Parlare da soli – Andres Neuman #AndresNeuman

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Parlare da soli, di Andres Neuman (ancora lui)

Un padre malato. Un figlio, piccolo, inconsapevole. Una madre che funge da tramite/spettatore/protagonista.
La capacità di Neuman, prima che letteraria, è quella di costruire un romanzo a tre voci facendoti sentire alternativamente come queste tre persone, facendoti immedesimare in un bambino inconsapevole della tragedia imminente, in un padre affettuoso, preoccupato per la malattia, desideroso di fare tutto quel che può fare per la famiglia nel tempo che gli resta, un padre molto imperfetto e anche molto incarognito verso il mondo e verso la malattia, e facendoti immedesimare anche nella madre/moglie, in tutti i suoi pensieri, le sue ansie, il suo dolore pre e post, la sua voglia di sopravvivere anche un po’ puttana, la sua assoluta inadeguatezza. Tre voci, tre visioni differenti del medesimo problema. E’ Elena, però, il fulcro del romanzo. E’ lei, a rappresentare l’umanità nel modo più preciso possibile, il suo monologo al centro di tutto. Marito e figlio sono un po’ comprimari, il riflettore vero è acceso su di lei. E’ il suo senso di colpa mostruoso, totalizzante, a riempire le pagine. Senso di colpa per moltissimi versi irrazionale, ma presente. Per non essere riuscita a fare di meglio, a fare qualcosa. Per non aver previsto, per non aver aiutato, per aver smesso di provare passione,e averla tramutata in compassione, per averla provata con un’altra persona, il senso di colpa per il fatto di respirare, di restare in vita e non sapere che farne, di questa vita.

“Crescere un bambino e curare un malato hanno questo in comune: entrambi gli impegni ti trasmettono un’energia che in realtà non è tua. Te la infondono loro, il loro amore ansioso, la paura in agguato. E te la chiedono come se fiutassero carne fresca. “

E il dolore non trova parole, per essere espresso. Allora ci pensa la letteratura, a dargli voce, almeno una. Elena si rifugia negli amati libri, ci trova dolorosissime e spinose conferme, ma anche conforto. Legge, sottolinea. Vi ci ritrovate, nella fotografia? Ci trova le parole che non riesce a pronunciare.

Virginia Woolf, ad esempio:
“La descrizione della malattia in letteratura è ostacolata dalla povertà stessa della lingua. L’inglese, che è in grado di esprimere i pensieri di Amleto o la tragedia di re Lear, non ha quasi nessun termine per descrivere i brividi e il mal di testa. La lingua si è sviluppata in una sola direzione. Ma se un malato cerca di descrivere a un medico il proprio mal di testa, il linguaggio avvizzisce immediatamente”.

Sembrerebbe un elenco di citazioni, ma non lo è. E’ un dialogo fitto tra un lettore e i suoi libri.
Questo libro mi resterà nella mente. Resterà nella mente di chi lo leggerà, almeno credo. Ti costringerà a riflettere, dopo aver sofferto, e, dopo aver riflettuto, dopo aver pensato, immaginato il “che cosa farei, io, in quella situazione?”, probabilmente si soffrirà ancora. Pensare di vivere un presente già privo del passato e a cui verrà tolta la possibilità di un determinato o sognato futuro non è qualcosa di semplice da digerire.

Ti farà pensare all’imperfezione dei sentimenti, delle persone, alle loro mancanze, a quanto tempo sciupiamo, all’enorme posto in cui stipiamo le parole non dette, ai rimpianti che questo posto poi provocherà, ai debiti che ci portiamo appresso verso le persone che amiamo e che in certi casi non riusciremo mai a saldare. Farà pensare alla divisione tra chi muore e tra chi vive. Al labile confine tra innocenti e colpevoli.

