La libreria degli amori inattesi, Lucy Dillon

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Il mio contributo alla categoria “libro leggero”, recentemente sdoganata su questi pagine.
Ammetto di averlo scaricato perché nel titolo, peraltro orrendo, c’era la parola libreria e perché pensavo di essere di fronte alla leggera inconsistenza simil Kinsella della quale sentivo assoluta necessità.
Invece qui siamo più dalle parti della Amiche del venerdì sera, con personaggi ben caratterizzati, con un loro spessore e una narrazione che va oltre la frivolezza. Una gradevole sorpresa. Il titolo è fuorviante, perché si, c’è una libreria e si parla di amore, però si parla anche molto e in modo abbastanza sensato di desiderio di maternità, di violenza psicologica, di barriere emotive e di gestione di figli di precedenti matrimoni, con qualche rischio di lacrimuccia qui e là.
In ogni caso i fondamentali ci sono: due amiche, un meraviglioso negozio di articoli per la casa (ci siamo capite, no? Cuscini, biancheria, decori, scatole, candele: tutto quell’armamentario meravigliosamente inutile che fa brillare gli occhi al solo immaginarlo), una libreria che è esattamente come vorrei fosse la mia se ne avessi una (e guarda caso a mandarla avanti è una tizia che si chiama Anna), diverse tipologie di cani, tazze di tè a profusione e una lunga lista di titoli di libri per ragazzi che appena finisco di scrivere queste righe comincerò a cercare online.
Poi è chiaro: non è che stiamo parlando di Alta Letteratura, però nel suo genere fa la sua bella figura. Un libro per signore che potrebbe piacere a chi ha apprezzato Le amiche del venerdì sera e che piacerà a Lazzìa.
Le note sull’autrice ci dicono che “Lucy Dillon divide la sua vita fra Londra e la Wye Valley, dove ama passeggiare con i suoi basset hound Violet e Bonham”. E questo, come voi mi insegnate, ha la sua maledetta importanza.
Adesso però ci vuole la Kinsella: decisamente più vicina al Nulla.

Anna LittleMax Massimino

Jeff Apter, Jeff Buckley -Una goccia pura in un oceano di rumore

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Un libro uscito qualche anno fa e recentemente ristampato. Un gradito regalo di Natale.
Bisognerebbe avere una competenza musicale decisamente maggiore di quella che ho io per recensire a dovere questo libro. E forse per apprezzarlo appieno.
Per me Jeff Buckley è stato fino a oggi soprattutto la voce in grado di farmi schiacciare il tasto repeat dello stereo per ascoltare Hallelujah un numero imprecisato di volte, allo sfinimento. Un volto bello, un destino tragico e un nome sentito citare ogni tanto in rifermento ad altri artisti, di solito preceduto dalle parole “fortemente influenzati da….”. Poche nozioni davvero.
Questo libro, con i suoi pregi e i suoi difetti, lo ha reso reale. L’ho divorato in pochissimo tempo, godendomi un’infinità di piccoli aneddoti, di ricordi, di citazioni. Mille riferimenti a musicisti più o meno conosciuti (da me, intendo dire) e una quantità di titoli di canzoni che mi sono andata a cercare online per avere la colonna sonora adeguata a questa lettura.
Si parte dalla storia del padre, quel Tim Buckley famoso tra la fine degli anni 60 e l’inizio degli anni 70 che ebbe in comune con il figlio una vita breve e finita tragicamente. Una figura pesante quella di Tim che abbandonò la moglie incinta e vide il figlio Jeff solo in un paio di occasioni. Pesante per il ricordo che Jeff si portò negli anni e soprattutto per il costante confronto che, malgrado i suoi sforzi, la critica continuò a sbattergli in faccia nel corso della sua breve carriera.
Il libro ha un buon ritmo, quasi accelerato, come l’idea che dà della vita stessa di Jeff. Una frase che viene ripetuta spesso in queste pagine è che “Jeff sentiva di dover fare tanto, in fretta, perché il tempo che aveva era poco”. Ma non lo si dice sempre di chi muore giovane?
Come succede spesso nelle biografie, mi hanno colpita le innumerevoli dichiarazioni di chi lo sapeva destinato a qualcosa di grande, di chi lo vedeva come un essere speciale, di chi lo considerava una creatura straordinaria. Rarissime le parole contro. E anche questo succede sempre, no? Dopo, certo.
In ogni caso il ritratto di Jeff Buckley che viene fuori da queste pagine sembra abbastanza verosimile anche se l’autore tende un po’ a glissare sulle parti meno positive. Non potevano esserci sorprese sul finale, è ovvio, ma in ogni caso ogni volta che ho girato pagina avvicinandomi a quel finale che già conoscevo, ho provato una sensazione di malinconia che mi ha fatto più volte pensare “Che peccato. Che ingiusto e triste peccato. Che spreco.”
Reale, dunque, questo ragazzo. Dai concerti del lunedi sera al Sin-é (ah….aver potuto essere almeno una volta in un angolino di quel piccolo locale del Village, un qualche lunedi sera di tanti anni fa…), alla mania di perfezione nelle canzoni incise, alla costernazione di fronte al fatto che, malgrado fosse diventato il nuovo idolo della Columbia, non aveva abbastanza soldi per comprarsi una casa. E poi la magia che veniva fuori quando trovava il feeling giusto con altri musicisti, gli alti e i bassi, l’orrore nell’essere inserito nella classifica dei più “fighi” del mondo, i tormenti, l’onestà, la tequila. Un milione di cose. Non credo sveli nulla di nuovo ma disegna un bel ritratto, esauriente e a suo modo affascinante. E mi ha fatto capire che il cantante Rufus Wainwrigh, chiunque esso sia, è un essere davvero spregevole.
Il libro mi è piaciuto, decisamente, malgrado alcune traduzioni che sospetto siano state fatte con google translator e una palese allergia ai congiuntivi.
Lo consiglio vivamente anche ai tanti fans di Glan Hansard: il vostro beniamino è molto presente in questa biografia, pare fossero molto amici. Ma penso lo saprete già

Ah si, dimenticavo: il titolo è una citazione di Bono degli U2 che definì in questo modo Jeff Buckley pochi giorni dopo la sua scomparsa. Mi sembra un bellissimo epitaffio.

Anna LittleMax Massimino