Fino a quando la mia stella brillerà – Liliana Segre #LilianaSegre

Fino a quando la mia stella brillerà – Liliana Segre,Daniela Palumbo

Editore: Piemme
Collana: Il battello a vapore
Anno edizione:2015

La sera in cui a Liliana viene detto che non potrà più andare a scuola, lei non sa nemmeno di essere ebrea. In poco tempo i giochi, le corse coi cavalli e i regali di suo papà diventano un ricordo e Liliana si ritrova prima emarginata, poi senza una casa, infine in fuga e arrestata. A tredici anni viene deportata ad Auschwitz. Parte il 30 gennaio 1944 dal binario 21 della stazione Centrale di Milano e sarà l’unica bambina di quel treno a tornare indietro. Ogni sera nel campo cercava in cielo la sua stella. Poi, ripeteva dentro di sé: finché io sarò viva, tu continuerai a brillare.

Un racconto semplice, quello che potrebbe fare ciascuno di noi, non c’è ricercatezza ma il suo messaggio arriva, colpisce, ferisce.
Attraverso il ricordo limpido di una Liliana, ormai nonna, che cerca di raccontare al nipotino Filippo di quando era bambina, ci si ritrova catapultati nell’orrore più vero e toccante, quello che inizia ben prima della deportazione.
Ritrovarsi da un giorno all’altro espulsa da scuola, senza una ragione comprensibile, sentirsi sola e abbandonata dalle amiche che fino a poche ore prima giocavano con lei, vivere nell’indifferenza di tutti, questo è stato il primo vero motivo di disperazione.

” Vedevo la nonna parlare con Susanna e le ascoltavo piangere insieme, ma quando si accorgevano di me smettevano di piangere e mi sorridevano, cercando di farmi sorridere. Allora, cominciai ad avere paura anche io, sentivo come un senso di oppressione. Come quando d’estate deve arrivare il temporale, quando ancora non piove ma si vede quella luce giallastra che è un presagio del cattivo tempo… Tu lo senti che sta per cambiare tutto, ma non sai bene quando e come si sfogherà, il temporale.”

Oltre a ciò in questo racconto traspare tutto l’amore di Liliana per il padre, diventato vedovo troppo presto, che ha dedicato a lei ogni giorno della sua esistenza, è questo sentimento che la aiuterà a sopravvivere, la speranza di potersi riunire a lui non la abbandonerà mai.

” Ma c’era un pensiero che non mi abbandonava. Non potevo chiudere gli occhi e far finta che non esistesse come facevo per le realtà che avevo intorno. Pensavo a papà.”

Un libro che porterò nel mio cuore.

Trattenevo il respiro. Dopo aver riso, insieme agli altri, del medico italiano che mi aveva fatto quella orrenda cicatrice, il dottore nazista mi fece cenno di andare avanti. Significava che avevo passato la selezione! Ero viva, viva, viva! Ero così felice di poter tornare nel campo che tutto mi sembrava più facile. Poi vidi Janine. Era una ragazza francese, erano mesi che lavoravamo una accanto all’altra nella fabbrica di munizioni. Janine era addetta alla macchina che tagliava l’acciaio. Qualche giorno prima quella maledetta macchina le aveva tranciato le prime falangi di due dita. Lei andò davanti agli aguzzini, nuda, cercando di nascondere la sua mutilazione. Ma quelli le videro subito le dita ferite e presero il suo numero tatuato sul corpo nudo. Voleva dire che la mandavano a morire. Janine non sarebbe tornata nel campo. Janine non era un’estranea per me, la vedevo tutti i giorni, avevamo scambiato qualche frase, ci sorridevamo per salutarci. Eppure non le dissi niente. Non mi voltai quando la portarono via. Non le dissi addio. Avevo paura di uscire dall’invisibilità nella quale mi nascondevo, feci finta di niente e ricominciai a mettere una gamba dietro l’altra e camminare, pur di vivere. Racconto sempre la storia di Janine. È un rimorso che mi porto dentro. Il rimorso di non aver avuto il coraggio di dirle addio. Di farle sentire, in quel momento che Janine stava andando a morire, che la sua vita era importante per me. Che noi non eravamo come gli aguzzini ma ci sentivamo, ancora e nonostante tutto, capaci di amare. Invece non lo feci. Il rimorso non mi diede pace per tanto, tanto tempo. Sapevo che nel momento in cui non avevo avuto il coraggio di dire addio a Janine, avevano vinto loro, i nostri aguzzini, perché ci avevano privati della nostra umanità e della pietà verso un altro essere umano. Era questa la loro vittoria, era questo il loro obiettivo: annientare la nostra umanità.”

Mariagrazia Aiani

Ed è in questa direzione, la testimonianza, che vanno i due libri della Segre, in cui racconta la sua storia. Lo fa con registri diversi: per i ragazzi in Fino a quando la mia stella brillerà (Piemme), scritto con Daniela Palumbo con la prefazione di Ferruccio de Bortoli; per un pubblico adulto in La memoria rende liberi (Rizzoli) con Enrico Mentana.