“Adesso spiegami. Tu. Il padre. L’uomo. Che diavolo può fare una donna in questi casi? Cosa ti raccontava tuo figlio della scuola? Tu come reagivi? Cercavi di fargli discorsi pacifistici? Gli mentivi? Gli insegnavi a fare a botte? Gli raccontavi quanto ti piaceva azzuffarti? Perché te ne stai lì, morto? “

Non è solo la storia di una famiglia e di un dolore. E’ un libro in cui Neuman vuole parlare di chi sostiene un malato, un libro che vuole parlare di quello che accade durante e dopo un dolore. Vuole parlare dei ricordi, di cosa accade loro dopo una perdita, delle percezioni che abbiamo, delle loro mutazioni, anche del sesso, dell’erotismo, del nostro modo di fare l’amore e di leggere un libro dopo aver subito una perdita affettiva. Perché è così, tutto cambia, dopo un dolore.

Musica: Babe i’m gonna leave you, Led Zeppelin
https://www.youtube.com/watch?v=mdrAdcxFB9c

Carlo Mars

L’amante – Marguerite Duras #MargueriteDuras

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Un romanzo che è una sequenza di immagini, più che di paragrafi.
Un flusso di fotografie, rapide, continue, salti temporali tra passato e presente, come frustate, a volte, senza spiegazioni, all’apparenza distaccato, freddo. Dalla prima alla terza persona di continuo, la terza persona serve ad aumentare il distacco da quel che si descrive.
Un’autobiografia cruda e crudele, a tratti. Ma anche lieve e sensuale.

Una donna-bambina che già attira gli uomini, dotata di occhi che colpiscono ma che soprattutto sembrano già sapere tutto della vita. Della vita sanno che è inutile farsi illusioni, quando si ha una partenza così, con una madre spenta di ambizioni e al limite della follia, con un fratello maggiore cattivo, malvagio, e un fratello minore predestinato a soccombere.

Un giovane ricco cinese che si strugge di passione per lei, una garçonnière dove crearsi un rifugio dal mondo, e un posto dove scatenare e conoscere il proibito, il piacere inconfessabile, un corpo da usare per evitare di usare la mente, e dove anche piangere abbracciati, ma con lacrime individuali, seppur mescolate.

Perchè alla fine questa è una storia di solitudine, lei con i suoi dolori, lei con il “discredito per la natura del corpo abbandonato all’infamia di un piacere che fa morire di quella misteriosa morte che colpisce gli amanti senza amore”, lei quando lascia il suo Paese per un altro lontanissimo continente, sempre lei sul parapetto di quella nave, a guardare la terra e l’amore sparire.
E’ un urlo di solitudine, un urlo contro la madre e contro il mondo, un urlo silenzioso, e per questo fa ancora più male.

E’ un romanzo che disturba, che fa soffrire. Che a volte non ti fa capire niente e che ti spinge anche a voler chiudere questo piccolo libro. Ma che in qualche modo ammalia, coinvolge. Ti trascina in quelle stanze, in quegli ambienti, con quelle luci soffuse, in quegli odori. In quei silenzi profondi. E sono quei silenzi la chiave, che ti scatenano l’immaginazione.
Che ti fanno percepire quanto deve aver sofferto chi ha scritto queste pagine, la vedi come se sfogliasse mille fotografie prendendole a caso da dentro una scatola, e ognuna la riportasse indietro nel tempo, e poi avanti, e poi di nuovo indietro. Da qui quella sensazione di confusione, e la difficoltà a starle dietro, da lettore.
Una storia che sembra passata, ma che le ha segnato l’esistenza, una bambina che cresce troppo in fretta non porta mai a qualcosa di buono. Questa lucidità e questa delicatezza nel descrivere un’intimità così profonda lasciano un senso di disagio amaro. Il disagio che si prova quando si comprende che il passato non conta e che il futuro non esiste, niente appigli, niente sogni, vale solo il presente.

Musica: Solitude, Ryuichi Sakamoto
https://www.youtube.com/watch?v=LIrWY48Kih4

Carlo Mars