Non sarò mai la brava moglie di nessuno – Nadia Busato #SEM #NadiaBusato

La mattina del primo maggio 1947 una giovane e attraente impiegata sale fino alla terrazza panoramica all’ottantaseiesimo piano dell’Empire State Building, il grattacielo simbolo di New York, e si lancia nel vuoto. La fotografia del suo cadavere, miracolosamente intatto e bellissimo, scattata da un giovane fotografo sconosciuto subito dopo lo schianto, diventa una delle immagini più celebri e potenti mai pubblicate da LIFE Magazine. Quella ragazza si chiamava Evelyn McHale. La sua è una storia affascinante e misteriosa, come e forse più di un romanzo. Dopo anni di ricerche e interviste, Nadia Busato ha scritto un romanzo ispirato a Evelyn partendo proprio dalla celeberrima fotografia che ha suggestionato, anche grazie al lavoro di Andy Warhol, la moda e l’arte delle avanguardie pop. Un libro originale e riuscito, denso e doloroso come l’enigmatico, ultimo biglietto scritto da Evelyn.

Cos’è, questo libro? Un’immagine potente è la sua origine. Un corpo che vola da un grattacielo e sembra essere atterrato intatto. Un miracolo che LIFE pubblica, e nasce l’icona. La foto bellissima di una morte. Il libro è questo, il contrasto tra vita e morte, l’incontro tra felicità ed infelicità, la differenza tra quel che appare e quel che è, un’indagine nel luogo che tutti cerchiamo di evitare, quella zona d’ombra del nostro animo e dell’esistenza che la maggioranza scansa e supera, ma che per qualcuno significa precipizio.

«Di particolari è fatta questa breve vita in forma di romanzo. Che sia il vento di primavera su un binario della stazione di Cracovia che accoglie una delegazione di giovani militari americane. O una bambina di tre anni (la stessa Evelyn) che vince temporaneamente la depressione della madre gettandole le mani dietro al collo, poggiandole la testa sulla spalla e abbandonandosi all’abbraccio.»Tiziana Lo Porto, Robinson – la Repubblica

Non è solo la storia di Evelyn, non è solo la storia della sua depressione personale, non è solo una storia di un microcosmo privatissimo. È la sua storia, ma anche quella di un fotografo fortunato, di sua madre che apre una strada che lei ricalca, di sua sorella, di un quasi marito sfortunato, di una donna che desiderava lo stesso epilogo di Evelyn ma che un colpo di vento ha modificato. Alla fine la vita può essere questo, un destino giocato su un colpo di vento, fragilità che passeggiano su un filo, un filo costruito da una storia personale, solo nostra, e quindi ognuno reagirà e resisterà o meno a quella improvvisa folata. Un libro che dal privato va al generale, mettendo sotto accusa il famoso sogno americano, sogno americano che prevedeva che le donne lo vivessero esclusivamente dalle retrovie, un sogno vissuto dalla cucina, qualcosa che Evelyn non poteva accettare.

«Tu credi che la vita sia una grande tavola a cui le donne devono stare sedute composte, al loro posto, coi gomiti stretti e lo sguardo basso. Pensi che le cose andranno bene finché mangeremo in silenzio gli avanzi dei piatti che gli uomini si degneranno di passarci. Che dovremmo essere gentili e allegre, riconoscenti e pudiche, che non dovremmo mai protestare e dire sempre grazie per tutto quello che ci è concesso. Tu pensi che l’amore spieghi tutto, che risolva tutto. Invece l’amore non sistema niente, non tiene unita una tavola, non rappezza i cocci; perché non esiste, è la favola che sentivi da bambina, che ti hanno ripetuto alla radio, con le commedie, le canzoni, che hai letto nei libri da due soldi, che trovi sulle riviste di moda, quella storiella che sai a memoria e ti ripeti continuamente per rassicurarti, da sola o in coro insieme alle tue amiche oche. Ridete e aspettate di consumare per una vita lo stesso vialetto di casa, perse in qualche tinello con bambini urlanti e mariti impegnati a segnare con un culo sempre più grasso il loro posto sul divano e nel mondo. Finché non avrete più capelli su cui appuntare nastri, né denti per sorridere, né fiato per ripetere ancora, all’infinito, ad altre giovani donne la vostra stupida fiaba. Quella che vi fa alzare ogni giorno e ringraziare per il sole e la primavera. Come se fosse merito vostro. Come se ve li meritaste la primavera, il sole, la bellezza, la felicità, l’amore. Mi fai schifo tu e il tuo amore fatto di cipria e di biscotti caldi e di aspettative. Tutte le volte che ti faccio una domanda, finisce che mi rispondi con l’amore. Puoi, dico, puoi per una volta, una sola volta, rispondermi qualcosa non dico di intelligente, ma almeno di sincero?!»

