Elena Ferrante – Storia della bambina perduta

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Non sappiamo chi sia, Ella. Non sappiamo neppure se sia femminuccia o maschietto. Come altre lettrici confesso che rimarrei alquanto male venendo a sapere che chi scrive è un uomo. Non per mera tifoseria di genere, intendiamoci. Poi ci provo, a spiegare il perché.
Intanto sono qui a dire che la saga “L’amica geniale” è terminata. Mi lascia un senso di perdita, quell’allegria, quel fremito dell’attesa non ci saranno più. La storia di un’amicizia tra due donne, nell’arco dell’intera vita.
Non volevo tuttavia parlare di questo libro o dei volumi che l’hanno preceduto, configurando la saga di Lila e Lenuccia. Volevo invece parlare delle donne dell’Elena Ferrante (masculo o femmina che sia). In ogni suo romanzo le donne sono figure predominanti, epiche, gigantesche. Sono rappresentate come l’iconografia o il luogo comune vuole le donne del Sud: smodatamente passionali, esagerate, un nucleo tostissimo nascosto in un involucro apparentemente fragile. Sono capaci di esplosioni d’ira violentissima, a tratti volgare, a tratti respingente. Mi irritano, mi commuovono, riescono ad essere scurrili e tenere, libere e prigioniere del loro genere. Si contorcono per liberarsi e talvolta finiscono per trovarsi ancor più strettamente legate ai propri ruoli, moglie, amante, madre, in un’eterna lotta per trovare il proprio posto nel mondo che non sia esclusivamente legato alla figura di un uomo. Le guardo a volte con fastidio, a volte con invidia perché riescono in modi che non mi appartengono, a sfogare la rabbia, a manifestare scompostamente i sentimenti, a urlare, a litigare con violenza, a menare le mani. A volte è come se guardassi in uno specchio la parte di me furiosa, la parte di me “smarginata”, quelle parti contenute e rinnegate, che pure da qualche parte so esistere. Le sue donne (Medea, Fedra, Alcesti) si interrogano, si analizzano, cercano di trovarsi. Forse, più di ogni altra cosa, è questa contraddizione tra spinta irrazionale e “animale” e costruzione di una consapevolezza del sé che me le fa amare tanto.

Lazzìa

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