In cold blood – Truman Capote #TrumanCapote

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Capote riferì in varie interviste di avere in mente da tempo di scrivere un resoconto veritiero di un caso criminale, perchè vedeva nel giornalismo la possibilità di introdurre un nuovo genere letterario: la nonfiction novel. Conoscendo i propri tempi, pensava di dedicare alla scrittura della propria opera almeno quattro o cinque anni; e questo lo poneva nella condizione di scegliere un crimine di un certo scalpore, perchè doveva avere la ragionevole certezza che il materiale non “scadesse”, col tempo. Ed essendo la natura umana quella che è, sapeva che un assassinio non sarebbe mai calato di interesse, per il pubblico. Leggendo un trafiletto sul New York Times, decise che il caso Clutter poteva fare al caso suo. Perchè non partire, andare in Kansas e vedere che succedeva? Tutto gli era sconosciuto: la città, gli abitanti, i paesaggi, il clima. E tutto questo poteva contribuire ad acuire il suo pensiero, stimolare il suo lavoro.

Alla fine, non partì solo, lo accompagnò la sua migliore amica, Harper Lee, che fu vitale per il lavoro di Capote, un artista che ostentava la propria superiorità intellettuale e sartoriale, con le sue gardenie e le sciarpe di seta colorata. In una città della Bible Belt, rurale, religiosa, spaventata per un delitto atroce ancora irrisolto, tendenzialmente chiusa verso qualsiasi estraneo e diffidente di chi non è del luogo, lo scrittore di New York non avrebbe avuto vita facile senza la mediazione dell’amica. Ma Harper Lee era una signora; cominciò col fare visita alle signore, alle mogli di chi voleva intervistare Capote, facendo da tramite per lui. Col tempo, anche i cittadini più riluttanti accolsero i due scrittori. Le interviste furono moltissime, alcune andarono avanti per tre anni, e per allora Capote era totalmente in confidenza con le persone di Holcomb.

Incontrò per la prima volta Perry e Dick la sera del loro arrivo a Garden City. Nelle prime interviste Perry era diffidente, quasi paranoico, e non parlava. Dick era più facile, era la classica persona che incontri sul treno e in dieci minuti ti ha già raccontato tutto della sua vita. Perry si rilassò dopo qualche mese, ma solo dopo anni arrivò a essere completamente onesto con Capote, e a fidarsi di lui. Chiedeva allo scrittore perchè stesse scrivendo questo libro, proprio un libro di questo tipo. E un giorno gli disse: Dimmi in una sola frase perchè vuoi scriverlo. Capote rispose che non era sua intenzione far cambiare idea alla gente, e neanche c’era un particolare intento morale: era solo una sua precisa convinzione estetica di poter creare un romanzo che fosse un’opera d’arte. A queste parole, Perry si mise a ridere, dicendo che era proprio una cosa ironica. Perchè per tutta la vita aveva cercato di creare un’opera d’arte, e dopo aver ucciso quattro persone, beh, proprio quello sarebbe alla fine risultato l’opera d’arte di un’altra persona.

Durante gli anni di detenzione, Capote ebbe un rapporto costante con i due condannati. Si considerava amico di Perry, gli era più vicino emotivamente perchè mostrava rimorso, perchè aveva avuto un’infanzia mostruosamente infelice, perchè era intelligente e desideroso di studiare. Visitava spesso i due ragazzi, parlava con loro, inviava pacchi di riviste e giornali, e scriveva almeno due lettere a settimane, due lettere diverse ciascuno, perchè erano vicini di cella, ed erano molto gelosi, o meglio, Perry lo era, e se Dick avesse ricevuto una lettera in più si sarebbe offeso tremendamente. Capote scriveva delle cose che faceva a New York, della propria casa, del proprio cane. Due lettere a settimana, per anni. E poi c’era la relazione con gli abitanti di Holcomb, con l’agente Dewey e sua moglie, a cui pure scriveva, un lavorìo emotivo di anni, incessante. Anche se non produceva pagine del libro, Capote era costantemente nel caso, sempre. C’era inoltre il fatto di sentirsi frustrato perchè aveva un libro fermo: a causa dei vari appelli che si trascinavano negli anni, non c’era un epilogo. E non poteva pubblicare un romanzo senza una fine. E desiderare quella fine era pure orribile, per il suo rapporto di amicizia con Perry, e comunque di vicinanza con Dick. Nel frattempo Harper Lee aveva pubblicato To kill a mockingbird che era diventato un best seller, aveva vinto il Pulitzer e aveva venduto i diritti cinematografici a Hollywood. Un giro estenuante di fattori emotivi per Capote, che anno dopo anno raggiungeva nuove frustrazioni. Quando l’ultimo appello venne rifiutato dalla Corte, Perry scrisse una lettera a Capote, chiedendogli di andare a fargli visita. Lo scrittore inizialmente rifiutò, poi eventualmente accettò, disse addio all’amico, e assistette anche all’esecuzione dei due giovani. Perry gli lasciò in eredità i suoi pochi averi, libri, lettere, disegni.

