Woiciech Jagielski – Vagabondi notturni

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Come se per le prossime mille vite non bastassero i suggerimenti che saltano fuori da questo gruppo, i consigli della libraia, il passaparola tra amici e svariati altri spunti che saltano fuori un po’ qua un po’ là, una cosa che mi piace molto fare è curiosare nella rubrica Libri di Internazionale (anche questo dono prezioso rubato all’esperienza de mi’ sorella).

Le valutazioni di Internazionale vanno da 1 a 5 palle, ma i recensori della rivista sono di solito avari nell’elargire il massimo dei voti. Avendo sperimentato in un paio di occasioni che la valutazione massima è sempre meritoria e meritevole (un libro da 5 palle è stato Il cardellino, tanto per dirne uno) ho grande fiducia nei consigli di Internazionale e così da qualche tempo ho iniziato a comprare o scaricare ogni libro segnalato come pentapalluto (ché pentapalloso non va bene).

E per la serie “Pentapalluto di Internazionale”, al momento sto leggendo questo. A piccole dosi, lo ammetto. Non è un libro semplice da assorbire, ma nel suo genere è senz’altro un documento prezioso. Si tratta del reportage di un giornalista polacco dal nome impossibile. Il libro parla dell’Uganda e si concentra in modo particolare sui bambini soldato dell’esercito del Signore. Io faccio molta fatica ad immaginare una realtà così abissalmente lontana dalla nostra. Ha contorni talmente atroci e orribili che la mente fa resistenza ad abbinarli al concetto di infanzia. Si legge, ci si indigna e si provano sentimenti di pena ma non credo si riesca davvero a diventare consapevoli di cosa si tratta. Forse è quando si guardando dei piccoletti giocare al parco sorvegliati dalle loro mamme e una specie di flash ti fa pensare “quello del quale ho letto ha l’età di questi”, forse allora qualche traccia di vera consapevolezza può dirsi reale. Ma forse nemmeno così. Lo stesso reporter ha difficoltà a concepire la realtà di quello che vede, malgrado ne sia coinvolto. Guardando i bambini ospitati in un centro di recupero per piccoli soldati (centri dove si tenta di reinserire i bambini in un contesto il più possibile accettabile, considerando che molto spesso oltre ad un insopportabile carico di ricordi, questi ragazzini subiranno l’ostilità e la repulsione della loro stessa gente che li vedrà maledetti e posseduti dagli spiriti), guardando questi bambini, dicevo, l’autore non può fare a meno di tracciare un parallelo tra la loro vita e quella di suo figlio che ha la stessa età e che viene quotidianamente accompagnato a scuola in macchina, per la sua comodità e sicurezza.

I vagabondi notturni del titolo sono i bambini che i genitori mandano ogni notte dai villaggi verso la città per dormire al sicuro delle sue mura. Ogni notte, un fiume di bimbi silenziosi come fantasmi si dirige verso la città: unico modo per sfuggire alle razzie notturne dell’Esercito del Signore che, notte dopo notte, invade i piccoli villaggi per portarsi via bambini da addestrare nelle fila delle proprie milizie. I bambini di 8 o 9 anni diventano assassini, e lo diventano a forza la notte stessa in cui vengono rapiti.

Partendo dalla storia di Samuel, piccolo soldato “recuperato”, il reporter racconta la storia dell’Uganda, le sue vicende politiche. Racconta della nascita di questo esercito, tra follia, religione e misticismo. Di leader che potrebbero sembrare comici personaggi da operetta se non fossero spaventosi assassini. In sostanza racconta di un Paese martoriato che sembra destinato a non avere mai pace. Lo fa con un tono rispettoso, a tratti quasi leggero, di chi sa di star affrontando un tema difficile da trattare.

Un libro senz’altro da leggere. Un 5 palle meritatissimo.
Il prossimo della serie “pentapalluti di Internazionale” (e anche qui si agisce rigorosamente a scatola chiusa) sarà Harvard Square di André Aciman.

Anna LittleMax Massimino

Giuseppe Pontiggia – Nati due volte

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E’ la storia del professor Frigerio e di suo figlio Paolo nato con una grave forma di tetraparesi spastica distonica. E’ un racconto molto crudo dove, con un linguaggio ricercato e spesso forbito, il protagonista mette a nudo i suoi stati d’animo e i suoi pensieri di fronte alla disabilità del figlio. In questo senso una storia molto onesta che non cede mai alla tentazione di nascondersi dietro facili giustificazioni o inutili forme di pietismo. Il professor Frigerio parla di frustrazione, di paura, di rabbia e a volte di avversione di fronte alle difficoltà. Della voglia di nascondersi per non guardare.
Ma parla anche di amore, di forza, di allegria e una lezione di vita impagabile che trasforma il figlio in un maestro e il padre, insegnante in un istituto superiore, in un allievo a volte restio ad imparare. Parla anche e soprattutto di un rapporto di rispetto e comprensione reciproche che si costruisce piano piano, con mille sforzi.
Con questo libro Pontiggia parla indirettamente della sua vita con il figlio, nato spastico a seguito di un parto particolarmente difficoltoso.
Ci racconta le mille sfumature diverse con le quali le persone reagiscono di fronte alla disabilità. Imbarazzo, timore, paura, vergogna, pietà. Ma anche tanta, tantissima ignoranza e stupidità. Ci sono alcuni personaggi paurosamente sgradevoli in questo libro. Le loro parole, le loro reazioni, provocano vergogna in chi legge. Solo vergogna e nessuno stupore perché chi ha in qualche modo a che fare con la disabilità sa che, purtroppo, quelle reazioni sono vere, reali, tristemente diffuse.
Un libro notevole, lucido e ben distante da certi racconti sulla disabilità che tendono spesso a lasciarsi andare a narrazioni romanzate e romantiche.

Gli reggo il bicchiere mentre beve.
Quando ci rialziamo, gli dico:
“Cammina bene. Sta’ attento.”
Lui procede ondeggiando come un marinaio ubriaco. No, come uno spastico.
Si volta per dirmi con la sua voce stentata:
“Se ti vergogni, puoi camminare a distanza. Non preoccuparti per me.”

Anna LittleMax Massimino