Melania G. Mazzucco, Un giorno perfetto

mazzucco

Questo libro è stato per un pezzo ad aspettarmi appollaiato in cima alla sua torre di tomi in equilibrio precario, e sempre, quando sembrava essere arrivato il suo turno, cercavo sotto qualcosa di diverso, di alternativo. Avevo visto il film di Ozpetec e, molto tempo dopo, era stata una sorpresa trovarmi un giorno in libreria a collegare il nome della Mazzucco a quella storia. Eppure non mi decidevo a leggerlo, troppo strazio.
E invece.
L’altro giorno l’ho tirato su per caso e non l’ho più chiuso.
La Mazzucco è magistrale; ti strazia, ma lo fa con leggerezza e con una poesia mai dichiarata, ma continua.
Si comincia dalla fine, dalla tragedia consumata ma ancora ignota al mondo, e si procede ora per ora con gli eventi che hanno portato all’epilogo. Nella narrazione si intrecciano le ore che scorrono verso il precipitare degli eventi e i flashback che raccontano il maturare di una crisi famigliare annunciata fin dai primi passi del rapporto di coppia che ha unito Antonio ed Emma; annodate alla loro sono anche le vite dei due figli, Valentina e Kevin, della famiglia del Ministro di cui Antonio è caposcorta, e del professore di lettere di Valentina. Sullo sfondo c’è la città eterna, con le sue contraddizioni, con le sue contrapposizioni, con la sua bellezza spesso ignota proprio a chi ce l’ha a due passi da casa, e con il suo indecente crogiuolo politico che, bene o male, si insinua anche nella vita della gente comune.
Il film mi era molto piaciuto, anche se mi aveva angosciato e, adesso che lo posso confrontare con il libro da cui ha preso le mosse, mi pare che, nonostante le modifiche e gli adattamenti, possa essere considerato un’interessante interpretazione del soggetto trattato. Il romanzo è altrettanto angosciante, con personaggi che nel film sono solo di passaggio e che invece, in origine, avevano un peso specifico maggiore, ma gode anche di una leggerezza – mi chiedo se sia il perdono, la pietas dell’autore per le sue creature – e lo si divora, proprio come a volte la vita divora alcuni di noi.

Maria Silvia Riccio

Alice Munro, Lying under the apple tree

munro

Lying Under the Apple Tree è una raccolta di short stories che potrebbe essere considerata una sorta di introduzione al genere in cui Alice Munro sicuramente brilla. Le short stories sono episodiche per definizione, eppure, per i suoi personaggi, la Munro traccia sempre un ritratto ed un contesto che evocano dettagli particolareggiati ed elementi mai casuali, e, se penso per esempio a Modiano – premio Nobel alla letteratura l’anno successivo a quello in cui la prescelta fu la Munro – si avrebbe voglia di dire che alcune delle storie possono essere considerate dei romanzi, quantunque brevi, a pieno titolo.
La selezione, pubblicata nel 2011 e ripresa dopo l’attribuzione del Nobel nel 2013, comprende quindici racconti pubblicati in cinque raccolte nell’arco del decennio tra il 1998 e il 2009, e il fil rouge che le collega tutte è la provincia canadese, con i piccoli moti dell’animo che racchiude. Spesso Alice Munro racconta i sogni dei suoi personaggi, e attraverso i fantasmi che popolano il loro inconscio illumina di significato le azioni che essi compiono durante la veglia. A volte descrive la natura con puntiglio quasi maniacale, quasi un lavoro all’uncinetto tutt’intorno al nucleo centrale per creare motivi che per valorizzarlo lo nascondono. E sempre dissemina il suo racconto di dettagli che paiono insignificanti e che invece servono a spiegare il non detto, come se anche gli eventi della vita fossero segni che delineano un percorso inconoscibile che si rivela alla distanza, vivendo – o leggendo.
“Edith was doing her Latin translation at the kitchen table. Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi… […] Ignoring her mother, she wrote, ‘you must not ask, it is forbidden for us to know’ — She paused, chewing her pencil, then finished off, with a chill of satisfaction — ‘what fate has in store for me, or for you’ ” (Hateship, Friendship, Courtship, Loveship, Marriage).

Maria Silvia Riccio