Santa Mazie – Jami Attenberg #JamiAttenberg #recensione

“Un libro magnifico e coraggioso sulla famiglia, l’altruismo, le donne e la libertà, e anche una lettera d’amore a New York e, non ultimo, un manifesto sociale per il XXI secolo”.                           (The Guardian)

mazie

C’è bisogno d’amore, direbbe Zucchero Fornaciari.
Ed è vero, comunque.
Ed è per questo che una storia così ti prende e ti affascina e ti commuove, e la leggi tutta d’un fiato, Jami Attenberg ha costruito un piccolo capolavoro.

Santa Mazie è una storia che si ispira alla realtà, Mazie Phillips è realmente esistita: la “Regina della Bowery”, ed è stata tanto famosa tra gli anni ‘20 e ‘60 che Joseph Mitchell scrisse su di lei un lungo articolo sul New Yorker nel 1940 e alla sua morte, nel 1964, il New York Times le dedicò un necrologio, “La bionda platino dalla voce roca che per oltre 65 anni, dall’angusto gabbiotto del Cinema Venice, ha elargito consigli, soldi ed amicizia a ogni derelitto della Bowery”.“Ha prolungato la vita di tanti poveracci, chiamando le ambulanze per portarli all’ospedale o negli ostelli che lei stessa pagava”.

E da qui parte l’idea della Attenberg, questo omaggio che le ha richiesto due anni di lavoro. Perchè il personaggio è assolutamente reale, ma questo diario e le testimonianze delle altre persone sono frutto della fantasia dell’autrice. I due anni di lavoro però sono serviti appunto per tentare una ricostruzione che dalla fantasia potesse avvicinarsi il più possibile alla realtà plausibile.

“Ho ripercorso le sue stesse strade, visitato il Tenement Museum, nel Lower East Side, studiato la storia della città di New York. Amusing The Million di John Kasson mi ha aiutato a capire l’era in cui la metropolitana collegò Coney Island a New York e le masse di immigranti e proletari cominciarono a riversarsi in spiaggia, nudi e liberi. Almost Yesterday, il libro più affascinante sugli anni 20, è stato scritto negli anni 30 ed è completamente diverso dai testi storici su quel periodo scritti oggi. E’ lì che ho appreso dell’attentato di Wall Street del 16 settembre 1920 che uccise 38 persone e ne ferì gravemente altre 143. Oggi nessuno ne parla più e mi sono chiesta se tra cent’anni la gente si ricorderà ancora dell’attacco alle Torri Gemelle”.

Le parole di Mazie, nel libro: “Oggi è il giorno in cui è caduta Wall Street. Dovevo vedere come sono le strade. Gente che piange agli angoli delle strade. Perché questa città è così bella quando è in lutto?”

Una ragazzina che diventa un’adolescente e che poi diventa adulta, e noi la seguiamo passo passo, prima capendola poco, poi sempre un po’ di più, nonostante gli eccessi e la spregiudicatezza che spesso la contraddistinguono, nonostante cento difetti, che però, proprio per questo, ce la rendono più umana, più vera, più vicina al nostro cuore.
Lei, chiusa nel gabbiotto di questo vecchio, storico cinema, il Venice di New York, a vendere biglietti tutto il giorno, ad appendere cartoline del suo capitano, il suo unico uomo, anche se suo non lo è mai stato, perchè è lei a non averlo voluto, perchè lei non cerca l’amore stabile, soprattutto dove sa che non può trovarlo.
Lei che se ama qualcosa, questo qualcosa è proprio New York, da cui non si stacca mai.

“Adoro ogni piccolezza che riguarda il treno che prendo per andare al lavoro. Mi sento leggera, appoggiata al cuscino dei sedili di giunco colore paglierino, mentre i ventilatori appesi al soffitto mi cospargono d’aria. Il treno ci fa dondolare a un ritmo piacevole. I bimbetti abbandonano la testina sul petto della mamma. Mi sorprendo a sorridere come una scema, sul treno. L’odore dell’olio bruciato mi fa sentire un po’ gagliarda, anche se so che può sembrare strano. Nessuno, fra quanti sono intorno a me, sanno cosa questo significhi per me, cosa significhi per una ragazza una corsa da cinque centesimi. Cambia il suo mondo per sempre.”

Un amore viscerale, per le sue strade, per la sua ricchezza e soprattutto per la sua miseria. Una città che vive le sue contraddizioni eterne, che vive anche un attentato, ma soprattutto in crisi economica terrificante, la caduta di Wall Street, la grande depressione, che porta al moltiplicarsi della povertà ad ogni angolo di strada, accompagnata ad una disperazione che taglia fiato e gambe. Mazie annota nel suo diario tutte le sue impressioni, i suoi sentimenti, la sua vita, con cinismo, durezza, ma anche con dolcezza, compassione, voglia di vivere.

