Mi chiamo Lucy Barton – Elizabeth Strout #recensione #elizabethstrout #lucybarton

Ci sono diverse chiavi di lettura per questo libro di Elizabeth Strout. Lo si può vedere in termini di rapporti conflittuali tra madre e figlia, come pure considerare il romanzo di un amore familiare complesso e contorto. E’ anche una lezione di scrittura dove l’insegnante è uno dei personaggi secondari del libro, una scrittrice di successo, che spiega a Lucy, l’Io narrante, come raccontare una storia. La sua storia, l’unica che le appartiene e che potrà raccontare. E’, anche, un romanzo dalle tante diramazioni dove dal tronco della storia principale partono i rami di brevi storie secondarie in una struttura che ricorda Olive Kitteridge.
Ma quello che si sente in modo particolare in questo libro, per citare la quarta di copertina, è l’assordante rumore del non detto. Il peso di un’infanzia di privazioni e di violenze, il sospetto mai dichiarato di abusi, il ricordo di episodi che la protagonista non saprebbe dire se veri o sognati, persi nella nebbia del tempo e della distanza. Un passato del quale non si parla, al quale non è permesso accennare. Questo gigantesco silenzio è ciò che lega madre e figlia nel breve tempo trascorso insieme dopo anni di lontananza. La madre non perdona alla figlia l’essersi allontanata dalla famiglia trovando rifugio nell’università. Non le perdona aver cercato di diventare diversa, di essersi “allontanata dalla feccia”, di essere diventata migliore. O aver avuto la presunzione di provarci.
Lucy brama inutilmente una parola d’affetto da parte della madre, quel ti voglio bene che la donna non dirà nemmeno sul letto di morte ed è talmente affamata di affetto dall’innamorarsi di ogni singolo gesto gentile di qualsiasi sconosciuto.
Eppure c’è amore tra queste due donne, c’è tenerezza. Elizabeth Strout ci mostra l’una e l’altra in quel suo modo speciale e devastante che ha di raccontarci la sofferenza, senza esprimere giudizi.
Non ho amato Lucy Barton come ho amato Olive Kitteridge, però penso che la Strout ci abbia regalato un’altra magnifica prova di scrittura.

Anna Massimino

Mi chiamo Lucy Barton – Elizabeth Strout #ElizabethStrout

«Un romanzo perfetto, nelle cui attente parole vibrano silenzi. Mi chiamo Lucy Barton offre una rara varietà di emozioni, dal dolore piú profondo fino alla pura gioia».
Claire Messud, «The New York Times»

strout

Dovessi definire in un aggettivo la scrittura della Stroud userei: essenziale. Nel suo ultimo romanzo, o piuttosto racconto lungo, usa una scrittura di brevi “pennellate” di poche righe, massimo una o due pagine e con queste crea un mondo, quello della protagonista che ricoverata in un ospedale per un appendicite è costretta a prolungare la degenza senza sapere bene da cosa è affetta. Inaspettatamente viene a trovarla sua madre con la quale non ha quasi avuto un rapporto vero. Famiglia poverissima, padre un po’ fuori di testa. La madre le parla ed è come se fosse una prima volta e le racconta d’altro… persone conosciute, parenti, cose così, semplici, pure banali… Eppure a Lucy basta per riprendersi un po’ dell’affetto che non ha mai sentito nella tristissima casa in cui ha vissuto fino a quando, vinta la borsa di studio è partita per il college a Chicago per cambiarsi la vita e fuggire da quel buco senza speranza.
Poi la Strout riesce anche a dirci molte altre cose della vita di Lucy, che diventerà scrittrice, come un’altra scrittrice, Sarah Payne, che fa da contrappunto in diversi passaggi, facendo capire a Lucy che ciascuno non ha che una unica storia da raccontare, quella della propria esperienza, anche se uno scrittore diventa capace di raccontarla in molti modi diversi. E poi, quasi sommessamente, veniamo a sapere da Lucy che anche lei ha probabilmente deluso le sue due figlie, perché, ormai ventenni, Lucy ha voluto cambiare la loro storia, portandogliela via separandosi dal loro padre William… insomma le cose tristi della vita, mescolate a qualche piccola felicità, per mandare giù il dolore, l’assenza, le delusioni, le separazioni.
In qualcosa la Stroud mi ricorda la grande Alice Munro; a qualcuno potrà non piacere il minimalismo di queste storie e vite senza grandi eventi, amori e passioni ardenti, mistero o suspence, ma la vita alla fine è proprio così per la maggior parte delle persone, e io mi ci ritrovo davvero.

Renato Graziano

DESCRIZIONE

In una stanza d’ospedale nel cuore di Manhattan, davanti allo scintillio del grattacielo Chrysler che si staglia oltre la finestra, per cinque giorni e cinque notti due donne parlano con intensità. Non si vedono da molti anni, ma il flusso delle parole sembra poter cancellare il tempo e coprire l’assordante rumore del non detto. In quella stanza d’ospedale, per cinque giorni e cinque notti, le due donne non sono altro che la cosa piú antica e pericolosa e struggente: una madre e una figlia che ricordano di amarsi.

Da tre settimane costretta in ospedale per le complicazioni post-operatorie di una banale appendicite, proprio quando il senso di solitudine e isolamento si fanno insostenibili, una donna vede comparire al suo capezzale il viso tanto noto quanto inaspettato della madre, che non incontra da anni. Per arrivare da lei è partita dalla minuscola cittadina rurale di Amgash, nell’Illinois, e con il primo aereo della sua vita ha attraversato le mille miglia che la separano da New York. Alla donna basta sentire quel vezzeggiativo antico, «ciao, Bestiolina», perché ogni tensione le si sciolga in petto. Non vuole altro che continuare ad ascoltare quella voce, timida ma inderogabile, e chiede alla madre di raccontare, una storia, qualunque storia. E lei, impettita sulla sedia rigida, senza mai dormire né allontanarsi, per cinque giorni racconta: della spocchiosa Kathie Nicely e della sfortunata cugina Harriet, della bella Mississippi Mary, povera come un sorcio in sagrestia. Un flusso di parole che placa e incanta, come una fiaba per bambini, come un pettegolezzo fra amiche. La donna è adulta ormai, ha un marito e due figlie sue. Ma fra quelle lenzuola, accudita da un medico dolente e gentile, accarezzata dalla voce della madre, può tornare a osservare il suo passato dalla prospettiva protetta di un letto di ospedale. Lí la parola rassicura perché avvolge e nasconde. Ma è nel silenzio, nel fiume gelido del non detto, che scorre l’altra storia. Quella di un’infanzia brutale e solitaria, di una miseria umiliante, di una memoria tanto piú dolorosa perché non condivisa. Oltre la finestra, le luci intermittenti del grattacielo Chrysler, emblema di grandi aspirazioni nella Grande Mela degli anni Ottanta, insieme all’alternarsi del sonno e della veglia e all’avvicendarsi delle infermiere dal nomignolo fiabesco, scandiscono il passare di un tempo altrimenti immobile. Ma il tempo passa. L’isola d’intimità di quei cinque giorni d’ospedale non si ripeterà nella vita di madre e figlia. Molti anni piú tardi la donna è una scrittrice di fama. Ha scelto la parola al silenzio, dopotutto, perché è cosí che può raccontare anche quella storia d’amore. Un amore invalido, mezzo afasico, ma amore senza dubbio. Dalla sua insegnante di scrittura ha appreso che «ciascuno ha soltanto una storia. Scriverete la vostra unica storia in molti modi diversi. Ma tanto ne avete una sola». La donna si chiama Lucy Barton, e questa è la sua.