Le luci di Hollywood – Non si uccidono così anche i cavalli? – Horace McCoy

Via Po a Torino in semi-lockdown color arancione, bancarelle di libri usati coraggiosamente aperte, grande tristezza se non ci fossero almeno i libri. Mi fulmina da uno scaffale qualche dorso rilegato in tela grigia, inconfondibilmente Einaudi. Estraggo con cautela un volume de “I coralli”, antesignani degli Struzzi, è una prima edizione 1956 : “Le luci di Hollywood” di Horace McCoy, prezzo Lit. 1200. Lo porto via per la vergognosa cifra di 5 €. E’ una chicca, contiene due brevi romanzi e non posso fare a meno di condividere con voi qualche nota perché mi sono sembrati davvero tragicamente deliziosi nel far rivivere la “fabbrica delle stelle” così come me la immaginavo da ragazzo. Sono romanzi comunque disponibili in edizioni più moderne.

Il primo: “Avrei dovuto restare a casa” è quello che pensa Ralph Carston, al termine del libro di cui è il protagonista dopo la sua serie di disavventure hollywoodiane, vissuta assieme all’altra disillusa protagonista Mona. Lui della Georgia, lei dell’Oklahoma, arrivano nella mecca del cinema alla fine degli anni Trenta alla ricerca della ribalta e delle illusioni sparse a mani piene da tycoon, agenti delle dive e da tutto il demi-monde a la page che gira attorno ai neo-arricchiti dalla nuova fabbrica di star, ormai diventata, nel passaggio dal cinema muto al parlato, un’industria fiorentissima. L’autore scrive questo libro sulla base di una esperienza personale: viene dal Tennessee, diventa giornalista a Dallas e nel ’31, arriva a Los Angeles dopo la prima guerra mondiale in cerca di una scrittura da comparsa per tentare di diventare un attore vero. Non ci riuscirà, ma riuscirà a diventare un bravo scrittore. Anche per il suo alter-ego Ralph e le altre protagoniste del libro il percorso è molto più accidentato di quanto si aspettassero, Hollywood li triturerà, il sogno dorato si trasformerà presto in un incubo di compromessi degradanti, furti, prostituzione, suicidi. McCoy si conferma un maestro nel dipingere il fallimento e il senso di impotenza che attanagliano l’individuo quando tenta di resistere al meccanismo stritolante del capitalismo anni Trenta. La scrittura e i dialoghi di McCoy sono un poco datati ma le situazioni ambientali e le logiche di potere di quell’ambiente non sono poi così mutate e nel breve romanzo ci sono i toni di una sincera amarezza e la frustrazione che sembrano ancora tanto attuali.

Dal romanzo Non si uccidono così anche i cavalli? fu tratto un famoso film del 1969, diretto da Sydney Pollack, presentato fuori concorso al Festival di Cannes 1970 e premiato con l’Oscar al miglior attore non protagonista a Gig Young. Nella California dei primi anni trenta, nel pieno della Grande depressione, è in voga un genere crudele di spettacolo, quello delle maratone di ballo, durante le quali coppie di disperati senza lavoro ballano per giorni interi, attratti, ancora prima che dal premio in denaro offerto a chi resisterà di più, dalla semplice possibilità d’avere almeno il vitto assicurato per qualche tempo. A uno di questi spettacoli, organizzato e presentato dall’ambiguo impresario Rocky in una sala da ballo sul molo di Santa Monica, partecipano Gloria Beatty e Robert Syverten, giovani, disoccupati e senza speranza. La gara è un massacro preannunciato, infarcito da colpi di teatro, gare di corsa, eventi inventati dagli organizzatori per richiamare pubblico assetato di emozioni forti. Insomma il Grande Fratello ante-litteram su una pista da ballo. Lei, originaria di Dallas e reduce da un tentato suicidio, strascica i piedi aggrappata al compagno pensando alla morte più che alla vita che verrà, lui forse ci crede pure alla vittoria. Si sa dall’inizio del romanzo che lui è condannato a morte per omicidio volontario ed il romanzo è costruito con una sorta di flash-forward che rende il racconto una immersione tragica da “cupio dissolvi” dei due protagonisti. Memorabile il romanzo e memorabile il film come testimonianza di quel tempo fatto di depressione e speranza (lo si può vedere gratuitamente in versione completa e doppiata su You Tube).

