Mi chiamo Lucy Barton – Elizabeth Strout #ElizabethStrout

«Un romanzo perfetto, nelle cui attente parole vibrano silenzi. Mi chiamo Lucy Barton offre una rara varietà di emozioni, dal dolore piú profondo fino alla pura gioia».
Claire Messud, «The New York Times»

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Dovessi definire in un aggettivo la scrittura della Stroud userei: essenziale. Nel suo ultimo romanzo, o piuttosto racconto lungo, usa una scrittura di brevi “pennellate” di poche righe, massimo una o due pagine e con queste crea un mondo, quello della protagonista che ricoverata in un ospedale per un appendicite è costretta a prolungare la degenza senza sapere bene da cosa è affetta. Inaspettatamente viene a trovarla sua madre con la quale non ha quasi avuto un rapporto vero. Famiglia poverissima, padre un po’ fuori di testa. La madre le parla ed è come se fosse una prima volta e le racconta d’altro… persone conosciute, parenti, cose così, semplici, pure banali… Eppure a Lucy basta per riprendersi un po’ dell’affetto che non ha mai sentito nella tristissima casa in cui ha vissuto fino a quando, vinta la borsa di studio è partita per il college a Chicago per cambiarsi la vita e fuggire da quel buco senza speranza.
Poi la Strout riesce anche a dirci molte altre cose della vita di Lucy, che diventerà scrittrice, come un’altra scrittrice, Sarah Payne, che fa da contrappunto in diversi passaggi, facendo capire a Lucy che ciascuno non ha che una unica storia da raccontare, quella della propria esperienza, anche se uno scrittore diventa capace di raccontarla in molti modi diversi. E poi, quasi sommessamente, veniamo a sapere da Lucy che anche lei ha probabilmente deluso le sue due figlie, perché, ormai ventenni, Lucy ha voluto cambiare la loro storia, portandogliela via separandosi dal loro padre William… insomma le cose tristi della vita, mescolate a qualche piccola felicità, per mandare giù il dolore, l’assenza, le delusioni, le separazioni.
In qualcosa la Stroud mi ricorda la grande Alice Munro; a qualcuno potrà non piacere il minimalismo di queste storie e vite senza grandi eventi, amori e passioni ardenti, mistero o suspence, ma la vita alla fine è proprio così per la maggior parte delle persone, e io mi ci ritrovo davvero.

Renato Graziano

DESCRIZIONE

In una stanza d’ospedale nel cuore di Manhattan, davanti allo scintillio del grattacielo Chrysler che si staglia oltre la finestra, per cinque giorni e cinque notti due donne parlano con intensità. Non si vedono da molti anni, ma il flusso delle parole sembra poter cancellare il tempo e coprire l’assordante rumore del non detto. In quella stanza d’ospedale, per cinque giorni e cinque notti, le due donne non sono altro che la cosa piú antica e pericolosa e struggente: una madre e una figlia che ricordano di amarsi.

