Il dolore perfetto, Ugo Riccarelli

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Il dolore perfetto – Ugo Riccarelli

Un’epopea, una saga. Come credo in pochi oggi si azzardino a scrivere. La storia di due famiglie completamente diverse, una con ideali profondi e utopici, anche, l’altra più “bassa”, dedita al commercio, al guadagno e anche all’egoismo.
Sembrano due famiglie destinate a non incontrarsi mai, ma succede che le due rette parallele subiscano una deviazione, e che l’amore le faccia congiungere, sullo sfondo dei grandi avvenimenti della storia, dalla fine dell’ottocento fino al secondo dopoguerra.
Come sempre, storie piccole dentro storie grandi. E vite diverse si incrociano, pulsano, soffrono, amano, in un moto circolare, sempre vivo, inarrestabile, e per lo più scandito da enormi dolori, così grandi da essere “perfetti”. L’attimo prima di cadere, quello in cui si sta sospesi, e soli, quello è il momento. «Le cose son cose – penserà, in proposito Annina – hanno una vita loro, hanno forme, pensieri, hanno età e persino un colore. Siamo noi a dividere, a costruire barriere, ad alzare, abbassare, a dire chi è buono e cosa invece è peggiore. L’Annina capì così la distanza tra la madre e l’Ulisse. La sentì forte, batterle il petto. Una botta improvvisa, una crepa sul cuore. La ferita bruciante di un dolore perfetto.»
E non solo. Il dolore perfetto è in tante situazioni diverse. Due genitori che non si amano, un figlio che parte, la constatazione della sofferenza della povera gente, un animale destinato alla morte…la vita è così, una centrifuga che ti sorprende, ti fa innamorare, ti fa tradire, che ti uccide, ti fa sognare un mondo migliore, ti fa essere egoista, cattivo, ma anche altruista, partecipe, generoso. E’ tutto, e il suo contrario. E’ “merda e ragione”, è realismo ed è magia. E’ puzzo di maiale ma anche profumo di viole. C’è Marquez, qui, come molti han scritto, e secondo me a ragione. C’è tanta storia dei nostri bisnonni e nonni, autobiografica in larga parte, ma c’è anche tantissimo sogno. C’è anche la macchina del moto perpetuo, come simbolo dell’avanzare della vita, inesorabile, il suo eterno “rotolare” e ritornare, la libertà di sognare. E’ triste, terribile, c’è tanta morte, in questo romanzo, ma cento e più anni fa si moriva ancor più facilmente di adesso, la morte era ancor più di oggi ineluttabile e prevista, anche nelle terribili epidemie. Ci sono le fantastiche descrizioni di parti, partorienti e perpetue, e di quei rapporti magici che si creavano tra queste persone, e, appunto, di quanto fosse difficile già venire al mondo. Ma nonostante i dolori, perfetti ed imperfetti, le persone lottano contro il loro destino segnato, non si arrendono fino alla fine, cercando di fare del loro meglio, anche se sanno che non c’è salvezza nè redenzione nel mondo, che siamo uno sputo, dentro una Storia gigantesca. E in questo romanzo, in questo Colle, in questo paese solitario, le persone hanno il dono del tramandare, tramandare racconti e persone antiche, di generazione in generazione. “Se tutto rischia di morire, che almeno il filo della vita di questo luogo possa arrotolarsi e srotolarsi attraverso le sue parole”, dice e pensa Annina, la grande protagonista…mi ha fatto pensare che oggi si è perduta questa volontà e questa capacità di parlare degli avi, delle persone a noi legate e che non ci sono più, non vogliamo e non possiamo più raccontare di chi ci ha preceduto, come avessimo perso la memoria…il paese di cui qui si narra perde questa capacità innata solo in un momento, quando arriva la seconda guerra mondiale…la tragedia del mondo è così grande che fa perdere le parole. Un monito che tengo presente per l’oggi, per quello che stiamo vivendo. Le parole sono il filo che lega le persone, negli anni, nei secoli, il tramandare la memoria è uno degli scopi più alti dell’uomo. Anche se spesso mi deprimo, pensando a quanto poco tempo abbiamo a disposizione per far qualcosa che sia utile, che resti, che sia da motore per chi viene dopo di noi. Possiamo interpretare il tutto come depressivo, e cioè che il Tempo ci restituisce tutto uguale, e quindi possiamo chiederci chi ce lo faccia fare, ad arrabattarci così tanto, oppure pensare che comunque in mano abbiamo sempre il piccolo-grande potere di guidare le nostre vite e quelle di chi ci seguirà, con l’amore, la volontà, l’esempio, l’ascolto continuo. C’è un personaggio, in questo libro, dal cuore grande ma anche debolissimo, che vive sempre sul filo di un fisico che può abbandonarlo da un momento all’altro, che vive con la morte davvero abbracciata a lui, ma che però non molla mai, fino alla fine, che non si nasconde, non si nega a possibili sofferenze, che vuole comunque vivere, amare, fare quello per cui si sente portato. Ci ho visto l’autore stesso, che è morto ancora giovane, che viveva dopo aver subito un doppio trapianto cuore-polmone…ho letto un’intervista in cui lo descrivevano come piccolo, fragile, all’esteriorità, ma forte, coriaceo, nell’espressione. Ecco, questo l’insegnamento, direi, che ha lasciato. Non mollare. Credere in quello che si ama, consapevoli delle proprie fragilità.