“Sono solo felice perché vivo”

Non abbiamo altro che la vita che abbiamo.
Mazie è questo.
Una donna che molti amano, corteggiano, vogliono. Lei si fa notare, si lascia ammirare vestendosi sgargiante, si lascia accarezzare, si lascia anche toccare e in qualche caso concede il suo corpo.
Ma la sua anima no. La sua anima resta sua, solo sua, non la regala a nessun altro.
Impossibile restare indifferenti di fronte a questo diario personale, all’umanità che ne emerge, al pensiero di questa donna così decisa, ma anche così malinconica, e sola, che si sente fuori dal mondo proprio perchè troppo umana, e che regala il suo cuore alle sue sorelle, e a tutta la sua città, a chi soffre per strada, distribuendo cuore, pezzi di sapone e un sorso da bere.

Una donna capace di sognare una vita diversa, lontana da New York, e finalmente dedicata solo a se stessa. Ma solo di sognarla, perchè la sua scelta è quella di restare.
E non per vigliaccheria. Ma è coraggio, quello che ti spinge a non abbandonare una vita così ricolma di difficoltà, e scegliere di sporcarti le mani aiutando chi è sdraiato su un marciapiedi, chi ha sbagliato direzione, o chi si è trovato dalla parte sbagliata della vita senza averne responsabilità.
Anche due parole scambiate sono un regalo enorme.

“La gente mi chiede perché passo tanto tempo sulle strade. Le rispondo che é lì che sono cresciuta. Queste strade sono sporche, ma sono casa mia e per me sono belle. I barboni ne conoscono la bellezza, le amano come fosse la loro pelle. Hanno incisi profondamente nelle rughe della fronte, conficcati sotto le unghie, la dannata polvere delle strade, il fango dei parchi dove dormono. Il sole e il sudicio si sono mescolati con il loro sudore e le loro sbornie. Tutto quel sudicio. E’ la terra. E se non riuscite a vedere la bellezza del sudicio mi dispiace per voi. E se non riuscite a capire perché queste strade sono speciali, allora andatevene dritti a casa vostra.”

“Rosie non capisce cosa vuol dire amare le strade. Non vede le pietre del selciato luccicare alla luce della luna, sa solo chiedersi perché l’amministrazione non collochi un altro lampione. Non vede le prostitute che cercano di dire paroline dolci ai clienti, che si guadagnano ogni monetina che ricevono,lavorando duramente come tutti noi. Vede solo il male.
Non vede le suore e i cinesi e i marinai e i baristi – tutto il mondo pieno di persone tanto diverse. Vede un taxi passare a tutta velocità e pensa: perché tanta fretta? E io penso: dove sarà la festa? Questo vorrei dirle! C’è una festa.”

Una scelta di vita assolutamente controcorrente.
Stiamo parlando di cento anni fa.
Una donna libera, una donna fuori dalle regole imposte, una donna dal linguaggio e dal fisico prorompenti, una donna che amava la vita, il sesso, l’alcol, una donna che si è spesa per chi soffriva, che ha sempre trovato il modo di regalare un rifugio, una sigaretta, un bicchiere e una parola di conforto.
Corsi e ricorsi storici, secoli che sembrano passati invano.
Quello di cui oggi ci sarebbe bisogno infinito. Questa storia è un insegnamento a non voltarci dall’altra parte. A stringere mani. Ad abbassarsi per sentirsi elevati. Perchè essere fortunati non è un merito. E’ solo stare un passo di lato rispetto alla sfortuna, un solo passo, a volte. E a volte la felicità la puoi trovare anche in mezzo alla sporcizia e alla disperazione, a volte basta il profumo di pane fresco di un forno sotto casa. Umanità. Empatia.

“Devo ammettere che talvolta è rasserenante vedere un uomo che, svenuto, russa tutto raggomitolato su se stesso e scorgergli sulle labbra l’ultima goccia di whisky. Non è facile capire se sia svenuto di piacere o di dolore, ma prego che lo sia per beatitudine procurata dalla sbornia. Non desidero svegliarli quando sono in quello stato, non sarebbe onesto. Hanno passato tutta la notte cercando questo.”

Cosa mi fa molto male, pensando a questi barboni, è che loro muoiono, e che una volta morti è come se non fossero mai esistiti sulla verde terra di Dio. Qualcuno li ha conosciuti un tempo, una madre, un padre, un medico, un compagno, qualcuno sapeva come si chiamavano. Ma ora si conoscono solo fra loro e un po’ per volta verranno dimenticati, più velocemente di quanto avrebbero voluto, forse. E ognuno desidera essere ricordato, vero? Ognuno desidera che anche una piccola parte di sé resti dopo la morte. Beh, io li ricordo, li ricordo tutti. Forse, quasi per tutti saranno nessuno, ma per me sono stati qualcuno. Io conoscevo tutti i loro nomi. I nomi di ciascuno. Li conoscevo.”

E sono andati tutti al suo funerale, tutti gli homeless di New York.

Musica: New York City Serenade, Bruce Springsteen
https://youtu.be/8EooiBaW1BA

Carlo Mars