Valeria Parrella – Tempo di imparare #ValeriaParrella @Einaudieditore

«E io mi preparo.
La mattina faccio la cartella: elmetto, e mela per la merenda.
Fucile e quaderno a quadretti grandi.
Marca da bollo e penna con l’impugnatura facilitata.
Vestito buono e cuore cattivo.
Mi preparo – ma accettare, quello ancora non riesco».

PARRELLA

*nella nostra sabbia i piedi camminano uguale*
Lo sguardo di una madre di un bambino speciale (disabile, sì, speciale, per forza di cose) si schianta così nel tuo sguardo migrante fra le righe. Migrante perché vorrebbe uscirne, scappare, a momenti chiudi il libro forte per non sapere più, per voltargli le spalle a quel grido, a quell’ammissione di impotenza; perché certo dolore ammazza, c’è poco da fare. T’ammazza. E non sai dirlo, non lo osi, e non solo perché hai paura di sciuparlo (che è sacro, è devastante e sacro), ma anche perché è tanto, troppo, e le cose troppe fai fatica a digerirle come si deve, in frasi come si deve, immagini come si deve. Valeria ci riesce e sulle pagine senti odore di pelle, come quando ti scotti e la carne ha all’improvviso quell’odore di cotto, di usato, di scappato via.
Che scrittura straordinaria. Potente e straordinaria. Meridionale e vera. Aulica e pane. Quel fare dell’italiano il setaccio perfetto a raccogliere le sfumature, soprattutto quando stai parlando della sostanza, ma hai bisogno che si colga l’anima, come si specchia sfregiata quando vedi le rughe, le conti, e scopri che sono voragini.
Mammamia e grazie.
Punto a capo.

rob pulce molteni

DESCRIZIONE

Fare il nodo ai lacci delle scarpe, colorare dentro i contorni, lavare bene i denti (anche quelli in fondo), salire scale sempre nuove senza stringere per forza il corrimano. E poi: avere lo sguardo lungo, separare l’ansia dal pericolo vero, vincere, perdere, aspettare, agire, confidarsi, farsi valere, rassegnarsi. A dover imparare tutto ciò, in questo romanzo colmo d’energia e dal potere medicamentoso, sono una donna e il suo bambino. Lei ha l’esperienza, mentre lui per capire mira all’essenziale; lei ha occhi pronti a cogliere ogni spigolo, mentre lui da dietro gli occhiali le insegna a leggere il mondo a due dimensioni.
Davanti a loro si stagliano tutti gli ostacoli possibili, e per fronteggiarli hanno a disposizione molta paura e altrettante armi. La paura è quella di non farcela, e le armi a ben guardare sono le stesse della letteratura: nominare le cose, percorrerle, trasfigurarle, lasciarle andare. Tenendosi per mano – ma chi reggendo chi è difficile dirlo – si muovono tra fisioterapisti e burocrati, insegnanti e compagni di classe, barcollando o danzando, ma sempre stringendo nel pugno una parola difficile che comincia per «H», e che sembra impossibile far germogliare.
Perché se hai tatuato addosso il numero 104 – quello della legge sulla disabilità – e vivi in un mondo «che non ha proprio la forma della promessa», mettere un passo dopo l’altro diventa ogni giorno piú difficile. Ma c’è chi prima di loro e insieme a loro ha solcato lo stesso mare impetuoso, facendosi le stesse domande: «Stiamo tornando indietro o andando avanti? Quando si è in navigazione da tanti anni si perde la rotta».
Tempo di imparare è un libro scritto in prima persona, in cui «io» e «tu» diventano un’unica cosa: «irriducibili l’uno all’altro, eppure intercambiabili». La voce di Valeria Parrella – intima, abissale – dice il momento in cui la relazione tra ogni genitore e ogni figlio si strappa, il binomio si scompone, e ci si guarda da lontano: per intero.

Agota Kristof – La Vendetta #AgotaKristof @Einaudieditore

vendetta

*Non volevi più parlare, volevi solo ricordare qualcosa, ma non sapevi cosa* (Morte di un operaio)

71 pagine. 25 racconti. Brevi, brevissimi. 25 allucinazioni che si fanno nei, perché desideri portartele addosso. Ti viene voglia di guardare il mondo e, mentre lo guardi, che ti vengano in mente loro, le anime che popolano questo spazio densissimo. Ti viene voglia di insistere, di impararle a memoria. Ma non puoi appuntarti qualche frase. È tutto da trascrivere, tutto da farsi uno scialle così che quando ti finisce la pelle puoi usarlo. Non terrà caldo, questo no. Ma ci sono freddi che scaldano, fosse anche solo per empatia.

rob pulce molteni

DESCRIZIONE

Solitudini, alienazioni, fratture, perdite: venticinque brevissimi e fulminanti racconti in cui Agota Kristof esprime il disagio piú profondo con i toni del grottesco e del surreale, e con la sua consueta capacità di arrivare all’anima delle cose.

Personaggi senza identità, senza nessuna adesione al mondo in cui vivono, con una percezione distorta e allucinata che li induce a compiere gesti aberranti.
Delitti poco esemplari, come quello del ragazzo che uccide i professori piú amati per salvarli dalla crudeltà dei compagni, o quello della moglie che uccide il marito per farlo smettere di russare. I gesti estremi vengono compiuti senza alcuna estetizzazione, solo con estraneità, con la consapevolezza, o forse l’intuizione che le menzogne non possono essere perdonate, che le soluzioni arrivano e arriveranno sempre tardi.
Vite alla deriva che cercano ostinatamente di tornare a casa, di rivedere in faccia il proprio passato. Schegge narrative che raccontano un mondo mostruosamente duro, di fronte al quale domina il senso di estraneità e di smarrimento.