In cold blood rese Truman Capote lo scrittore più famoso di America, è tutt’oggi una pietra miliare nella cultura americana, e il picco della carriera letteraria di questo scrittore. Questo fu l’ultimo libro da lui completato, e non pubblicò più nulla dopo, se non dei racconti che aveva già prodotto. Non riuscì più a scrivere niente.

La critica accolse favorevolmente il romanzo, ma ci fu una brutta diatriba con il critico d’arte Kenneth Tynan, che dichiarò in una sua recensione come Capote volesse a tutti i costi una esecuzione capitale come degno finale per il libro.

“Alla fine, stiamo parlando di responsabilità; il debito che uno scrittore verosimilmente ha verso chi gli procura la materia prima del suo scrivere, fino all’ultima parentesi. Per la prima volta uno scrittore influente di prima categoria è stato messo in una posizione di privilegiata intimità con dei criminali che stanno per morire, e -per come la penso io- ha fatto meno di quel che avrebbe potuto per salvarli. Il punto si focalizza, precisamente, su due priorità: viene prima il lavoro, o la vita umana? Un tentativo di aiutare (per esempio fornendo una nuova testimonianza psichiatrica) avrebbe potuto facilmente fallire; ma manca qualsiasi prova che questo tentativo sia mai stato contemplato”. Kenneth Tynan

Intervista inegrale: http://www.nytimes.com/books/97/12/28/home/capote-interview.html

Lorenza Inquisition

 

 

 

Perchè non leggerò Go set a Watchman, e perchè probabilmente non dovreste farlo nemmeno voi

