Alice Munro – Chi ti credi di essere? #AliceMunro

«Leggete tutto di Alice Munro, ma per cominciare leggete Chi ti credi di essere? Sí, cominciate da quello».

Jonathan Franzen

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Non esiste nessuno meglio di Alice Munro che sappia spiegare ad un uomo cosa prova un donna. Chi Ti credi di Essere? (Who do you think you are?) è una delle sue prime opere, uno dei pochi romanzi che ha scritto (generalmente scrive racconti), comunque composto da diversi racconti nei quale i protagonisti sono sempre gli stessi. E’ una narrazione che, pur composta da tanti racconti, scorre piuttosto lineare, concentrandosi su Rose, la protagonista, dalla sua infanzia fino alla maturità, passando quindi attraverso la sua adolescenza, il matrimonio, l’essere madre, il divorzio, le storie d’amore successive, fino al malinconico finale, fatto per lo più di amara consapevolezza. La vita di Rose viene raccontata in 10 momenti diversi, non necessariamente consecutivi, 10 frammenti di un unica storia che narra delle difficoltà di una donna di trovare una propria identità barcamenandosi tra ciò che la società chiede ad una donna di essere e quello che vorrebbe veramente. Al solito scritto divinamente, non è tutto omogeneo e alcuni momenti sono meglio di altri, e capisci come mai preferisca lo spazio breve del racconto in quanto sul lungo tende a perdere un po’ di ritmo, ma resta pur sempre un gran bel leggere.

Nicola Gervasini

DESCRIZIONE

«Chi ti credi di essere?» Troppe volte Rose si è sentita rivolgere questa domanda nel paesino di West Hanratty in cui è cresciuta. Prima fra tutti dalla sua matrigna Flo, donna pratica e un po’ volgare, meschina e generosa insieme, l’incarnazione di quella realtà provinciale da cui Rose vorrebbe e sa di non poter fuggire. Per quanto studi, per quanto si ribelli, per quanto scappi. Quarant’anni e dieci racconti in sequenza, fra lealtà e disprezzo per l’universo di Flo, perché Rose arrivi a capire chi davvero crede di essere, chi davvero è.

Come dieci capitoli di un anomalo romanzo di formazione, i racconti di questa formidabile raccolta delineano con sapienza il personaggio di Rose, privilegiando il ruolo che il rapporto con la matrigna Flo ha avuto nel complesso definirsi della sua identità.
La voce da cui riceviamo le storie è quella di un narratore provvisoriamente onnisciente il quale organizza in ordine cronologico episodi della vita di Rose lasciando che emerga dalla loro successione il conflitto tra desiderio di fuga e consapevolezza della necessità di restare.
Rose è la bambina ribelle e pensosa del primo racconto, punita a cinghiate da un padre imperscrutabile e chiuso; Rose è l’avida lettrice che tiene a bada il pensiero del padre ammalato e l’insofferenza alle meschinità di casa a furia di Shakespeare e Dickens; è l’adolescente in viaggio dalla piccola West Hanratty a Toronto, vittima e complice di una sordida iniziazione sessuale ad opera di un impassibile ministro del culto.
Ma Rose è anche la giovane innamorata del modo in cui sembra amarla Patrick Blatchford, dottorando in Storia presso la stessa università che le ha aperto le porte grazie a una borsa di studio; è la donna coinvolta in una relazione extraconiugale destinata a concludersi nell’amarezza; è la madre nervosa di una bambina piú saggia di lei, ed è infine la donna matura che torna là dove tutto era cominciato e ritrova, nel tono brusco e inclemente di Flo, ormai prossima al ricovero in casa di riposo, il filo ininterrotto di un’esistenza interiore, e il ricordo dell’unico amore mai raccontato. Non è un caso dunque che l’ultimo racconto, quello che dà il titolo alla raccolta, chiuda a cerchio il percorso e coaguli il senso delle esperienze narrate nella severa domanda retorica rivolta da una maestra arcigna a una Rose di nuovo bambina: «Chi ti credi di essere?»
Se, come l’autrice afferma, «la memoria è il modo in cui non cessiamo di raccontare a noi stessi la nostra storia e di raccontare agli altri versioni in certa misura diverse della nostra storia», allora Alice Munro dispone del dono straordinario di attingere a un repertorio di materiale privato senza mai esaurirne la forza.

Susanna Basso

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