Il giorno perduto – Racconto di un viaggio all’Heysel Anthony Cartwright e Gian Luca Favetto @66thand2nd

“Il viaggio, a volte, è già una storia. Racchiude in sé l’avventura, le gesta memorabili di una vita, la trama di un racconto che resiste agli anni, la promessa di un’esistenza diversa, piena e felice“.

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Il 29 maggio 1985 è una brutta data. Se non mi ricordo male era finita pure tra i temi dell’esame di maturità di quell’anno, l’anno in cui mi sono diplomata anche io. Una finale di Coppa dei Campioni tra Juve e Liverpool giocata allo stadio Heysel di Bruxelles e finita in tragedia, tragedia ancor più nera se si pensa che, per placare gli animi – così si disse – per evitare che l’incidente diventasse guerra o solo perché qualcuno, davanti ai teleschermi, si aspettava lo spettacolo e spettacolo doveva essere, la partita si giocò in presenza dei trentanove cadaveri allineati ai lati del campo di calcio.
Il giorno perduto è la storia bifronte di un tifoso liverpudlian, giovane disoccupato dell’era thatcheriana, e di quattro tifosi juventini che partono, l’uno dall’inghilterra, gli altri dalla Valchiusella, alla volta di Bruxelles, convinti di assistere ad una partita, ad una finale di coppa, pronti a festeggiare, a celebrare la vittoria della propria squadra e certo non preparati alla morte in diretta. Chi si aspetta un resoconto di quella partita rimarrà deluso: è il giorno perduto. C’è un vuoto, ci sono i nomi di quei trentanove tifosi, in gran parte juventini, schiacciati dagli spalti che cedettero sotto il peso della carica degli hooligans; c’è lo sconcerto, l’incredulità, il rifiuto di accettare quell’epilogo di un momento che doveva essere di festa. Invece, il racconto indugia sul prima, sui tre giorni che precedono la partita, e sconfina con una breve incursione nell’oggi di trent’anni più tardi. Quello scorcio degli anni ottanta è narrato con un tono malinconico che restituisce il senso di vacuo che ci viene se guardiamo indietro e ripensiamo agli anni dell’edonismo reaganiano.
Il giorno perduto è scritto a quattro mani, la parte concepita in inglese tradotta da Daniele Petruccioli, e alterna la narrazione dei due viaggi, due esperienze speculari, pur se totalmente diverse, che hanno in comune l’idea che il destino si incontra durante questo viaggio.

“E poi considera gli occhi che lo stanno guardando, per una frazione di secondo capisce che vedono le stesse cose che vede lui, le persone perdute che ci hanno lasciato e quelle che rimangono. Quegli occhi guardano un uomo che c’è, giorno dopo giorno. Un barlume tra i due, si riconoscono attraverso i tavoli, attraverso una piazza inondata dal sole e una lattina accartocciata per giocare a calcio. Non si sa mai cosa ci si può aspettare. Christy pensa che forse è la vita, quella che stanno guardando.”

maria silvia riccio

DESCRIZIONE

Juventus-Liverpool, finale di Coppa dei Campioni, si gioca all’Heysel, il piccolo stadio di una città bordata d’oro nel cuore dell’Europa. Christopher Victor Hale, detto Christy, vive a Liverpool, sulle rive del Mersey, è un tipo solitario, e per tutti è Monk. La sua vita è stata abbandono e declino: la fuga della madre, la malattia del padre, la vana speranza di un lavoro. È il declino di una città e di tutto ciò che è intorno, un’intera classe sociale cancellata dal futuro.

Domenico Dezzotti, detto il Mich, è di Rueglio, in Valchiusella, studia Ingegneria a Torino, così vuole suo padre. Angelo, Charlie, Miranda lo considerano un privilegiato, e un po’ traditore. Se ne andrà dalla valle, un po’ li ha già lasciati. Il loro mondo sta cambiando.

Partono per Bruxelles, Christy da solo e il Mich con il resto della banda: Londra, Parigi, la frontiera, il mare… Ad ogni tappa cresce l’attesa della vittoria, l’aspettativa di un destino migliore. Uno scambio di sguardi, l’attimo che lega per sempre Christy e il Mich, complici dagli spalti immaginari di una grande piazza che sembra uno stadio.

Con un tocco denso e lieve, in un montaggio alternato a quattro mani, Anthony Cartwright e Gian Luca Favetto raccontano Il giorno perduto. Racconto di un viaggio all’Heysel (66thand2nd), la storia di un giorno sospeso nel tempo e nella memoria. La storia della vita. Dopotutto. Nonostante tutto.

 

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