Da tre settimane costretta in ospedale per le complicazioni post-operatorie di una banale appendicite, proprio quando il senso di solitudine e isolamento si fanno insostenibili, una donna vede comparire al suo capezzale il viso tanto noto quanto inaspettato della madre, che non incontra da anni. Per arrivare da lei è partita dalla minuscola cittadina rurale di Amgash, nell’Illinois, e con il primo aereo della sua vita ha attraversato le mille miglia che la separano da New York. Alla donna basta sentire quel vezzeggiativo antico, «ciao, Bestiolina», perché ogni tensione le si sciolga in petto. Non vuole altro che continuare ad ascoltare quella voce, timida ma inderogabile, e chiede alla madre di raccontare, una storia, qualunque storia. E lei, impettita sulla sedia rigida, senza mai dormire né allontanarsi, per cinque giorni racconta: della spocchiosa Kathie Nicely e della sfortunata cugina Harriet, della bella Mississippi Mary, povera come un sorcio in sagrestia. Un flusso di parole che placa e incanta, come una fiaba per bambini, come un pettegolezzo fra amiche. La donna è adulta ormai, ha un marito e due figlie sue. Ma fra quelle lenzuola, accudita da un medico dolente e gentile, accarezzata dalla voce della madre, può tornare a osservare il suo passato dalla prospettiva protetta di un letto di ospedale. Lí la parola rassicura perché avvolge e nasconde. Ma è nel silenzio, nel fiume gelido del non detto, che scorre l’altra storia. Quella di un’infanzia brutale e solitaria, di una miseria umiliante, di una memoria tanto piú dolorosa perché non condivisa. Oltre la finestra, le luci intermittenti del grattacielo Chrysler, emblema di grandi aspirazioni nella Grande Mela degli anni Ottanta, insieme all’alternarsi del sonno e della veglia e all’avvicendarsi delle infermiere dal nomignolo fiabesco, scandiscono il passare di un tempo altrimenti immobile. Ma il tempo passa. L’isola d’intimità di quei cinque giorni d’ospedale non si ripeterà nella vita di madre e figlia. Molti anni piú tardi la donna è una scrittrice di fama. Ha scelto la parola al silenzio, dopotutto, perché è cosí che può raccontare anche quella storia d’amore. Un amore invalido, mezzo afasico, ma amore senza dubbio. Dalla sua insegnante di scrittura ha appreso che «ciascuno ha soltanto una storia. Scriverete la vostra unica storia in molti modi diversi. Ma tanto ne avete una sola». La donna si chiama Lucy Barton, e questa è la sua.

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Olive Kitteridge – Elizabeth Strout #OliveKitteridge #ElizabethStrout

She didn’t like to be alone. Even more, she did’nt like being with people.

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Libro che ha portato all’autrice il Pulitzer nel 2009, Olive Kitteridge è strutturato in modo particolare, un romanzo di 13 racconti, 13 storie diverse, tutte ambientate nella stessa piccola cittadina immaginaria del Maine, in cui i personaggi di ogni racconto hanno a che fare, in varia misura, con la vera protagonista, Olive, insegnante di matematica del locale liceo, donna sarcastica, dallo sguardo franco e dalla parlata elegante, con una naturale intolleranza alla stupidità e all’ipocrisia.  La grandezza di questo libro è nella scrittura, la Strout è bravissima in tutto lo spettro della narrativa letteraria: lirismo nella descrizione dei paesaggi, lampi di profonda comprensione umana, dialoghi e fraseggio straordinari. E sa anche rendere con superba empatia i momenti di tragedia nelle piccole grandi vite di persone comuni che descrive, impossibile rimanere indifferenti al loro dolore.

I personaggi dei racconti spaziano attraverso varie generazioni e tipologie di umanità, giovani e vecchi, poveri e benestanti, felici o disperati, gente diversa di cui arriviamo a cogliere con dolcezza i pensieri più profondi, descritti con stile asciutto e spartano, sempre con una certa simpatia.

E’ un libro un po’ triste, i temi principali di queste storie sono la solitudine, la morte, l’alienazione. Generalmente c’è poca speranza, anche se la conclusione a cui io sono arrivata dopo la lettura non è di sconforto ma di una certa serenità. Olive attraversa la propria esistenza con ironia, disperazione, rabbia e amore, a volte negando i problemi ma in genere con sincerità. Alla fine accettando che ogni vita è uno strano, intricato affare, e che rimanere a galla, indipendentemente dall’inesorabile avanzare del tempo che porta tutti verso una triste comune fine, è realmente un singolo atto di coraggio.

L’esistenza di noi tutti, nella sua interezza, non è quasi mai pregna di grandi spettacolari avvenimenti, e sempre, per tutti, arrivano i piccoli accomodamenti insieme ai grandi sogni perduti, a volte splendide illuminazioni di fianco alle brutture. Tutti abbiamo i momenti persi, le cose non dette, la stupida arroganza della gioventù e il senso della meraviglia perduta dell’infanzia. Quello che rimane alla fine di Olive è la dolcezza di una fotografia sbiadita che porta ancora l’eco delle risate di una certa estate, la voglia di perdersi sempre e nonostante tutto in una passione, l’amore, infine, per questa sciocca, terribile, bellissima fiamma che chiamiamo vita.

Lorenza Inquisition