Renato Graziano

Sarei dovuto restare a casa

Traduttore: T. Albanese Editore: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli

Collana: Scrittori contemporanei Anno edizione: 2010 Formato: Tascabile

Non si uccidono così anche i cavalli?

Traduttore: Luca Conti Editore: Sur Collana: BigSur

Anno edizione: 2019

In esilio – Simone Lenzi #SimoneLenzi #Esilio

 

Come salvarsi se sentiamo che il mondo in cui siamo immersi, tra decadenza e ipocrisie, ci somiglia ogni giorno di meno? La risposta che si è dato lo scrittore e frontman dei Virginiana Miller Simone Lenzi nel suo ultimo romanzo è già nel titolo, “In Esilio”.

Editore: Rizzoli

Come quando hai davvero bisogno di aprire la scatola di latta, quelle delle foto vecchie, e prima di metterti a giocare con la memoria, prima di farle passare una a una, ci ficchi il naso e riscopri l’odore di quelle stanze, di quella credenza in particolare (quella da cui portasti via la scatola) dei tuoi passi, dei loro. Perché quei passi magari dicono qualcosa anche dei tuoi o i tuoi dei loro o della fermezza o dello stare di lato o del prendere il volo, uno qualunque, in questo adesso che a dirlo si fa fatica e spesso si usano le parole sbagliate.
È bello il libro di Simone. Bello e divertente e doloroso. Bello, divertente e doloroso come la verità, una qualunque, gratis o a caro prezzo, purché sia la verità, una qualche verità, magari scomoda, di certo tagliente, densa, sgarrufata, inopportuna, dolcissima, acida, cosciente: una verità vera.
Io a Simone voglio bene. Gli voglio bene da tanto tempo e voglio bene a come dice le cose e a come le vede. Per questo vorrei leggeste questo articolo sul libro che ho appena finito, perché dice il libro meglio di come or ora saprei fare io.
Poiché a me viene solo voglia di prendere la macchina e andare. Via. Andare a casa. Tornarci. E invece vado a comprare il gelato e porto la merenda alle ragazze. E via andare, altro che andare via 🙂

dal sito dell’editore:
In esilio.
Se non ti ci mandano, vacci da solo.
Ogni famiglia ha un quarto di sangue oscuro, si tramanda di generazione in generazione. Chi pure abbia trovato pace e serenità deve sapere che il quarto di sangue oscuro gli scorre nelle vene e basta poco perché torni a reclamare il diritto ereditario sulla sorte di ogni uomo. Ne è convinto il protagonista di questa storia, un cinquantenne livornese che, con la moglie, decide di ritirarsi in campagna per stare lontano da una società in cui non si ritrova più. D’altronde, quando ripercorre la vita dei suoi parenti favolosamente eccentrici, come il Cugino L., in piedi dietro al bancone del bar dalle sei del mattino fino a mezzanotte, a servire clienti con i quali non ha mai scambiato una parola perché “non aveva niente da dire”, o il Cugino S., fuggito dal seminario per chiudersi in una stanza senza cibo né alcun tipo di conforto, ne è certo: la stranezza attraversa i rami dell’albero genealogico della sua famiglia. Non c’è da stupirsi, quindi, che a lui sia riservata la fine che sta facendo, in esilio, lontano da tutti.Simone Lenzi ci conduce nelle stanze intime della memoria, dove si celano i segreti dell’esistenza. Abile ritrattista di tipi umani, con colori accesi e sfumature intense scava nella quotidianità di tre generazioni, scardinando i paradigmi della letteratura contemporanea.

Rob Pulce Molteni