heyboo

Il 14 luglio è uscito in lingua inglese il nuovo attesissimo romanzo di Harper Lee, l’autrice del Buio oltre la siepe, che per problemi di traduzione arriverà in Italia penso giusto giusto per Natale. Non comprerò questo libro, non voglio leggerlo e in realtà non vorrei neanche conoscerne l’esistenza, ma è impossibile, il battage pubblicitario oltreoceano è enorme, potrebbe forse superarlo un eventuale (e altrettanto non richiesto) seguito de Il giovane Holden. Perchè arriverà in Italia, come ovunque penso, con questa (falsa) premessa: l’atteso seguito de Il buio oltre la siepe. Ma ci sono un paio di cose che l’editore non vi dirà su questo argomento, e comincio a dirle io. La prima, e più importante, è che Go set a Watchman NON è un seguito, è una prima stesura de Il buio oltre la siepe. E’ il canovaccio con cui Harper Lee si presentò all’editore, che glielo rifiutò, trallaltro: le suggerì di riscrivere il tutto cambiando varie cose tra cui la prospettiva, mettendo il punto di vista di Scout in prima persona come io narrante. E la riscrittura, da quella prima bozza, non fu semplice, nè breve: quello che è arrivato a noi come uno dei capisaldi della letteratura americana richiese due anni di lavoro, infinite sessioni con gli editori che lo revisionarono più e più volte insieme all’autrice, che a tratti visse persino in casa di uno di loro per agevolare il processo di stesura. C’è un motivo se Il buio oltre la siepe è un capolavoro, e i capolavori non nascono quasi mai in una sessione indolore di mezza giornata di lavoro: l’autore ci lascia sudore, lacrime, sconforto, rabbia, speranza, per giorni e mesi, e a volte anni. Ciò che noi conosciamo come la perfezione, non è talento abbozzato in due minuti. Quindi, quello che stanno pubblicando adesso, pur avendo gli stessi personaggi e la stessa ambientazione, non è un seguito, è semmai un brutto prequel, che esiste negli archivi di Harper Lee dal 1958. La scrittrice non ha mai prodotto un altro volume; è uno di quei rari casi di autore che ha un solo libro dentro di sè. Possiamo esserne tristi, o la cosa può lasciarci indifferenti, ma Harper Lee vinse il Pulitzer con Il buio oltre la siepe, e direi che è scesa a patti con la sua vena produttiva (o mancanza di essa) da tempo; i suoi editori, meno. L’editore ha un preciso lavoro, in fondo: vendere libri. Già nel 2011 gli eredi dei famosi primi editori che aiutarono a creare il capolavoro chiesero all’autrice il permesso di revisionare e pubblicare la suddetta prima stesura, da lei conservata forse per ricordo affettivo, ed ebbero in risposta grossi pernacchioni e pure una diffida. La Lee assolutamente rifiutò la pubblicazione, e negò che ci fosse qualcosa in quella bozza degno di essere salvato che già non fosse presente nel Buio; e sua sorella, la curatrice legale di tutto il patrimonio nonchè tutore depositario dei beni della sorella, difese con fermezza la decisione della scrittrice. Ma Harper Lee è ora sola, la sorella morta nel 2014; e quasi per combinazione, un paio di mesi dopo la sua scomparsa, l’editore ha annunciato al mondo letterario di essere pronto a pubblicare un manoscritto “miracolosamente” ritrovato, un sequel mai pubblicato del Buio che la Lee avrebbe proprio molto molto molto voluto pubblicare negli anni ma che per una strana combinazione non aveva menzionato fino a tipo due secondi prima. Harper Lee ha oggi 89 anni, è una vecchina quasi completamente cieca e sorda, con problemi saltuari di perdita di memoria e stato confusionale, e non è stata presente praticamente mai in nessuno degli stadi della revisione del -diciamo -nuovo romanzo. Questi sono fatti documentati, accessibili a chiunque abbia voglia di leggersi qualche giornale e parli inglese per farsi un’idea di quello che è accaduto, o sta accadendo.

La mia decisione di non leggere Go set a watchman non è dovuta solo a tutta questa spiacevole vicenda: ognuno approccia determinate questioni in modo diverso. Ci può essere chi da un punto di vista squisitamente letterario vuole sapere com’era -com’è- questa stesura, cercare tratti della scrittrice in un suo altro scritto, semplicemente leggerlo perchè incuriosito proprio da tutta la controversa vicenda.

Per me, è una questione personale. Io ho letto Il buio oltre la siepe la prima volta quand’ero al liceo, a quindici o sedici anni, quindi 1986 circa. La professoressa di Italiano durante le vacanze estive non assegnava compiti a chi andava bene nella sua materia (e io, modestamende), si limitava a consegnare una lista di libri che suggeriva di leggere. Il Buio credo fosse il primo in quella lista, e mi ha aperto un mondo: è uno di quei libri che ti fanno alzare la testa dal piccolo orticello dei tuoi problemi a scuola per guardare oltre. A quell’età, leggere per la prima volta di come un uomo per un ideale di giustizia e verità sia disposto a sacrificare tutto, persino la propria famiglia, e senza violenza ma scegliendo la dialettica, fu una rivelazione. Atticus Finch è un uomo bianco che pur essendo cresciuto in un mondo che platealmente incoraggia l’iniquità del razzismo, che permeava ogni nuovo nato con il suo credo malato e ignorante, e pur non avendo avuto qualcuno che gli dicesse E’ sbagliato, un uomo di colore è un uomo a tutti gli effetti, trova dentro di sè -e nelle Scritture, e nei testi giuridici- un codice di onore e comportamento al quale attenersi, un codice che solo i piccoli grandi uomini posseggono, e i piccoli grandi uomini, tra le altre cose, ispirano altri piccoli uomini e piccole donne. Mostrano la strada, fanno pensare, aiutano a capire: Atticus è un’icona della letteratura per questo motivo, e mi è carissimo perchè è stato uno dei primi personaggi a uscire dal libro per parlarmi e farmi riflettere.

E poi c’è Scout, una che insieme a Jo March ti faceva sentire normale, ti faceva capire che essere un maschiaccio, portare tutti i giorni i pantaloni e spendere la paghetta in fumetti e libri e cd era bello e sano e figo, aveva persino un genitore che la legittimava, e che genitore!

