Isole minori – Lorenza Pieri #recensione #LorenzaPieri #edizionie/o

Un racconto che dura quattro decenni e ha come centro geografico, politico e sentimentale l’isola del Giglio. Un luogo apparentemente paradisiaco e lontano dal resto del mondo, ma che diventa punto di partenza e di arrivo di eventi che segnano una storia familiare e al tempo stesso la storia del Paese.

Le isole minori sono Teresa, la voce narrante, e il Giglio. Teresa, sorella minore di Caterina.

“Caterina il sole, io la sua ombra.
Caterina che piange di rabbia, io che rido per niente.
Caterina e le sue storie, io il suo pubblico.
Caterina l’avvocato, io il cliente assolto.
Caterina rossa, tra i rovi e l’erba secca, io mora tra i papaveri e le ginestre.
Caterina continente, io isola minore.”

Caterina, “la parte intelligente di me, la mia complice aguzzina, la mia metà cattiva, la metà più amata, quella che mi sarebbe mancata sempre”.

Una storia che sembrerebbe una celebrazione tutta declinata al femminile.
Nonnalina, Elena La Rossa, Caterina, Teresa. In ordine di apparizione e in ordine d’importanza. Teresa, almeno, percepisce questa realtà. Nonnalina, che ha fatto tutto da sola, i suoi uomini restano in una cornice di legno con cinque ovali. Elena, sua figlia, “un essere soprannaturale, la mia madreperla, quella che sapeva e faceva la storia, la donna – come mia nonna del resto – della quale non sarei mai stata all’altezza.”
Ma Vittorio, il padre, e Pietro,l’amico di sempre, questi due uomini, regalano forse le pagine più commoventi.
I ricordi dell’infanzia per Teresa non sono quasi mai dolci, sono spesso tristi, dolorosi. Sono quelli di una famiglia sempre inquieta, che cerca pace e non la trova, ci sono le incomprensioni, ci sono i litigi, c’è una sorella che si ribella, che recita la parte della cattiva, senza alcun freno alla lingua, che sa far male.
Teresa lascia l’isola, ma poi torna, più volte. Isola testimone immobile delle piccole storie e, suo malgrado, anche della Storia, da cui viene raggiunta. Nel 1976 due sospetti terroristi vengono spediti al confino, e nel 2012 una nave da crociera viene ad adagiarsi sulle sue rive, portando morte e oscurando il paesaggio.
In tutto questo lasso di tempo Teresa cerca una sua strada, nuovi orizzonti, cerca di trovare soddisfazione nel lavoro, ma fallisce, non si sente mai soddisfatta. Teresa ha la sua visione della vita, sbatte la testa in rapporti sbagliati e da dimenticare, ma prosegue.

“Teresa, sei veramente unica, solo tu riesci a trovare del bello anche nelle cose sbagliate, sei come una a cui è stata data la mappa del tesoro, però perde la strada perché si distrae, scava in un punto a caso, invece del tesoro trova un pezzo di quarzo e pensa che il tesoro sia quello. Tuo figlio sarà un bambino fortunato, ha una mamma col talento per la felicità.”

Teresa, convinta del bicchiere mezzo pieno, alla fine. Teresa, che pensa che la vita alla fine ti metta sempre in pari, “gioco a somma zero”, che per una morte dolorosa ci spetti un risarcimento, un figlio guadagnato.

Questo romanzo è una formazione personale e umana, è alla fine l’arrivo di una consapevolezza, l’accettazione del fatto che si è quel che si è, che, se si è minori, bisogna farci i conti e proseguire. Il Giglio aspetta. Immobile. E Teresa torna.
Il libro è un omaggio alla Morante, a quell’Isola di Arturo, “quella che credevi un piccolo punto sulla terra, fu tutto”. Una bella storia, una bella scrittura, non un romanzo perfetto,ma per me molto bello, da leggere. Per respirare un po’ del nostro Paese, della sua aria di tramontana, del suo mare, della sua gente, piena di contraddizioni nei rapporti umani ma anche di prospettive e potenzialità.

Musica: Questi posti davanti al mare, Ivano Fossati feat. Fabrizio De André, Francesco De Gregori
https://youtu.be/_Ba8iDu_RNE

Carlo Mars

Esche vive – Fabio Genovesi #recensione #FabioGenovesi

Un premio Strega (giovani)

“Avviatissima band heavy metal cerca chitarrista minimo 18 anni massimo 21, pronto a viaggiare per concerti anche internazionali, dotato di tecnica ma soprattutto serio e incazzato. No perditempo, no persone fisicamente troppo belle”.

Un libro che punta tutto sul finale, scritto come lo vivono i suoi personaggi, puntando tutto sullo sprint alla dirittura di arrivo delle ultime pagine. Metafore ciclistiche soprattutto per capire il senso delle vicende presenti, metafore della pesca sportiva come corollari che spiegano retrospettivamente gli avvenimenti collocandoli in griglie più accessibili in un’età successiva a quella che si sta vivendo. Le età sono solo due: adolescenza e età adulta.
È bello partire dalla metafore ciclistiche, anche se il libro parla molto più di pesca: leggere questo libro è come pedalare in salita, le persone normali fanno fatica e si devono mettere in piedi sui pedali. Si arranca per alcuni tratti nei primi capitoli e a metà del libro, ma ci sono anche degli aiuti inaspettati, avvenimenti improbabili che aiutano la trama ad avanzare in condizioni di fatica fisiologica. Poi c’è la discesa veloce fatta senza frenare in cui Genovesi da tutto se stesso e fa capire perché è un buon romanziere e decide di non descrivere sensazioni ma di scrivere per provocarle come colpi di scena nella mente del lettore. Mettendosi nei panni dell’autore bisognerebbe dire che il libro non vale solo per questi momenti di velocità e pathos intensi, ma è valutato anche per lo sforzo e la fatica che si fa per raggiungere la vetta. Mirko direbbe che si impara a vincere solo dopo che si è imparato a perdere. Lo stesso vale nella lettura di Esche vive: Genovesi pesca nel sottosuolo e lo fa con una firma unica. Consigliato.

Ci sono cose che sono proprio giuste, cose che semplicemente devono succedere per quanto sono belle, anche se poi non succedono. Ma non c’è problema, perché magari succedono domani, o il giorno dopo domani o quando gli pare a loro.

Stefano Lillium