Israel J. Singer – A oriente del giardino dell’Eden #BollatiBoringhieri

Nella Polonia d’inizio ’900 il figlio di un ambulante viene sedotto dal socialismo ma si perde tra l’amore, il sogno della rivoluzione russa e le trincee della guerra.

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Israel Singer non sbaglia un libro, tutte storie avvincenti che si intrecciano con fatti storici avvenuti all’inizio del secolo scorso.
E’ uno scrittore fantastico nel dipingere i personaggi, anche quelli minori, così come sono straordinarie le descrizioni degli ambienti, delle strade, del gelo implacabile dove si svolgono quasi tutte le sue storie, tra Polonia e Russia. Parte con una mitezza profonda nelle prime immagini del libro, che a poco a poco cede il passo all’aggressività di un destino implacabile.
Questa storia, sebbene parta dal padre del protagonista, un poverissimo ebreo polacco, si incentra principalmente sul figlio Nachman, il quale, dopo aver studiato la religione dei padri, l’abbandona per seguire un’altra religione, il comunismo. Rabbino mancato, ex studente di Talmud, povero fornaio di Varsavia, Nachman crede ardentemente nella causa rivoluzionaria e nel Paradiso Terrestre che con cieco idealismo è sicuro si stia realizzando a Oriente in quel novello Eden che è per lui l’idealizzata Russia dei Soviet.
E a oriente, abbagliato da teorici che predicano l’uguaglianza fra gli uomini, vorrà e riuscirà ad andare, fra mille difficoltà, credendo di trovare pane e giustizia.
Coinvolgente la descrizione delle sofferenze e degli oltraggi subiti da quest’uomo che crede ciecamente e giustifica tutto, le rinnovate ingiustizie, i maltrattamenti, la tortura.
Crede, nonostante la miseria in cui vive e che vede intorno a sè, senza mai un cedimento. Piuttosto di ammettere la realtà dei fatti, pensa di essere lui a non capire, questo è il romanzo delle Grandi Illusioni, delle speranze tradite.
Nessun riscatto per il protagonista, ma, umiliato fino alla fine, rimane solo e disperato in una terra di mezzo tra Unione sovietica e Polonia, e crudelmente respinto da entrambe si spegne sfinito vicino a un cavallo morente.
“In quell’animale abbandonato sfinito sfruttato, che ansimava nell’agonia, vide se stesso, vide tutta la propria vita”
Bello bellissimo, scritto così bene che pare di esserci.

Raffaella G.

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