L’Isola del Tesoro – Robert Louis Stevenson #IsoladelTesoro #Stevenson

“Non ho mai visto il mare calmo intorno all’Isola del Tesoro. Il sole poteva risplendere alto, l’aria essere priva di un alito di vento, la superficie liscia e azzurra, ma i cavalloni continuavano a rovesciarsi lungo l’intera costa esterna, rombando e rombando giorno e notte: e non credo vi sia un solo punto nell’isola dove non giunga il loro fragore.”

Traduttore: L. Cangemi
Illustratore: G. Bernstein

Dopo “La vera storia del pirata Long John Silver”, dovevo tornare alle origini. Ed eccomi piena di entusiasmo con la bella nuova edizione del Battello a Vapore, traduzione di Laura Cangemi (una garanzia, direi), introduzione di Piumini perfetta per il pubblico per cui è pensata, note storico/culturali a margine e graziosi disegni.

Probabilmente solo io non l’avevo ancora letto, e probabilmente solo io non sapevo nulla della storia a parte i nomi dei personaggi principali, ma due parole vorrei spenderle.

Mi è sicuramente piaciuto, è stata una lettura veloce, leggera e scorrevole, ma forse troppo. Mi aspettavo grandi emozioni, grandi intrighi, grandi cose… Invece ho avuto la sensazione che in alcuni passaggi il Sig. Stevenson non sapesse come ‘cavarsi d’impiccio’, vuoi per mancanza di fonti/conoscenze per descrivere bene le cose, vuoi per fretta di finire, non so, ma troppi passaggi si risolvono in una veloce lista della spesa e ciao, in 3 righe passiamo oltre. Questa cosa mi ha lasciata un po’ delusa. Penso che se l’avessi letto a 10 o 13 anni mi sarebbe piaciuto un sacco di più, probabilmente è un ricco piatto per lo stomaco di un ragazzino ma per un adulto risulta un antipasto nemmeno troppo abbondante…
Sull’ambientazione vaga e confusa si può soprassedere: crotali in un’isoletta presumibilmente caraibica? Pini? Anche marittimi, esistono in centro-america? Mi devo informare. Ci sorridi un po’, ma dispiace.
John Silver è sicuramente il personaggio più magnetico della storia. Lui mi è piaciuto un sacco, ma è ovvio. =D
Non mancano dei passaggi degni di nota, a mio parere quando Jim ruba la nave per nasconderla è forse il punto di picco, e anche lo sbarco e la scoperta del tradimento della ciurma. Tutto il resto mi sembra un gran potenziale inesploso. Un deposito di polvere da sparo ma con la miccia che si spegne e non esplode, e tu sei lì che aspetti il botto.
Non era poi mia intenzione relegare il romanzo tra le letture solo per ragazzi, ma mi rendo conto che da come ho espresso il pensiero, può sembrare così. Il fatto che sicuramente mi sarebbe piaciuto di più da ragazzina è soprattutto perchè ero sicuramente meno “rovinata” da anni di studi letterari e romanzoni/pipponi/classiconi/paroloni. Che è tutto bellissimo, ma poi diventi esigente. E il romanzo ottocentesco io lo amo. E quindi ci resto male. Se invece hai 12 anni e non hai alcun preconcetto, probabilmente ti leghi più a quello che è raccontato, non al come, e quindi “chissenefrega delle righe frettolose. fa niente se gli eventi scattano in avanti in zero secondi, anzi, meglio! siamo già sull’isola” invece no, adesso io mi aspetto il racconto del viaggio. Non so se si capisce. Intendevo questo.
é sicuramente una pietra miliare, ma a mio parere non sta sul podio.

E quindi, continuerò a recuperare i classiconi che ho mancato da cciofane, ne vale sempre la pena, peccato che forse le letture fatte nel frattempo si mettono un po’ in mezzo. La sfida sarà cercare di approcciarsi a mente più aperta possibile.

“Pezzi da otto! Pezzi da otto!”

“-Per trent’anni- disse – ho solcato i mari, e ho visto il bene e il male, il meglio e il peggio, il bello e il cattivo tempo, le provviste esaurirsi, i coltelli impugnati, e non so cos’altro ancora. Be’, ti dirò, non ho mai visto venire fuori il bene dalla bontà. Io sono per chi colpisce per primo; i morti non mordono; questa è la mia opinione: amen, e così sia.”

