Una solitudine troppo rumorosa – Bohumil Hrabal #BohumilHrabal #recensione

A cura di Sergio Corduas
Postfazione di Giorgio Pressburger
Traduzione di Sergio Corduas

“A Praga, nelle viscere di un vecchio palazzo, un uomo, Hanta, lavora da anni a una pressa meccanica trasformando libri destinati al macero in parallelepipedi sigillati e armoniosi, morti e vivi a un tempo, perché in ciascuno di essi pulsa un libro che egli vi ha imprigionato, aperto su una frase, un pensiero: sono frammenti di Erasmo e Lao-tze, di Hoelderlin e Kant, del Talmud, di Nietzsche. Professionista della distruzione di libri, l’uomo li crea incessantemente sotto forma diversa, e dal suo mondo infero promuove un suo speciale sistema di messaggi.

La trama è questa, ma conta poco. Qui conta di più la scrittura. Le metafore, l’immaginario che può scaturire da una parola, da un pensiero.
Per me è stata una lettura molto, molto impegnativa.
Non so, mi attendevo qualcosa di più lineare e quindi per un po’ sono rimasto disorientato. Mai attendersi qualcosa di preciso, quando intraprendi una lettura.
Questo piccolo libro è un romanzo, è un racconto, è un trattato di filosofia, è flusso di coscienza ininterrotto, ed è poesia, poesia vera, almeno in parte.
L’alienazione dell’essere umano e del lavoro che conduce. La solitudine pura.
La claustrofobica solitudine, l’incomunicabilità, i sentimenti repressi.
Da tutta questa cupezza disperata cosa ci può salvare?
La letteratura. La bellezza. L’arte. I libri. Sempre.

“e io divenni bello a me stesso, per aver avuto il coraggio di non diventar folle per tutto ciò che in quella mia solitudine troppo rumorosa avevo veduto, sperimentato e vissuto con il corpo e con l’anima.”

“… non urto contro i lampioni né contro i passanti, soltanto cammino e puzzo di birra e di sporcizia, ma sorrido, perché in borsa porto libri dai quali mi aspetto che a sera da loro apprenderò su me stesso qualcosa che ancora non so.”

I libri aprono, spalancano, la porta della bellezza che teniamo chiusa dentro di noi.
I libri aprono un varco nel cielo e ci mostrano le stelle.
Ci elevano ad altezze che non potevamo immaginare di raggiungere.

“… mi sono raggomitolato e rannicchiato su me stesso, come un gattino d’inverno, come il legno di una sedia a dondolo, perché io mi posso permettere quel lusso di essere abbandonato, anche se io abbandonato non sono mai, io sono soltanto solo per poter vivere in una solitudine popolata di pensieri, perché io sono un po’ uno spaccone dell’infinito e dell’eternità e l’Infinito e l’Eternità forse hanno un debole per le persone come me.”

Basta la capacità, l’intuizione di poter sognare, per sentirci degni dell’Universo e di capire che tutto ha un senso.

“… guardai la macchina con quel sorriso spasmodico e poi sentii lo scatto della macchina che non aveva mai avuto nelle sue viscere la pellicola, così compresi che al mondo non dipende proprio nulla da come le cose finiscono, ma tutto è soltanto desiderio, volere e anelito…”

Niente resta fermo, immutabile, se noi non lo vogliamo. La bellezza del mondo sta nella volontà di poterlo cambiare, trasformare.

“L’unica cosa di cui si può aver terrore al mondo è ciò che si è calcificato, il terrore delle forme rigide, morenti”.

Penso di aver compreso il senso, almeno in parte. È un piccolo libro in cui sono disseminate tante perle, e per questo sono rimasto colpito. Non è uno dei bellissimi romanzi che inneggiano ai libri e alla lettura come a qualcosa di fondamentale e imprescindibile, ricco di citazioni indimenticabili in cui identificarmi, con un  protagonista- eroe, paladino della cultura e della letteratura e amante di quei volumi di carta come e più di me. In questo libro tutto questo forse c’è anche, ma viene trasmesso in un modo diverso dal solito, con una buona dose di angoscia, di ansia, di follia, che una volta alla fine ti lascia stravolto e senza fiato. E sono queste parle, che in parte ho citato, ad avermi tenuto lì, anche quando la lettura sembrava troppo, troppo complessa, troppo onirica, troppo difficile per me. È stata una sfida di resistenza, ma in ogni caso ne valeva la pena.

… tutti gli amanti della lettura, dei libri, conoscono bene quella tendenza al vagheggiamento che li accompagna per l’intera giornata, come se oltre alla verità tangibile e lavorativa ce ne fosse sempre un’altra al di sopra, sospesa, all’interno della quale si trova costantemente un cantuccio confortevole.”.