Evelyn divora e brucia tutto, Evelyn si sente spezzare dentro ogni giorno.

Nadia Busato ha cercato la verità su quella morte lontana con un lavoro immagino ai limiti del proibitivo, aggiungendo poi forzatamente la sua fantasia, cercando di interpretare i pensieri di chi non ha mai conosciuto, e devo dire che tutto risulta credibile, e bello.

Diversi punti mi sono risultati ostici, ma è colpa mia, molto più che probabile, ma la bellezza di tanti altri passi davvero poetici e durissimi mi ha lasciato la sicura impressione di aver letto un libro davvero potente, originalissimo, bellissimo, con un incipit ed un capitolo finale al di sopra di ogni altra cosa.

Musica: In your own time, Keane https://youtu.be/eiH6hiXfOh8

Carlo Mars

di Nadia Busato (Autore) SEM, 2018

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Camminare – Thomas Bernhard #Bernhard #Adelphi

È da una crisi che parte Camminare. Un uomo di nome Karrer impazzisce, anche in seguito al suicidio del suo amico Hollensteiner; il loro altro amico Oehler, che passeggiava con lui tutti i mercoledì, si vede costretto, per non impazzire a sua volta per il cambio di consuetudini, a chiedere di sostituirlo a un altro amico, e durante la passeggiata gli racconta di queste vicende, insieme a varie riflessioni sulla vita, la società, la filosofia, la verità, la famiglia.
Traduzione di Giovanna Agabio
Piccola Biblioteca Adelphi
“Tutte le frasi che vengono dette e che vengono pensate e in generale che esistono, sono al tempo stesso vere e al tempo stesso false, se si tratta di frasi vere.” (Camminare, p. 21).

Devo ammettere che mi ha messo davvero a dura prova la lettura di questo breve romanzo del 1971 di Thomas Bernhard, scrittore austriaco dalla breve e tormentatissima vita,pubblicato ora per la prima volta da Adelphi. Un Io narrante (verosimilmente l’autore stesso) riporta il lungo, ossessivo e ripetitivo monologo dell’amico Oehler che, a sua volta, racconta del loro comune amico Karrer finito in una clinica psichiatrica; e questo avviene durante l’incessante, ripetitivo, metodico camminare a giorni e ore fisse sempre lungo gli stessi viali della città. Un camminare generatore di un pensiero che vorrebbe essere razionale ma che si scontra continuamente con l’irrazionalità delle azioni dell’amico che hanno forse trovato una possibile genesi nel suicidio di un loro conoscente, il chimico Hollensteiner, vittima della cieca insensatezza della macchina statale. Ma l’esile trama è quasi marginale rispetto alla struttura stessa della narrazione, tutta retta dal discorso indiretto ininterrotto per l’intera durata del racconto e che immerge nell’incubo esistenziale dell’autore, segnato da un pessimismo irriducibile, descritto solo dalla sofferenza per l’insopportabile ottusità e l’insensatezza da cui si è circondati: solitudine, pazzia, suicidio.

“Tutta questa gente si racconta questa inconcepibile menzogna, dice Oehler, milioni di persone si raccontano questa menzogna. Vogliono avere la loro vita, dicono, lo dichiarano ogni giorno in pubblico, ma la verità è che non vogliono avere la loro vita. Nessuno vuole avere la sua vita, dice Oehler, ognuno si è fatto una ragione della sua vita, ma volerla avere questo no; una volta che ha la sua vita deve illudersi che la sua vita sia qualcosa per lui, ma in realtà e in verità per lui non è altro che orribile”.

Insomma, se cercate una lettura distensiva questo libro non fa per voi, ma se cercate un’esperienza di lettura allucinata e nello stesso tempo consapevole testimone della insensatezza in cui ciascuno è chiamato a confrontarsi se indossa gli occhiali che la scrittura di Bernhard ci propone, beh, come mi sono detto a lettura terminata, vale la pena di leggere questo scrittore anomalo, essenziale e terribile.

“L’arte di esistere contro i fatti, dice Oehler, è l’arte più difficile. Esistere contro i fatti significa esistere contro ciò che è insopportabile e contro ciò che è orribile, dice Oehler. Se noi non esistiamo costantemente contro, ma solo costantemente con i fatti, dice Oehler, andiamo a fondo in brevissimo tempo”.

Renato Graziano