Sangue negli occhi – Lina Meruane #LinaMeruane

Sangue negli occhi -Lina Meruane

Traduttore: L. Mariotti
Collana: Liberamente
Anno edizione:2013

“Ma la parola giorno non evocò niente in me. Niente che somigliasse al giorno. I miei occhi si stavano svuotando di tutte le cose viste. E pensai che sarebbero rimaste le parole con il loro ritmo ma non i paesaggi, non i colori né i visi, non gli occhi neri di Ignacio in cui avevo visto il riflesso di un amore a volte diffidente, cupo, aspro, ma soprattutto un amore aperto, in attesa di qualcosa, pieno di miraggi che il cruciverba definiva allucinazioni.”

Una sera a Lucina accade l’inevitabile: durante una festa, un’emorragia agli occhi la rende cieca. È il passaggio di un confine tante volte temuto al quale Lucina resiste con tutta la forza della sua giovane età, con rabbia e coraggio, afferrandosi all’amore incondizionato di Ignacio, e alle sue stesse parole, affilate come un bisturi, che non conoscono l’autocommiserazione.
Lucina racconta di quella sera e poi dell’attesa, del verdetto del dottor Leks, di un’ulteriore lunga attesa, del ritorno dai suoi genitori, in quel Cile misterioso e lontano, della speranza di un’operazione, degli sguardi compassionevoli, protettivi o spietati di chi la circonda, con l’estrema e paradossale lucidità di chi vede senza vedere.

Cosa si prova quando la visione del mondo ordinario, quella che si dà per scontato, si riempie di sangue e ogni piccolo particolare scompare dai tuoi occhi e dalla tua vista? Cosa si prova quando “un fuoco di artificio” attraversa la testa e tutto si tinge di rosso? Vene che si rompono, la retina inondata… Spaventoso il solo pensiero, vero?

Questo è ciò che accade nel romanzo a Lucina, una giovane scrittrice cilena trapiantata a New York dove convive col suo compagno Ignacio. Accade così, all’improvviso, durante una festa, una possibilità annunciata dal dottore già da tempo (Lei, signorina, si porta dentro una bomba ad orologeria che sta accelerando il conto alla rovescia), una consapevolezza che impediva di pensare al futuro. Eppure quando tutto succede non è mai come lo hai immaginato, bisogna fare i conti con il prezzo da pagare, sostituire la vista con gli odori, il contatto, la “geografia delle cose”, le percezioni. Si deve fare propria la certezza di non poter più leggere e soprattutto di non poter più scrivere, prendere coscienza di dover dipendere da qualcuno:

non avrei più avuto le sue braccia per guidarmi, le sue gambe per incamminarmi, la sua voce per mettermi in allerta, non potevo contare sulla sua vista per supplire all’assenza della mia. Sarei rimasta ancora più cieca

E laddove il ricordo delle cose non basta, è necessario iniziare a contare. Sedie, passi, spazi, per ancorarsi alla realtà, per salvarsi dal vuoto e dal nulla. Come difendersi? Dalla casa, familiare sino a qualche giorno fa e ora in guerra contro un corpo che sbanda e si ferisce. Dai propri genitori, anch’essi medici, che soffocano con l’amore debordante e la rendono più invalida di quello che è.
Le soluzioni alla cecità hanno la stessa consistenza della fragile realtà.

La prosa della Meruane, di cui Lucina o Lina porta il nome, è incalzante, angosciante, estremamente fisica, piena di rabbia e a volte di esasperazione. La cecità è uno strumento per regolare i conti con il suo presente e il suo passato. È la spinta per andare a caccia di un modo per risolvere questa “ingiustizia” della vita.
Nel frattempo, noi siamo lei. Sentiamo la sua sofferenza e la sua impotenza. Sanguiniamo e imprechiamo, contro porte socchiuse, contro spigoli vivi. Siamo frustrati per le sconfitte ma lei come noi, è “cieca apprendista, con scarse ambizioni professionali e, certo, quasi cieca e pericolosa. Ma non voglio sedermi su una sedia e aspettare che mi passi”. Questo soprattutto no.

Paola Filice

Lina Meruane è nata a Santiago del Cile nel 1970. Scrittrice e saggista, ha pubblicato la raccolta di racconti Las infantas (1998) e i romanzi Postuma (2000), Cercada (2000), Fruta podrida (2007) e Sangue negli occhi (2012).

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Le ansie carnivore del niente – Alejandro Jodorowsky #jodorowsky

LE ANSIE CARNIVORE DEL NIENTE – Alejandro Jodorowsky
GIUNTI EDITORE, 2010

Tre misteriosi personaggi dal cappello nero attraversano una lunga e stretta striscia di terra affacciata sul mare e pressata dalla cordigliera chiedendosi chi sono, perseguitati dalla mistica e politica figura di un capo supremo – il Generale – che parla solo in poesia tramite oscuri e onnipresenti televisori disseminati ovunque. Sono Angeli forse, arrivati su quella terra devastata dalla dittatura solo per salvarla? Sono forse invece degli Assassini con l’incarico di uccidere le ultime frange insurrezionali contro il Generale, o semplicemente delle Ombre, dei Morti, dei Sogni?

“Prima che una lotta nella realtà, la Cospirazione è una dimensione dello spirito.”

Il testo si muove su un linguaggio fortemente surrealista, carico di immagini e di espressioni ora poetiche, ora forti, così come i contenuti sono spesso molto espliciti e ancor più spesso oscuri da decifrare. Sebbene, infatti, riferimenti culturali e storici siano noti (la dittatura militare di Pinochet, la prima edizione risale agli anni ’70), mi sono sfuggiti tanti contenuti e alcuni nessi per me sono risultati del tutto incomprensibili. Per questo motivo avrei gradito delle note esplicative e mi dispiace essere consapevole di non aver colto pienamente il senso di un “romanzo culto in tutto il Sudamerica (negli anni 70)”.

Ciononostante è una lettura affascinante, ipnotica, che procede con un ritmo ieratico e inquietante; si respira un profondo senso di dolore del popolo cileno oppresso dalla dittatura e a tratti affiora anche un certo senso ironico e beffardo nei confronti di un personaggio così vuoto come Pinochet (con le sue manie e fisse) che dalla TV proclama e delira al suo popolo come un dio paranoico.
Bellissimo l’episodio che fa riferimento alle mogli dei minatori di salnitro e la figura mitologica del condor che si staglia tra un capitolo e l’altro come un filo rosso su cui si dipana la trama.

(gli intellettuali) “Vivono in ciò che si dice e non in ciò che è. 
Le parole sono solo una barca che serve ad attraversare il fiume e a permettere di sbarcare sull’altra sponda. 
Si dimenticano della meta e restano a vivere per sempre sulla barca”.

Silvia Loi