La distrazione di Dio – Alessio Cuffaro #AlessioCuffaro #recensione

La distrazione di Dio – Alessio Cuffaro  

Editore: Autori Riuniti (19 maggio 2016)

Collana: I nasi lunghi

Chi di noi non ha detto, almeno una volta, la frase “sarà per la mia prossima vita”…?
Nella mia vita precedente devo essere stato….
Nella mia prossima vita vorrei rinascere…uomo, donna, ricco, bello e via dicendo.
E chi di noi non ha fatto anche il pensiero che, se mai ci fosse un’altra vita, sarebbe bello avere la consapevolezza e i ricordi della vita precedente?
Vivere più vite con l’esperienza di quelle passate.
Il massimo.
Ecco, dopo aver letto questo libro…io non ne sono più così sicura.
Quanto può essere ingombrante il carico dei ricordi che ci porteremmo dietro, vita dopo vita?
Quanti affetti perduti, quanto dolore lasciato in sospeso, quanti luoghi, lingue, abitudini…ma, soprattutto, quanto può essere faticoso e frustrante sapere che dentro un corpo giovane ed inesperto alberghi l’anima di un centenario, di un millenario, di chi ha già provato tutto e, quindi, ha perso lo stupore e la meraviglia delle prime volte?
Il dolce sapore iniziale di aver “ingannato” la morte, finisce per trasformarsi in una dannazione eterna…un doversi continuamente reinventare in una nuova dimensione vitale, mantenendo tutte le proprie caratteristiche, ma non potendole manifestare liberamente.
Perché non puoi essere un quindicenne che ragiona come un cinquantenne.
Perché fingere di essere chi non sei, alla lunga, stanca, sfibra, lacera.Ogni vita è solo un passaggio per un’altra… e poi un’altra ancora… e ancora.
Fino a scoppiare.
E invece no, non puoi neanche scoppiare… non ti è concesso questo sollievo.
Il desiderio della fine, così lontano dal nostro comune pensare, diventa bisogno, necessità.Un libro insolito, affascinante, molto ben scritto, che va a ribaltare il nostro concetto di desiderio di immortalità, di vita, destino… ma anche di appartenenza ad un corpo.
Si dice che noi non siamo il corpo che possediamo, che l’anima va oltre… ma fino a che punto?
“Io” sarò sempre “io” anche nel corpo di un altro?
Mi ritroverò ad essere una donna anche abitando il corpo di un uomo?
Con quali conseguenze? Con quali lotte interiori?

Un romanzo che è un generatore automatico di domande.
Senza risposte.
Senza un finale.
Perché è giusto così…

L’autore non si sofferma troppo sul lato introspettivo del personaggio, credo volutamente, per lasciare a noi lettori questo compito, per lasciarci il tempo e lo spazio di assorbire il messaggio, di elaborarlo.
Per fare questo ci lascia anche delle pagine bianche a fine libro, pagine a nostra disposizione, che ci chiede di riempire.
E io l’ho appena fatto.

Antonella Russi

 

Felici i felici – Yasmina Reza #YasminaReza #Borges #recensione

Felici i felici -Yasmina Reza

Traduttore: M. Balmelli

Editore: Adelphi

Collana: Fabula

È un libro ben scritto, mai banale, che impone calma, riflessione e momenti in cui torni indietro di qualche riga per assorbire meglio i passaggi che usa l’autrice per arrivare alle frasi epifaniche sparse qua e là nel romanzo. È un romanzo e non un mosaico a racconti, perché a differenza dei racconti nessuna storia è in sé così conclusa da ritenersi un unico, e ognuna si inanella nelle altre. I personaggi che parlano a turno in ogni capitolo si alternano nella narrazione, ma nessun ripete la stessa storia da diversi punti di vista. È un romanzo atipico, che non cerca di assomigliare ad altri romanzi di successo, ma punta a essere semplicemente se stesso. È un romanzo sull’amore, sul sesso e sul matrimonio. La frase di Borges a cui fa riferimento il titolo è un po’ uno sfottò dell’autrice, e in fondo è proprio la matriarca della famiglia Blot, Jeannette, parlando con la figlia Odille, a concludere: “Cosa vuoi dire mamma? Eri felice con papà, no? – Non ero infelice, no. Ma sai, di buoni mariti non ne trovi mica a ogni angolo di strada”.

Malgrado i toni della narrazione non credo sia un romanzo pessimistico. La sensazione prevalente che lascia, secondo me, è la voglia di ricominciare tutto: di rivivere un’altra vita, di fare altre scelte, non perché si ritenga di aver fatto un errore a condurre la propria vita come la si è vissuta, ma solo perché: “Viviamo nel miraggio della ripetizione, come il sole che si alza e va a dormire. Ci alziamo e andiamo a dormire, convinti di ripetere gli stessi gesti, ma non è così”.

I personaggi della Reza comunicano questo: vivono la loro vita come se fosse una ripetizione, a volte codarda, a volta soffocante, a volte solo banale, in cui ogni giorno sembra assomigliare a quello precedente, ma in cui vengono chiamati a fare scelte, che per la maggior parte tengono segrete, e che vanno a definire chi sono veramente dietro gli strati che mostrano agli amici, ai figli e ai consorti. Mi è piaciuta in partciolar modo la storia di Robert e Odille e quella del dottor Chemla.

Stefano Lillium