Lettera al mio giudice – Georges Simenon #GeorgesSimenon

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Un uomo che non conosce l’amore. Che muore per la mancanza di amore. Anzi, vive, sopravvive. Ci si è adattato quasi alla perfezione.
A tutto, ci si adatta. Hai una madre, una moglie che non ami, due figlie, un lavoro. E porti tutto avanti con dedizione, come se fosse un destino scritto da una mano esterna e tu fossi solo un attore che deve recitare quel ruolo, senza passione, solo dedizione alla causa. La società si attendeva che tu ti comportassi in questo modo e tu hai soddisfatto le attese della “società”. Sai benissimo che la tua vita è un fallimento, ma esserne consapevole da un lato ti aiuta a vivere sull’orlo dell’abisso. Trovi il tuo angolo buio e ti ci adatti.

“Per anni e anni, insomma, avevo vissuto senza accorgermene.
Avevo fatto tutto quello che mi avevano detto di fare con scrupolo, meglio che potevo: ma senza cercare di conoscerne il motivo, senza cercare di capire.
Un uomo deve avere una professione, e la mamma aveva fatto di me un medico; deve avere dei figli, e io ne avevo; deve avere una casa e una moglie, e io le avevo. Deve svagarsi, e io giravo in automobile e giocavo a bridge, a tennis. Deve prendersi delle vacanze, e io portavo la famiglia al mare.
La mia famiglia! La guardavo, seduta al tavolo della sala da pranzo, e mi pareva quasi di non riconoscerla. Guardavo le mie figlie: tutti dicevano che mi somigliavano.
In che cosa? Perché?
E che ci faceva quella donna nella mia casa, nel mio letto?”

Poi arriva l’amore, quello maiuscolo. E che fai, come reagisci? Come un morto di fame a cui imbandiscono un pranzo luculliano, c’è rischio di morire, per il “troppo” che ti arriva davanti, è un paradosso incredibile, ma potrebbe accadere. Come il povero che improvvisamente vince miliardi alla lotteria. Bisogna essere in grado di gestire il cambiamento radicale.
Lo sconvolgimento di una vita sociale, allo stesso modo di quella sentimentale e psicologica. E provi a fare il salto, provi a superare quel baratro della tua esistenza e cercarne finalmente un’altra, la tua, quella vera.

“Era soltanto la forza irresistibile della vita, di quella vita che mi veniva finalmente concessa dopo che ero stato per tanto tempo un uomo senza ombra.”

Un uomo che non vedeva, che non si rendeva nemmeno conto di essere manipolato dalla vita. E che, grazie all’incontro con Martine, grazie all’incontro con l’amore, improvvisamente vede la vita passata in modo nitido. E sarà, nello stesso tempo, l’inizio della felicità e l’inizio della fine. Passerà dall’essere un fantasma ad essere un uomo invaso dal tormento vero di un flusso sanguigno avvelenato.
Charles parla al suo giudice. Ma è a noi, che parla, a noi che leggiamo. E’ a noi che non sta chiedendo perdono, ma solo di essere compreso. Non vuole esser trattato da folle, vuole che la sua follia entri in noi, vuole che comprendiamo in pieno i suoi ragionamenti, le vie del suo cuore. Una spietata autoanalisi, commovente, violenta, che ci fa rabbrividire. E diventa in parte nostra.
Simenon parla di se stesso, della sua vita, ma tutti noi ci sentiamo parte della sua analisi. Lui scriveva in modo frenetico, entrava nel romanzo, lo viveva e ci stava male, e in questo romanzo, in particolare, siamo lì anche noi a soffrire, a dimenarci, per diversi motivi, credo che ognuno troverà il motivo per avvelenarsi il fegato o per commuoversi o per entrare in empatia, per amare o odiare i personaggi.
Uno stile narrativo che non lascia scampo, non lascia tregua.
La sua forza è proprio questa, è una storia di follia, ma non riesci a sentirtene estraneo. Simenon ti porta ad aprire la porta più segreta, quella più in fondo a te stesso.
Ancora una volta la piena consapevolezza di se stessi che può portare alla follia, oppure ad avvicinarsi pericolosamente alla sottile linea di confine tra il bene e il male, tra la ragione e la follia.
Impossibile non essere trascinati, impossibile non sentire un macigno nel cuore, leggendo questo libro.

Musica: Death to the lovers, Skunk Anansie
https://youtu.be/8A2j0sZJjnI

Carlo Mars

DESCRIZIONE

Risvolto

«Vorrei tanto che un uomo, un uomo solo mi capisse. E desidererei che quell’uomo fosse lei». Così si rivolge il narratore, all’inizio di questo romanzo, al suo giudice – e insieme a ogni lettore. La storia che segue è una storia di amore e di morte, carica d’intensità, esaltazione e angoscia. È la storia di un uomo che si sente trascinato a uccidere una donna perché la ama troppo. Lo sfondo: stazioni gocciolanti di pioggia, bar, piccoli alberghi della provincia. Agente provocatore: il caso, che fa apparire una ragazza minuta, pallida, arrampicata su alti tacchi, nella vita di un medico, uomo «senza ombra», la cui esistenza, così normale, si avvicina sempre più al confine con l’inesistenza. E quella donna è l’ombra stessa, qualcosa di oscuro e lancinante al di là di ogni ragione, che conduce tranquillamente alla morte. Queste le ultime parole della confessione: «Siamo arrivati fin dove abbiamo potuto. Abbiamo fatto tutto quello che potevamo. Abbiamo voluto l’amore nella sua totalità. Addio, signor giudice».

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