Carlo Mars

La pioggia prima che cada, Jonathan Coe

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La pioggia prima che cada – Jonathan Coe

Ho la consapevolezza che sarà difficile, adesso, iniziare a leggere un nuovo libro. Perché capita sempre questo, dopo aver letto un libro stupendo. Io non so se lo è stato o lo sarà per tutti, ma lo è stato per me. Un concentrato di emozione. Dopo 20 righe ho capito che mi sarebbe piaciuto, lo capisci perché non vuoi chiuderlo mai, ti rode aver sonno oppure non averlo ma dover comunque dormire perché il giorno dopo la sveglia suona implacabilmente presto, e al lavoro ti vorrebbero pimpante, o comunque in grado di intendere, se non di volere.

La storia è semplice, direi, nella sua trama ed evoluzione. Una telefonata lo annuncia a Gill che sua zia Rosamond è morta nel suo amato e solitario cottage, nell’altrettanto amato Shropshire. E’ morta nella sua poltrona, accanto a lei un microfono, un registratore e quattro cassette piene della sua voce , con la raccomandazione di farle avere ad una certa Imogen. La misteriosa terza beneficiaria del testamento (oltre a Gill e suo fratello David) e’ però introvabile, quindi non resta che ascoltare le cassette… e Gill lo fa, insieme alle sue due figlie. Ed è insieme a queste tre donne che io mi sono sdraiato a terra, incantato, ad ascoltare la voce di Rosamond. La destinataria delle cassette, Imogen, è cieca dall’età di 3 anni. E Rosamond non si accontenta di raccontarle quello che racconta, vuole che Imogen VEDA il racconto stesso. E usa 20 fotografie, sceglie solo venti foto per coprire un racconto di una vita intera. E qui Coe è….fantastico…difficilmente ho letto una simile capacità… fa sentire, ad Imogen e a noi lettori, tutto…rumori, odori, sensazioni…luoghi…soprattutto le abitazioni, le stanze, gli oggetti…diventano cosa viva, si viaggia con la macchina del tempo, da una foto si arriva in una data precisa, a quel momento…
Ed è eccezionale la sua capacità di descrivere l’universo femminile in toto, con tutti i suoi sentimenti, che parli di una madre, di una nonna o di una bambina, fa lo stesso…questa è una storia tutta femminile…e l’amore….qui c’è una grande storia d’amore, descritta con eleganza, semplicità, grazia. Davanti a quella spiaggia, in quell’unico preciso istante, Coe mi ha colpito con parole bellissime, descrivendo il momento perfetto…e poi ci sono le conseguenze delle nostre scelte di vita. A volte quello che scegliamo non comporta conseguenze immediate. A volte le conseguenze dei nostri errori arrivano dopo anni, dopo tanti anni. Non è un romanzo denso di felicità. C’è tanta sofferenza, dolore, anche violenza. Soprattutto malinconia. Senso di inadeguatezza, spesso, se non sempre. È la vita che va così. Una serie di istantanee, di cui salvare solo qualcuna. Magari la felicità è tutta in quell’attimo sospeso, prima che la pioggia cada.

Carlo Mars