Il buio oltre la siepe è uno dei venti/trenta libri che ho sempre portato con me in ogni trasloco (oltre ad averne comprato almeno tre copie nel tempo per motivi vari) e che ho riletto una decina di volte da quella prima volta al liceo, sono trent’anni che stiamo insieme, è uno dei libri che ha fatto di me quello che sono: antirazzista e violentemente (sì, qui Atticus ha fallito a instillarmi l’approccio solo dialettico nella vita) liberale. E’ il romanzo che sempre suggerisco a qualcuno che mi chiede Non leggo tanto, cosa mi consigli? perchè so che le due combinazioni, la narrazione di Scout così ingannevolmente semplice e la vicenda cupa e violenta che si snoda sotto lo sguardo di Atticus non possono non attrarre in modo irresistibile. Non c’è mai stato uno che mi abbia detto di ritorno No non mi è piaciuto, ed è stato il primo romanzo che ho proposto nella lettura di gruppo dei 50 libri su FB, con tantissime persone che non avevano mai approcciato questo classico in quanto tale (quindi potenzialmente peso) che hanno poi ringraziato per averli introdotti in questo mondo.

Il buio oltre la siepe e la signora Lee per me sono un affare di famiglia, e non può un editore arrivare trent’anni dopo e dire TOH, ora cambiamo tutto quello che hai creduto. Questo è un discorso legato parzialmente alla trama, che pare riveli un Atticus bigotto e in fondo razzista, o come dicevo, al problema dell’editore/erede sciacallo. Quando ho letto che sarebbe uscito il seguito, circa un anno fa, pensavo fosse la Lee che aveva in effetti scritto un sequel, e già così non sarei stata contenta. Perchè il buio oltre la siepe è perfetto. Non deve avere seguiti, finisce dove deve finire, come Il giovane Holden o Tom Sawyer. Come dice Mark Twain, questa è una storia di ragazzi,  se parlassimo di Tom che cresce e va all’università e si sposa, sarebbe una storia di adulti.

In vari seminari e simposi letterari è uscita da tempo questa semplice verità, che nel momento in cui un autore viene pubblicato e affida i suoi personaggi al mondo esterno, al di fuori della sua testa, in quel momento preciso li perde, perchè diventano di chi legge. L’Atticus Finch che ho nella testa, formato da anni di riflessioni e riletture ed esperienze mie, non è quello che è nella testa di nessuno di voi, ma penso che ci sia per tutti una base, un fondamento ben chiaro: è un eroe, un uomo che tutti avremmo voluto se non per padre almeno per insegnante o zio, un uomo al quale affideremmo i nostri figli e nipoti, una persona che tutti vorremmo nella vita reale per una chiacchierata, un consiglio, un esempio.

Ma non ce l’abbiamo, quasi mai almeno, e allora ce lo dovete lasciare intatto e perfetto almeno in testa e nella letteratura: perchè mi fa bene sapere che da qualche parte a Maycomb sta per iniziare l’estate e arriva Dill e le signore si mettono il borotalco sotto la guepiere ma sono tutte sudaticce lo stesso e Atticus è chiuso nel suo studio soffocante a leggere un testo di diritto chiedendosi quanto tempo ci vorrà perchè le cose cambino davvero (molto, perchè non sono ancora cambiate in America, e nemmeno qui in Europa, mi spiace, signor Finch, non ci sono abbastanza uomini come lei, mai abbastanza), e non ho bisogno di uno sguardo diverso sulla vicenda. Ho bisogno di Atticus almeno nel Buio oltre la siepe, visto che nella vita non c’è, perchè deve continuare ad ispirarmi e a farmi cercare di migliorare un poco alla volta il mondo intorno a me, perchè è a questo che serve un libro così, a cambiare vite, non a vendere copie con seguiti scribacchiati. Ci sono storie che devono vivere perchè hanno cose importanti da dire, e ci sono storie che devono vivere per sempre, perchè sono il meglio di noi esseri umani. Il buio oltre la siepe è una di queste storie.

E quindi, ecco perchè non leggerò Go set a watchman. E se avete davvero amato Il buio oltre la siepe, forse non dovreste nemmeno voi.

Lorenza Inquisition

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