Ora che è novembre – Josephine Johnson #josephinejohnson #recensione

«Amore e paura crescono insieme con una precisione quasi matematica: più grande è l’amore, più grande la paura.»

*Premio Pulitzer 1935


Romanzo scritto da una ragazza di appena 24 anni, ancora fresca di studi, strappò il premio Pulitzer a Tenera è la notte di Scott Fitzgerald, tanto per capirci. Ambientato negli anni della grande depressione, non è certo un romanzo allegro, ed è magnificamente scritto.
Arnold Haldmarne è un padre di famiglia, che dopo un periodo passato in città, torna in campagna con la sua famiglia, moglie e figlie, ma il terreno su cui si mette a lavorare è già gravato da debiti e ipoteche e, per alleggerire il tutto, sono anni di siccità.
Le figlie sono tre, Kerrin, che vive in un mondo di tenebra e stranezza, la voce narrante Marget, e la piccola Merle che, instancabile, si spezza la schiena per aiutare i genitori. E’ un mondo chiuso, le ragazze non hanno vie d’uscita, la povertà è estrema. Ad un certo punto arriva Grant ad aiutare in campagna e a creare scompiglio nei sentimenti delle ragazze nell’età in cui stanno diventando donne.
Un romanzo asciutto ma bellissimo nelle descrizioni di quel poco che c’è e che dà respiro: i paesaggi, i tramonti e le albe, la natura ridotta all’osso. E così, come i paesaggi, anche i sentimenti forti: la rabbia, la frustrazione, la paura sono magnificamente descritti. Una tematica alla Steinbeck virata al femminile, una famiglia che lotta contro tutto: l’ossessione costante dei debiti, del raccolto, dell’ipoteca, una natura che non è mai consolatoria, ma portatrice di siccità e malanni, costantemente matrigna. Uno stile ipnotico, un romanzo di una tristezza infinita; davvero una bella scrittura, peccato che a questo romanzo di esordio non sia poi seguita una carriera altrettanto splendente.

Qualche estratto:
“Quella prima primavera che tutto era nuovo per noi la ricordo in due modi; una macchia di ansia e paura, come una nebbia grigia, dove c’era Padre: una nebbia non sempre visibile ma presente; eppure mescolato insieme c’era questo amore che provavamo per la terra in sé, mutevole e bella in mille modi diversi, ora dopo ora.”

“C’era sempre l’orrenda tortura della speranza, destinata a morire solo con la vita”.

<<Ma sempre al fondo di queste cose c’erano la pace della collina e i pascoli rocciosi, che a volte mi facevano vergognare di essere quello che ero, umana, colma di mille pensieri verminosi e di egoismo, ma più spesso che mai erano come mani che curano.>>

“C’era la terra, l’aria di primavera piena di neve disciolta, ma c’era anche l’inizio della paura: l’ipoteca, e Padre consumato da un’irritazione acida e dal terrore del futuro. Però Madre rimase molto tranquilla. Lui non le aveva detto che la proprietà era ipotecata (…..) Ma perfino nell’attimo in cui capì che pure quello era un terreno incerto e mobile, qualcosa che aveva dentro – qualcosa che allora non conoscevo e che potrei non conoscere mai – le consentì di prendere tutto con serenità. Una sorte di fonte interiore di pace. Suppongo fosse fede. Sopportava tante cose e doveva affrontarne molte, ma tutto questo senza dubbi o amarezza; e che lei ci fosse, convinta e impassibile, almeno in apparenza, era tutto ciò che avevamo bisogno di sapere allora”.

Barbara Facciotto

Le confessioni di Nat Turner – William Styron #recensione #WilliamStyron

“Dal giorno in cui ero stato venduto per la prima volta, mai più avevo provato una simile rabbia, una rabbia che si era accumulata al fondo di me, fin da quella sera della mia lontana infanzia, quando ascoltando una sommessa conversazione sulla veranda , avevo udito per la prima volta che ero uno schiavo e tale sarei rimasto per sempre. Il cuore mi si contrasse, si avvizzì e per riempire il vuoto mi esplose una rabbia furibonda.”

Nel 1967 William Styron vinse il Pulitzer per “Le confessioni di Nat Turner”.
La storia narra di fatti realmente accaduti, poi romanzati dall’autore, dato che le uniche informazioni disponibili erano gli appunti dell’avvocato difensore di Nat nominato d’ufficio, tal Thomas Gray che ne traccia la vita e gli eventi che portarono poi al tragico epilogo.
La scintilla che portò Styron a interessarsi al caso, scattò quando di passaggio in Virginia, vide un cippo commemorativo che lo lasciò di stucco.
“In questi luoghi, nell’agosto del 1831, uno schiavo fanatico di nome Nat Turner, condusse una sanguinosa insurrezione che provocò la morte di 55 bianchi. Catturato dopo 2 mesi di fuga, fu processato e impiccato con 17 suoi seguaci”.

Nella Virginia di inizio ‘800, Nat Turner è schiavo di una famiglia; è preso in simpatia dal padrone che apprezza la sua intelligenza e abilità manuale facendolo vivere distaccato dagli altri schiavi, in condizione assolutamente privilegiata, sia come alloggio che alimentazione e istruzione, gli insegna a leggere e scrivere dandogli conoscenze superiori alla maggior parte dei bianchi. Anche le sue mansioni sono adeguate, gli verrà insegnato a fare il carpentiere con ottimo successo, tanto che il padrone gli promette di farne un uomo libero.
La crisi economica fa crollare ogni sogno, Nat viene venduto precipitando in una vita da schiavo quale non aveva mai provato. Anzi, nella sua vita privilegiata aveva sempre guardato gli altri schiavi con disprezzo per la loro ignoranza e la condizione animale in cui vivevano.
Il fanatismo religioso di Nat si acuisce in proporzione alle sue peggiorate condizioni di vita e convinto di aver avuto un “segno divino”, grazie al suo carisma, ingaggia un manipolo di altri schiavi per dare luogo a un’insurrezione volta a uccidere quanti più bianchi possibile.
Fin dall’inizio si capisce che l’operazione sarà un fallimento, per l’incapacità di Nat di coordinare la truppa che risulterà improvvisata e maldestra.
Styron scrisse questo libro non tanto con l’intenzione di trarne una morale, ma quanto di descrivere un uomo e la sua epoca. Lo fa con una scrittura davvero magistrale, un linguaggio efficacissimo, dialoghi perfetti.
Bellissimo il personaggio dell’avvocato Gray , che sarà il solo a portare un po’ di conforto a Nat pur con il suo stile burbero.

Il cristianesimo!
Saccheggi, stragi, rapine, morte e distruzione. E miseria e sofferenza per innumerevoli generazioni. Ecco cosa ha fatto il tuo cristianesimo, Nat. Ecco quali sono stati i frutti della tua missione, ed ecco quale è stato il gioioso messaggio della tua fede… Millenovecento anni di insegnamento cristiano più un predicatore negro è tutto quello che ci vuole per provare che Dio non è altro che una maledetta bugia”.

Raffaella Giatti