato, con il tempo, il personaggio del marito: da giovane mi pareva un uomo detestabile, mediocre, terribilmente limitato nella sua angusta ottica piccolo-borghese, di una normalità che rasenta l’imbecillità. E lo è, è davvero tutte queste cose, il povero Charles. Però, come dice la Maraini, non va sottovalutato: “Rozzo, goffo e pigro, si direbbe persino scemo, in realtà si mostra capace di ciò che nessuno dei personaggi flaubertiani sa fare: amare con dedizione materna, con tenerezza protettiva, con generosità infinita, la persona che ha scelto di amare”.  E’ ovvio che essere sposate a un uomo così privo di immaginazione, di intuizione psicologica, di fantasia e di voglia di acculturarsi sarebbe una dannazione per chiunque con un minimo di sensibilità artistica. Ma dal punto di vista di lui, innanzitutto c’è da sottolineare come egli non abbia, al contrario per esempio dei due amanti di Emma, che giungono a disamorarsene incapaci di tollerare la sua intensità passionale, sentimenti volgari o dozzinali. Charles ama sinceramente la moglie, si dirà forse che non la capisce; è vero, ma il suo sentimento non è meno vero, per questo. E’ un goffo, un vinto, capisce di essere incapace di soddisfarla, e perciò non pone alcun limite alla sua libertà e alla sua autorealizzazione, non interferendo mai nei disperati tentativi di evasione della moglie. Un uomo più meschino l’avrebbe punita, un uomo più volgare soggiogata. Egli invece la spinge a dedicarsi alla musica, asseconda il suo gusto per il lusso, non è un grande eroe romantico, la sua personalità si esprime nel comportamento, non in parole fiorite e inutili. Nel complesso, insomma, un brav’uomo, la cui mediocrità è riscattata dal fatto che, preso atto delle colpe di Emma, riesce a perdonarla e a serbarle amore nel suo intimo, fino alla morte per crepacuore.

Certo, il loro matrimonio, così male assemblato dall’inizio, ha un inevitabile, fatale epilogo. Emma è incapace per carattere di sopportare la monotonia del suo matrimonio e la mediocre semplicità del suo compagno, che pur amandola sinceramente, non è minimamente in grado di colmare il suo vuoto esistenziale che si trasforma, pian piano, in una voragine in cui tradimenti, malesseri, estasi religiose e passionali la porteranno ad un tragico finale, una vicenda resa mirabilmente, davanti alla quale è impossibile rimanere indifferenti, anche oggi in questa modernità iperattiva e spesso superficiale in cui ci muoviamo.

Lorenza Inquisition