Selena Magni

Fino a quando la mia stella brillerà – Liliana Segre #LilianaSegre

Fino a quando la mia stella brillerà – Liliana Segre,Daniela Palumbo

Editore: Piemme
Collana: Il battello a vapore
Anno edizione:2015

La sera in cui a Liliana viene detto che non potrà più andare a scuola, lei non sa nemmeno di essere ebrea. In poco tempo i giochi, le corse coi cavalli e i regali di suo papà diventano un ricordo e Liliana si ritrova prima emarginata, poi senza una casa, infine in fuga e arrestata. A tredici anni viene deportata ad Auschwitz. Parte il 30 gennaio 1944 dal binario 21 della stazione Centrale di Milano e sarà l’unica bambina di quel treno a tornare indietro. Ogni sera nel campo cercava in cielo la sua stella. Poi, ripeteva dentro di sé: finché io sarò viva, tu continuerai a brillare.

Un racconto semplice, quello che potrebbe fare ciascuno di noi, non c’è ricercatezza ma il suo messaggio arriva, colpisce, ferisce.
Attraverso il ricordo limpido di una Liliana, ormai nonna, che cerca di raccontare al nipotino Filippo di quando era bambina, ci si ritrova catapultati nell’orrore più vero e toccante, quello che inizia ben prima della deportazione.
Ritrovarsi da un giorno all’altro espulsa da scuola, senza una ragione comprensibile, sentirsi sola e abbandonata dalle amiche che fino a poche ore prima giocavano con lei, vivere nell’indifferenza di tutti, questo è stato il primo vero motivo di disperazione.

” Vedevo la nonna parlare con Susanna e le ascoltavo piangere insieme, ma quando si accorgevano di me smettevano di piangere e mi sorridevano, cercando di farmi sorridere. Allora, cominciai ad avere paura anche io, sentivo come un senso di oppressione. Come quando d’estate deve arrivare il temporale, quando ancora non piove ma si vede quella luce giallastra che è un presagio del cattivo tempo… Tu lo senti che sta per cambiare tutto, ma non sai bene quando e come si sfogherà, il temporale.”

Oltre a ciò in questo racconto traspare tutto l’amore di Liliana per il padre, diventato vedovo troppo presto, che ha dedicato a lei ogni giorno della sua esistenza, è questo sentimento che la aiuterà a sopravvivere, la speranza di potersi riunire a lui non la abbandonerà mai.

” Ma c’era un pensiero che non mi abbandonava. Non potevo chiudere gli occhi e far finta che non esistesse come facevo per le realtà che avevo intorno. Pensavo a papà.”

Un libro che porterò nel mio cuore.

Trattenevo il respiro. Dopo aver riso, insieme agli altri, del medico italiano che mi aveva fatto quella orrenda cicatrice, il dottore nazista mi fece cenno di andare avanti. Significava che avevo passato la selezione! Ero viva, viva, viva! Ero così felice di poter tornare nel campo che tutto mi sembrava più facile. Poi vidi Janine. Era una ragazza francese, erano mesi che lavoravamo una accanto all’altra nella fabbrica di munizioni. Janine era addetta alla macchina che tagliava l’acciaio. Qualche giorno prima quella maledetta macchina le aveva tranciato le prime falangi di due dita. Lei andò davanti agli aguzzini, nuda, cercando di nascondere la sua mutilazione. Ma quelli le videro subito le dita ferite e presero il suo numero tatuato sul corpo nudo. Voleva dire che la mandavano a morire. Janine non sarebbe tornata nel campo. Janine non era un’estranea per me, la vedevo tutti i giorni, avevamo scambiato qualche frase, ci sorridevamo per salutarci. Eppure non le dissi niente. Non mi voltai quando la portarono via. Non le dissi addio. Avevo paura di uscire dall’invisibilità nella quale mi nascondevo, feci finta di niente e ricominciai a mettere una gamba dietro l’altra e camminare, pur di vivere. Racconto sempre la storia di Janine. È un rimorso che mi porto dentro. Il rimorso di non aver avuto il coraggio di dirle addio. Di farle sentire, in quel momento che Janine stava andando a morire, che la sua vita era importante per me. Che noi non eravamo come gli aguzzini ma ci sentivamo, ancora e nonostante tutto, capaci di amare. Invece non lo feci. Il rimorso non mi diede pace per tanto, tanto tempo. Sapevo che nel momento in cui non avevo avuto il coraggio di dire addio a Janine, avevano vinto loro, i nostri aguzzini, perché ci avevano privati della nostra umanità e della pietà verso un altro essere umano. Era questa la loro vittoria, era questo il loro obiettivo: annientare la nostra umanità.”

Mariagrazia Aiani

Ed è in questa direzione, la testimonianza, che vanno i due libri della Segre, in cui racconta la sua storia. Lo fa con registri diversi: per i ragazzi in Fino a quando la mia stella brillerà (Piemme), scritto con Daniela Palumbo con la prefazione di Ferruccio de Bortoli; per un pubblico adulto in La memoria rende liberi (Rizzoli) con Enrico Mentana.