Il luogo senza confini – Josè Donoso #JosèDonoso #Cile #SUR

«Il più compiuto dei romanzi di Donoso, quello nel quale con maggior perfezione ha creato un mondo involuto, nevrotico, ricchissimo nell’immaginario, incazzato a morte con il naturalismo e il realismo della tradizione letteraria latinoamericana, fatto a immagine e somiglianza delle pulsioni e dei fantasmi più segreti del suo creatore». Mario Vargas Llosa

IL LUOGO SENZA CONFINI – José Donoso
Traduzione di F. Lazzarato

Edizioni SUR

Josè Donoso è uno scrittore cileno, morto nel ‘96, a torto non molto conosciuto in Italia.
Faccio fatica a scrivere qualcosa di esaustivo su questo romanzo perché ha una trama veramente scarna. I suoi punti di forza sono la scrittura vivace, ironica e i personaggi, tutti estremamente “simbolici” (di cosa credo dipenda da lettore a lettore). È ambientato in un bordello di una cittadina dimenticata, priva di strade e di corrente elettrica. I suoi abitanti si contano forse sulle dita di due mani, sono le puttane, il latifondista e un paio di scansafatiche, oltre al/alla protagonista che è un travestito famoso per i suoi balli e per il vestito da spagnola di nome Manuela, socia tenutaria di un bordello insieme alla figlia, la giapponesina, avuta per una scommessa dalla Giapponese, ex amante di don Alejandro. Li accomuna l’attesa, ognuno aspetta qualcosa ma nessuno vedrà soddisfatto il proprio desiderio. Manuela, il travestito vecchio, magro e stanco, è un bellissimo personaggio, l’unico che riesce simpatico in questa carrellata di “perdenti”, figure dolorose, fragili, sconfitte.

«Donna. Era donna. Ci sarebbe andata lei con Pancho. Lui era un uomo. E vecchio. Un finocchio povero e vecchio. Una checca che andava pazza per le feste e il vino e i vestiti e gli uomini. […] Ma a un tratto la Giapponesina gli diceva quella parola (papà) e la sua immagine si offuscava come se ci fosse caduta sopra una goccia d’acqua, e lui, allora, perdeva di vista se stessa, se stesso, io stessa non lo so, lui non sa né vede Manuela, e non restava niente, questa pena, questa incapacità, niente altro che questa gran pozza d’acqua dove fare naufragio».

“José Donoso è uno scrittore di schietta cattiveria. Una cattiveria positiva, che non deriva da un suo privato rancore, ma che si accanisce contro un’ altra cattiveria: quella più subdola e funesta che significa stupidità e sclerosi, spesso coercizione e prepotenza”. Antonio Tabucchi

Silvia Chierici

José Donoso (1924 – 1996) è uno degli scrittori più importanti del Cile. Nato a Santiago del Cile, si autoesilierà in Spagna durante la dittatura di Pinochet. L’osceno uccello della notte (El obsceno pájaro de la noche, 1970) è considerato il suo capolavoro. Tra le sue opere, sono state tradotte in Italia Incoronazione (Garzanti), Il posto che non ha confini e L’osceno uccello della notte (Bompiani), La misteriosa scomparsa della marchesina Loria (Frassinelli), Marulanda e La disperazione (Feltrinelli). In italiano per il momento è anche possibile rintracciare Tre romanzetti borghesi (Tres novelitas burguesas, 1973)Casa di campagna (Casa de campo, 1978), La disperanza (La desesperanza, 1986), e Lucertola senza coda (Lagartija sin cola, 2007) racconto lungo inedito.

 

Pedro Lemebel – Ho paura torero #PedroLemebel

10690149_10203393795235620_8112132958928146455_nnon poteva esserci titolo migliore per interrompere il prolungato blocco del lettore.

una storia d’amore bella e impossibile, tenera e disperata, nascosta e ostentata, pudica e sfrontata. divisa tra l’irrazionalità del sogno e la durezza della realtà. insomma, proprio come una rivoluzione.

sullo sfondo il cile di pinochet, temuto ma anche irriso con l’assoluta folle normalità di una storia che travalica qualsiasi distinzione di censo, sesso e età.

non sempre amo la letteratura sudamericana, ma qui l’autore è talmente bravo da saltare con leggerezza qualsiasi rischio di stereotipo tipico di certi autori obbligatori da amare per il perfetto progressista.

questo libro è una musica lieve, talvolta declinante all’amaro, però capace anche di sorrisi e lacrime.

bello, bello, bello.

andrea sartorati

DESCRIZIONE

Lei è la Fata dell’angolo, travestito passionale e canterino, sartina delle signore dei quartieri alti, anima d’artista.
Carlos è un militante del Fronte patriottico Manuel Rodríguez, a caccia di un nascondiglio sicuro per le sue riunioni clandestine.
Per amore, la Fata offre al ragazzo la propria soffitta. Per amore, accetta le mezze verità di Carlos, gli incarichi rischiosi necessari per la Causa: le basta stargli accanto. Assillato da una moglie logorroica, tormentato da incubi d’infanzia e paure di morte, Pinochet va e viene dal proprio “retiro” del Cajón del Maipo, residenza estiva che domina Santiago dall’alto. La sua bacchetta sempre più stanca di direttore d’orchestra si agita al di là dei vetri blindatissimi dell’auto, picchietta l’oblò dell’aereo presidenziale che a malapena lasciano atterrare in altri Paesi. Finché un giorno, lungo la strada rovente che scende verso la capitale, la Sua pista si incrocia drammaticamente con quella di Carlos.
Finché un giorno, dopo l’imboscata a Pinochet, Carlos e la Fata si trovano ancora una volta di fronte. In tutt’altro scenario, tutt’altro attentato.

Scritto con linguaggio gioioso e barocco, meravigliosamente sovversivo, questo romanzo è una satira divertita della dittatura, ma soprattutto una splendida storia d’amore (impossibile), che celebra il trionfo dei sentimenti e dell’erotismo su pregiudizi, barriere, meschinità.
Adorato dai cileni, che l’hanno proclamato “Il libro del nuovo millennio”.