Musica: Talking book, Lou Reed
https://www.youtube.com/watch?v=GikdNNVgtnQ

Carlo Mars

L’invenzione della solitudine – Paul Auster #PaulAuster

-Se vedi il mondo solo in termini di soldi, va a finire che non lo vedi affatto.

L’invenzione della solitudine – Paul Auster

Einaudi, ET Scrittori
Traduzione di Massimo Bocchiola

Avrei potuto aspettare prima di scrivere qualcosa su questo testo di Auster appena terminato, avrei potuto elaborare meglio la lettura per valorizzare insieme le idee sottolineate. Ma ho sentito la stessa urgenza che ha avuto l’autore.
Dovevo liberarmi ed allora eccomi qua a scriverne due righe raffazzonando un po’ di appunti messi insieme frettolosamente.

La morte di un padre all’improvviso. L’urgenza di mettere per iscritto il ricordo. Come se la memoria abbia un limite temporale a scadenza, oltre quel limite tutto andrà perduto.

È di suo padre che ci parla Paul Auster nella prima parte dell’invenzione della solitudine, nella descrizione di quello che era e soprattutto quello che NON era.

-Era assente già prima di morire, e le persone più vicine a lui avevano imparato da un pezzo ad accettarne l’assenza, considerandola il tratto piu essenziale del suo essere.

Nel dolore dell’elaborazione di un lutto, Paolino cerca di identificare l’uomo nascosto dentro una figura che nella parte del giovane figlio non ha mai capito. E ci prova ora, da uomo adulto e scrittore, mettendo a nudo i fatti, lasciando che loro parlino per lui, che manifestino la verità o presunta tale.

-Credo che il mondo per lui fosse un luogo remoto, un luogo dove non poté mai entrare veramente, e laggiù, lontano, fra tutte le ombre che gli erano sfilate davanti, ero nato io, ed ero diventato suo figlio, e cresciuto, quasi non fossi a mia volta che un ombra, apparendo e sparendo in una regione mal illuminata della sua coscienza.

Sono ricordi duri, soprattutto per chi ha avuto un rapporto conflittuale con suo padre. Auster non si risparmia niente , affrontando la sua verità, con durezza.

Non è il primo romanzo in cui l’autore cerca di attenersi ai fatti senza ricorrere a nessun espediente narrativo: la cronaca di una vita nello stile che lo contraddistingue. E se in precendenza in alcuni dei suoi libri le lacrime davvero mi scendevano copiose, lacrime di gioia e di dolore, qui per quanto mi riguarda resta solo il dolore per una vita non vissuta.

-Su un piano più vasto, un simile atteggiamento portava mio padre a uno stato di perenne deprivazione sensoriale; col chiudere gli occhi davanti a tante cose si negava ogni intimo contatto con le forme e le trame del mondo, alienandosi la possibilità del piacere estetico.

La seconda parte (Il libro della memoria) è una specie di diario, una serie di ricordi della sua e di vite a lui vicine; Auster qui scrive utilizzando la terza persona,  in un periodo molto particolare della sua vita (in pochissimo tempo ha sofferto la morte improvvisa del padre e il lento esaurirsi della vita del nonno, oltre alla separazione dalla moglie), e ci rende partecipi di alcune riflessioni, molte citazioni e riferimenti colti.
Onestamente la prima parte di questo saggio/romanzo/diario mi ha letteralmente svuotato energicamente.

“Si dice che gli uomini se la notte non sognassero impazzirebbero; analogamente, se a un bimbo si nega l’accesso all’immaginario, non prenderà mai contatto con la realtà. Il bisogno di storie non è meno vitale per un bambino del bisogno di cibo, e si manifesta con lo stesso meccanismo della fame”.

Daniele Bartolucci

DESCRIZIONE

Il libro si compone di due scritti speculari. Il primo, “Il ritratto di un uomo invisibile”, è una meditazione sulla scomparsa del padre, scritta qualche settimana dopo la sua morte. “Niente è più terribile che trovarsi faccia a faccia con gli oggetti di un morto. Le cose di per sé sono inerti: assumono significato solo in funzione della vita che ne fa uso”, scrive Auster nel passare in rassegna le carte e gli oggetti del padre. Nel secondo “pezzo”, “Il libro della memoria”, l’autore sposta la sua attenzione dalla sua identità di figlio a quella di padre: riflette sulla condizione solitaria dello scrittore e prova a immaginare quella che sarà fatalmente la separazione dal figlio che cresce.