Vladimir Nabokov – Lolita #Nabokov #Lolita

QUARANTACINQUESIMO LIBRO

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Libro n•40 un autore classico russo

So che è al limite del “classico” e anche del russo, dato che solo la prima stesura fu scritta in russo mentre l’ultima in inglese, ma questo libro è stato definito in molti modi e meritava una menzione. Considerato antiamericano, sovversivo, impubblicabile, da galera, pornografico, imperdonabile e immorale: per me è il primo approccio a Nabokov per cui non appiccicherò etichette. A dispetto di quanto dice l’autore nella postfazione, di sicuro è stato maestrale nell’uso della lingua, anche se non è la sua prima lingua: riesce comunque a fare giochi di prestigio linguistici. È una storia che spiazza perché fa immedesimare il lettore in un antieroe che racconta la propria vita pochi giorni prima della sua morte in carcere: dritti nel vortice dell’ossessione amorosa per la minorenne Dolores, Lola, Lolita. A volte risulta scorrevole e di facile accesso. Altre volte si ha l’impressione che si stiamo verificando turbolenze o turbe psichiche nel narratore: la scrittura cade metaforicamente come un ubriaco che non riesce a tenersi in piedi, ma credo sia proprio l’effetto voluto che catapulta il lettore nell’orbita dell’ossessione amorosa. Per molti versi fa molto Proust: il modo in cui segrega e custodisce gelosamente la bambina facendone la propria amante, ma anche cadendo nelle sue trame manipolatrici.
Il mistero di Nabokov è che si prova più simpatia per l’orco Humbert che per la falsa debole e indifesa Lolita e seppure infine Humbert confessa di essere consapevole di aver edulcorato come storia d’amore la storia di un abuso di minore, non ci si sente distanti dal suo tormento e dalle sue intenzioni amorose.

Stefano Lilliu

Vladimir Nabokov – Lolita #Nabokov #Lolita @nellogiovane69

Libro 54

lolita-2«Più d’una volta l’ingegnoso Humbert evocò Charlotte vista dal buco della serratura di un’immaginazione virile. Era ben fatta e molto curata, dovevo riconoscerlo, era la sorella maggiore della mia Lolita – mi sarei forse potuto attenere a questo concetto, se non avessi messo a fuoco con troppo realismo i suoi fianchi pesanti, le ginocchia rotonde, il busto maturo, la pelle ruvida e rosea del collo (ruvida in confronto alla seta e al miele), e tutte le altre caratteristiche di quella cosa uggiosa e miseranda chiamata “bella donna”.»

Mentre lo leggevo non potevo fare a meno di chiedermi: come ho fatto a non farlo fino ad ora? Scritto nel 1955, è un romanzo di una contemporaneità sconcertante, scritto in forma di memoria difensiva venata di sarcasmo, satura dello sdegno di chi sa decifrare con lucidità la malattia che pervade tutto, a partire dalla propria malattia. Non si riesce a volere bene a Humbert Humbert, certo che no, eppure siamo dalla sua parte, nella sua patologia. Partecipiamo al compiersi della sua mostruosità. Viviamo la sua ossessione ed il suo sentirsene soggiogato, ma ancora più la noia – una noia sempre ben ponderata che sconfina spesso nella repulsione – per la trama di regole, percorsi ed equilibri della società che il protagonista viviseziona con lo sguardo chirurgico di un patologo e con le piroette sferzanti di un istrione.
Il passaggio chiave è quando Humbert identifica nel farsi donna della “ninfetta” una sorta di sepoltura della purezza maliziosa all’interno di un sarcofago di carne, il corpo adulto quindi come l’emblema del conformismo che spunta tutte le armi della sensualità, del rapimento, della ricerca dell’estasi. Il punto di vista di Humbert è morboso, ma – questo mi sembra il punto – la patologia è collettiva.
Lolita pagina dopo pagina si rivela mostruosa come e più di Humbert, solo ovviamente più ingenua, sprovvista dell’unica arma che può rivelare la trappola – la cultura – anche se soltanto per consegnarti ad una inevitabile e spesso malsana alienazione. In questo senso, Nabokov sa rendere in maniera magistrale – grazie a una prosa brillante, ironicamenrte forbita, ricca di calembour aspri come di pennellate descrittive asciutte, visionarie, folgoranti – l’evaporare delle potenzialità intatte dell’infanzia nell’ottuso carosello di aspirazioni e ambizioni della formattazione adulta. Terribile e a tratti persino divertente, arguto fino alla crudeltà.

Stefano Solventi